Psicologia Sociale e del Comportamento

La Mente Sedotta dall´Arte

Cosa succede nel nostro cervello quando guardiamo un’opera d’arte e proviamo un’emozione? A questa domanda prova a rispondere la neuroestetica, un campo di ricerca che, avvalendosi di tecnologie come la risonanza magnetica funzionale, mette in dialogo neuroscienziati, artisti e filosofi. Ne ha parlato lo studioso Luca Ticini, illustrando come la mente sia, letteralmente, sedotta dall’arte. […]

Psicolab — La Mente Sedotta dall´Arte
Cosa succede nel nostro cervello quando guardiamo un’opera d’arte e proviamo un’emozione? A questa domanda prova a rispondere la neuroestetica, un campo di ricerca che, avvalendosi di tecnologie come la risonanza magnetica funzionale, mette in dialogo neuroscienziati, artisti e filosofi. Ne ha parlato lo studioso Luca Ticini, illustrando come la mente sia, letteralmente, sedotta dall’arte.

Che cos’è la neuroestetica

La neuroestetica è un campo di ricerca relativamente nuovo che utilizza le moderne tecnologie di neuroimmagine, come la risonanza magnetica funzionale, per capire cosa avviene nel cervello quando osserviamo un’opera d’arte e ne siamo emozionati. Non è una scienza che pretende di spiegare l’arte: può essere definita piuttosto come un momento di incontro, un dialogo tra neuroscienziati, artisti e filosofi con lo scopo di comprendere meglio la nostra mente.

Perché mettere a contatto campi apparentemente così distanti? Perché, come i neurobiologi, anche gli artisti esplorano i limiti e le potenzialità della mente umana e quindi del cervello. Con gli strumenti a loro più consoni, la matita, la tela, il pennello o la stoffa, gli artisti indagano le capacità percettive della mente conducendo misurazioni diverse da quelle scientifiche, ma altrettanto accurate. Presentando le loro opere è quindi possibile raccontare qualcosa sul nostro cervello, perché durante il lavoro creativo essi esplorano, forse in modo inconsapevole, la propria mente.

Vedere è già un’operazione creativa

Uno dei punti centrali della neuroestetica è che la percezione non è mai un processo passivo. Partendo da un’illusione classica come il triangolo di Kanizsa, in cui il cervello percepisce una figura che sulla carta non esiste, fino a un capolavoro come la Pietà Rondanini di Michelangelo, si può mostrare come, per usare le parole di Henri Matisse, vedere sia già un’operazione creatrice. Fin dai primi e più semplici passi percettivi, il cervello si impone sugli stimoli visivi, permettendoci interpretazioni diverse della stessa immagine.

Anche l’astrazione che alcuni artisti raggiungono nelle proprie opere può essere letta come un’esplorazione dei meccanismi elementari della percezione delle forme complesse, sulla scia del percorso creativo di un maestro come Piet Mondrian. Persino i volti sfumati e privi di identità di certi dipinti hanno un effetto preciso: conducono a un maggiore coinvolgimento emotivo dello spettatore, che è chiamato a completare ciò che l’immagine lascia indefinito.

Il cervello modulare di fronte all’opera d’arte

Quando ammiriamo e ci emozioniamo davanti a un’opera, nel cervello si attivano aree diverse a seconda di ciò che stiamo guardando. Concentrandoci su un ritratto si attiva un’area specializzata nella percezione dei volti; osservando colori accesi diventa attiva l’area dedicata al colore; guardando una figura in movimento, per esempio una modella che sfila, si attiva l’area della percezione del movimento. Questo accade perché il cervello è altamente modulare: i principali attributi del mondo visibile, come il colore, la forma e il movimento, sono elaborati in aree precise e distinte.

La prova di questa specializzazione viene dai casi in cui una di queste aree è compromessa: se viene danneggiata l’area del colore, la percezione cromatica si perde e ciò che resta è un mondo visto in gradazioni di grigio spento. La ricchezza percettiva con cui viviamo un’opera d’arte dipende quindi dal lavoro coordinato di molte aree cerebrali specializzate.

Creatività, emozione e corteccia orbito-frontale

La creatività dell’artista, raccontava Ticini a proposito dell’incontro con uno stilista capace di schizzare in pochi minuti le bozze di una nuova collezione, è legata alla capacità di generare relazioni nuove e improvvise, che a loro volta dipendono dalla capacità del cervello di creare connessioni inedite tra le sue aree. Il risultato di questo lavoro creativo ci emoziona: gli artisti creano ciò che soddisfa e piace al loro cervello e, così facendo, creano qualcosa che emoziona anche gli altri.

Ognuno di noi vive esperienze estetiche differenti, ma dentro questa variabilità esistono processi comuni. Alla domanda sul perché un dipinto o un abito ci piaccia, la ricerca risponde indicando che una parte ben precisa del cervello, situata nella corteccia orbito-frontale, diventa attiva. È in quest’area, legata al piacere e alla valutazione, che si gioca buona parte della nostra risposta al bello. Proprio per approfondire questi temi è nata la Società Italiana di Neuroestetica, con l’obiettivo di comprendere qualcosa in più su come lavora il cervello attraverso l’incontro con l’arte.

Domande frequenti

La neuroestetica vuole spiegare l’arte?

No. Non pretende di spiegare l’arte, ma di comprendere meglio la mente. È un dialogo tra neuroscienze, arte e filosofia che usa l’esperienza estetica come via per studiare il funzionamento del cervello.

Perché guardando un’opera si attivano aree cerebrali diverse?

Perché il cervello è modulare: colore, forma e movimento sono elaborati in aree distinte e specializzate. Un ritratto attiva l’area dei volti, i colori accesi quella del colore, una figura in movimento quella del movimento.

Cosa determina il piacere estetico?

Nonostante le differenze individuali, esistono processi comuni. Quando un’opera ci piace, si attiva in particolare la corteccia orbito-frontale, un’area legata al piacere e alla valutazione di ciò che percepiamo.

La neuroestetica non riduce l’arte a un fatto cerebrale, ma usa l’emozione estetica per capire meglio la mente. Vedere è già un atto creativo, il cervello modulare attiva aree diverse per volti, colori e movimento, e il piacere del bello si accende nella corteccia orbito-frontale. Artisti e neuroscienziati, con strumenti diversi, esplorano lo stesso territorio: le potenzialità della mente umana.
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