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La Maschera

C’è una mezzanotte in cui ognuno deve togliersi la maschera, scriveva Kierkegaard. Ma la maschera non è solo finzione: nell’antichità era ponte con il sacro, e ancora oggi ci parla di verità nascoste, di arte e di ciò che ci tocca senza che sappiamo spiegare perché. Un viaggio tra mito, filosofia e fotografia alla scoperta […]

Psicolab — La Maschera
C’è una mezzanotte in cui ognuno deve togliersi la maschera, scriveva Kierkegaard. Ma la maschera non è solo finzione: nell’antichità era ponte con il sacro, e ancora oggi ci parla di verità nascoste, di arte e di ciò che ci tocca senza che sappiamo spiegare perché. Un viaggio tra mito, filosofia e fotografia alla scoperta del potere della maschera.

La maschera come ponte con l’invisibile

Nell’antichità i miti venivano rappresentati con l’ausilio della maschera, per indicare l’esistenza di un altro mondo, dotato di una propria natura ed estetica. L’umanità la utilizzava per chiarire la comunicazione tra l’uomo e gli dèi: era, al tempo stesso, opera d’arte e medium spirituale.

La maschera aveva una peculiarità straordinaria: pur non esistendo in natura, permetteva di investigare l’invisibile, di contattare l’intoccabile attraverso il riflesso delle cose naturali. Donava all’uomo uno stato di coscienza non ordinario, capace di immergerlo in una dimensione spirituale che la coscienza quotidiana, da sola, non poteva offrire. Per questo le maschere erano custodite in luoghi sacri e suscitavano rispetto: la loro essenza aveva a che fare con qualcosa di profondo, con il carattere, con quello che gli antichi chiamavano il daimon.

Dioniso, dio della maschera e del paradosso

Gli antichi greci veneravano Dioniso come dio della maschera e del paradosso. Divinità dalle due facce, doppia, sfuggente, Dioniso trovava proprio nel dualismo della maschera l’essenza della sua natura: presente e insieme invisibile, incarnata e insieme trascendente. Una figura tanto potente e destabilizzante che, molto più tardi, sarebbe stata bandita come “diavolo” per il timore che poteva incutere.

La maschera, insomma, non è mai stata solo un travestimento. È un oggetto che dà forma all’invisibile, che rende presente ciò che sfugge, che tiene insieme gli opposti. E in questo sta la sua straordinaria forza simbolica, che attraversa i secoli fino a noi.

“La maschera non è finzione”

È interessante notare come un pensatore moderno come Roland Barthes abbia attribuito alla maschera una funzione simile a quella che le riconoscevano gli antichi. “La maschera non è finzione”, osservava: non è un semplice nascondimento, ma un modo per rivelare qualcosa di più profondo. Ogni linguaggio e ogni strumento artistico, grazie al proprio implicito dualismo, può in fondo svolgere una funzione di maschera, mostrare e nascondere insieme, dire una verità attraverso un’immagine.

Il punctum e lo studium nella fotografia

Barthes ha sviluppato queste idee soprattutto a proposito della fotografia. Nel suo celebre saggio distingue due elementi che compongono l’esperienza di un’immagine.

  • Lo studium appartiene al contesto del gusto e della cultura: è ciò che apprezziamo in modo educato, l’interesse “accettabile” per un’immagine, il suo piacere condivisibile.
  • Il punctum è invece qualcosa di più intimo e imprevedibile: piccole aree dell’immagine che catturano l’attenzione emotiva dell’osservatore, quasi tenendola “in ostaggio”. È il luogo in cui si colloca la risonanza emozionale, il filo viscerale che lega chi guarda all’immagine, per ragioni misteriose e spesso non intenzionali.

È il punctum, secondo Barthes, a fare la differenza tra una fotografia artistica e una semplicemente ben eseguita. Quell’elemento vitale, vibrante, che ci rapisce a nostra insaputa, è ciò che avvicina la fotografia allo spirito della maschera: la capacità di toccare qualcosa di vero in noi.

La tecnica non basta

Da questa prospettiva, Barthes formula un’idea sorprendente: gli elementi puramente tecnici sono in gran parte irrilevanti ai fini della vera esperienza fotografica. Tra i grandi fotografi, pochi sono capaci di “veicolare la maschera”, di offrire un’esperienza insieme emotiva e persino politica.

È facile, osservava, lasciarsi sedurre e assorbire dall’elemento estetico a scapito di quello interiore ed emozionale. Anzi, arriva a sostenere che spesso è l’amatore, e non il professionista, ad avere più possibilità di avvicinarsi allo spirito della fotografia: proprio perché non ossessionato da parametri tecnici che rischiano di scivolare nella superficialità dei contenuti. Ciò che conta non è la perfezione formale, ma la capacità di trasmettere vita e verità intima.

Far scivolare via la maschera

Torniamo così al punto di partenza, all’immagine di Kierkegaard: c’è una mezzanotte in cui ognuno deve togliersi la maschera. Il filosofo danese ricordava che in ogni essere umano c’è qualcosa che gli impedisce di essere perfettamente trasparente, persino a sé stesso; e che chi non riesce a rivelarsi a sé stesso non riesce nemmeno ad amare.

Ecco il paradosso affascinante: la maschera, che sembra nascondere, è in realtà uno strumento per arrivare alla verità. Le immagini tecnicamente perfette sono innumerevoli, ma solo poche sono capaci di trasmettere vita, di far vibrare qualcosa dentro di noi, e, per un istante, di far “scivolare via la maschera a mezzanotte”. È lì, in quel momento di autenticità, che arte, spiritualità e conoscenza di sé si incontrano.

Domande frequenti

Qual era la funzione della maschera nell’antichità?

Era un ponte tra l’uomo e il sacro: rappresentava i miti, chiariva la comunicazione con gli dèi e permetteva di “contattare l’invisibile”. Insieme arte e medium spirituale, donava uno stato di coscienza non ordinario e per questo era custodita in luoghi sacri e circondata di rispetto.

Perché Dioniso è il dio della maschera?

Perché incarna il dualismo e il paradosso: divinità doppia, presente e insieme invisibile, incarnata e trascendente. La maschera esprime perfettamente questa natura ambivalente, capace di tenere insieme gli opposti. Non a caso fu poi vista come figura destabilizzante e bandita.

Cosa sono il punctum e lo studium di Barthes?

Sono due elementi dell’esperienza di un’immagine. Lo studium è l’interesse culturale ed educato, il piacere condivisibile. Il punctum è il dettaglio che cattura emotivamente l’osservatore in modo imprevedibile, il filo viscerale che lega chi guarda all’immagine: è ciò che distingue una foto artistica da una solo ben eseguita.

Perché la tecnica non basta in fotografia?

Perché, secondo Barthes, gli elementi tecnici sono in gran parte irrilevanti rispetto alla capacità di trasmettere vita e verità intima. Ci si lascia spesso sedurre dall’estetica a scapito dell’emozione; talvolta è l’amatore, non il professionista, ad avvicinarsi di più allo spirito della fotografia.

La maschera non è solo finzione. Nell’antichità era un ponte con il sacro, arte e medium spirituale insieme, capace di dare forma all’invisibile e di donare uno stato di coscienza non ordinario. Dioniso, dio del paradosso, incarnava il suo dualismo. Roland Barthes ne ha ripreso la funzione parlando di fotografia: distingue lo studium (interesse culturale ed educato) dal punctum (il dettaglio che cattura emotivamente l’osservatore, filo viscerale tra chi guarda e l’immagine). È il punctum a rendere un’immagine viva e autentica, non la perfezione tecnica: spesso è l’amatore, non il professionista, ad avvicinarsi allo spirito della fotografia. Come nella mezzanotte di Kierkegaard, la maschera che sembra nascondere è in realtà strumento di verità: chi non sa rivelarsi a sé stesso non sa amare.
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