Psicologia Clinica e Psicopatologia

La Memoria a Breve Termine è Causa della Dislessia e Disfagia

Come impariamo parole nuove? Una ricerca ha mostrato che nel nostro cervello esiste una sorta di “memoria di lavoro” (paragonabile alla RAM di un computer) strettamente legata alla memoria a breve termine. Una scoperta che apre prospettive interessanti per la diagnosi precoce di alcuni disturbi del linguaggio e dell’apprendimento, come la dislessia. Nota: questo articolo […]

Psicolab — La  Memoria a Breve Termine è Causa della Dislessia e Disfagia
Come impariamo parole nuove? Una ricerca ha mostrato che nel nostro cervello esiste una sorta di “memoria di lavoro” (paragonabile alla RAM di un computer) strettamente legata alla memoria a breve termine. Una scoperta che apre prospettive interessanti per la diagnosi precoce di alcuni disturbi del linguaggio e dell’apprendimento, come la dislessia.
Nota: questo articolo ha valore informativo e divulgativo. La dislessia e i disturbi del linguaggio sono condizioni del neurosviluppo che richiedono valutazione e presa in carico da parte di professionisti (neuropsichiatri infantili, logopedisti, psicologi). Il testo non sostituisce in alcun modo una diagnosi.

Una “RAM” nel cervello

Uno studio condotto da ricercatori italiani, nell’ambito della psicologia e delle neuroscienze, ha evidenziato che nel cervello (proprio come in un computer) esiste un dispositivo fondamentale per il controllo dell’apprendimento delle parole, direttamente collegato al funzionamento della memoria a breve termine. Semplificando molto, questo dispositivo potrebbe essere paragonato alla RAM dei computer: una memoria “di lavoro” che tiene attive le informazioni mentre le elaboriamo.

La portata di questa scoperta è significativa. Individuare con precisione dove e come il cervello impara nuove parole potrebbe contribuire, in futuro, a migliorare la fase diagnostica nei bambini con difficoltà legate a forme di dislessia o a disturbi del linguaggio, permettendo interventi più rapidi e mirati: per esempio nel trattamento logopedico.

Distinguere ciò che ha base neurologica

Un aspetto importante riguarda la possibilità di distinguere i ritardi del linguaggio che hanno una base neurologica da difficoltà di altra natura. Con strumentazioni non invasive: come la risonanza magnetica funzionale: gli studiosi ritengono di poter arrivare più rapidamente a identificare le aree cerebrali coinvolte nell’apprendimento “verbale”, contribuendo così allo sviluppo di strumenti diagnostici più raffinati.

Poter distinguere l’origine di una difficoltà è cruciale: consente di orientare il bambino verso il percorso più adatto, evitando sia sottovalutazioni sia interventi non pertinenti.

Non solo memoria a lungo termine

Per anni si è ritenuto che l’apprendimento di nuove parole dipendesse principalmente dalla memoria a lungo termine. Questa convinzione era sostenuta anche dal celebre caso del paziente noto in letteratura come H.M.: a seguito di un intervento neurochirurgico, riportò gravi danni irreversibili alla memoria, tanto da non riuscire più a formare nuovi ricordi, né ad apprendere vocaboli nuovi. Il suo caso divenne un punto di riferimento negli studi sulla memoria.

La ricerca più recente aggiunge però un tassello importante, mostrando il ruolo della memoria a breve termine (quella “memoria di lavoro”) nell’acquisizione di nuove parole. Un contributo che arricchisce e sfuma il quadro precedente.

Come è stato condotto lo studio

Lo studio ha coinvolto un gruppo di partecipanti con funzioni cognitive nella norma, sottoposti a tecniche di neuroimmagine (come la tomografia a emissione di positroni, PET) allo scopo di evidenziare le aree cerebrali connesse all’apprendimento di nuovi vocaboli.

Ai partecipanti è stato presentato un gran numero di neologismi, costruiti con cura in modo da non essere facilmente associabili a parole italiane esistenti. Questi termini inventati venivano abbinati a parole reali, formando coppie dal suono particolare: una sorta di “ritmo” della memoria (per esempio chirurgo-ponole, barile-ghevorta). Era previsto anche un compito di controllo con coppie di parole reali (come giardino-tiranno, pietra-gabbiano). Durante la fase di apprendimento, i partecipanti venivano sottoposti a una scansione cerebrale in grado di fornire immagini tridimensionali sul flusso sanguigno nelle diverse aree del cervello.

Il ruolo dell’emisfero sinistro

Le immagini raccolte, dopo una serie di analisi statistiche, hanno permesso di individuare le aree più attive nell’acquisizione delle nuove parole. Ma la ricerca è andata oltre l’identificazione delle regioni coinvolte: ha messo in luce anche la dinamica dell’apprendimento.

Il risultato principale è che l’apprendimento di nuove parole appare un fenomeno a prevalenza dell’emisfero sinistro. Questa predisposizione dell’emisfero sinistro a imparare nuovi vocaboli conferma ulteriormente la sua nota prevalenza nel linguaggio verbale. Un dato che, oltre al valore teorico, rafforza le basi neurologiche su cui costruire strumenti diagnostici sempre più precisi per i disturbi del linguaggio e dell’apprendimento.

Va ricordato, infine, che si tratta di ricerca di base: le ricadute cliniche richiedono tempo e ulteriori conferme. Ma studi come questo mostrano quanto la comprensione del cervello possa tradursi, gradualmente, in un aiuto concreto per tanti bambini.

Domande frequenti

Cosa ha scoperto questa ricerca?

Che nel cervello esiste un dispositivo legato alla memoria a breve termine, paragonabile alla RAM di un computer, coinvolto nell’apprendimento delle parole. Ha inoltre individuato le aree cerebrali attive nell’acquisizione di nuovi vocaboli, mostrando una prevalenza dell’emisfero sinistro.

Perché è importante per la dislessia?

Perché comprendere come e dove il cervello impara nuove parole può contribuire a diagnosi più precoci e mirate dei disturbi del linguaggio e dell’apprendimento, come la dislessia. Consente inoltre di distinguere le difficoltà con base neurologica da quelle di altra natura, orientando l’intervento.

Chi era il paziente H.M.?

È un celebre caso della letteratura scientifica: dopo un intervento neurochirurgico riportò gravi danni irreversibili alla memoria, non riuscendo più a formare nuovi ricordi né ad apprendere vocaboli. Il suo caso sostenne a lungo l’idea che l’apprendimento delle parole dipendesse dalla memoria a lungo termine.

Cosa significa che l’apprendimento è “a prevalenza dell’emisfero sinistro”?

Significa che le aree più attive nell’acquisizione di nuove parole si trovano prevalentemente nell’emisfero sinistro del cervello. È un dato coerente con la sua nota specializzazione nel linguaggio verbale, e rafforza le basi neurologiche utili a sviluppare strumenti diagnostici più precisi.

Una ricerca ha mostrato che nel cervello esiste un dispositivo legato alla memoria a breve termine (paragonabile alla RAM di un computer) coinvolto nell’apprendimento delle parole. La scoperta sfuma la convinzione, a lungo dominante (sostenuta dal caso del paziente H.M.), che l’apprendimento dei vocaboli dipendesse solo dalla memoria a lungo termine. Con tecniche di neuroimmagine, i ricercatori hanno fatto apprendere ai partecipanti coppie di parole reali e inventate, individuando le aree cerebrali attive: l’apprendimento risulta a prevalenza dell’emisfero sinistro, confermandone il ruolo nel linguaggio verbale. Il valore pratico sta nella possibilità di diagnosi più precoci e mirate dei disturbi del linguaggio e dell’apprendimento, come la dislessia, distinguendo le difficoltà con base neurologica. Restano necessarie ulteriori conferme cliniche.
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