Una professione in crescita, ancora poco chiara
Il counseling si sta diffondendo rapidamente anche in Italia, ma la percezione di questa professione resta spesso confusa e viene sovrapposta a quella dello psicologo. La formazione del counselor avviene attraverso una scuola specifica, generalmente di tre anni, che integra parti teoriche, pratiche, di tirocinio e di supervisione.
È utile chiarire un punto importante: counseling e psicologia sono ambiti distinti. Il counseling non mira a impostare la relazione di aiuto secondo la sequenza diagnosi-terapia-guarigione, tipica dell’intervento clinico, ma accompagna la persona (chiamata “cliente”) nel suo cammino verso una maggiore consapevolezza e verso la soluzione di un problema circoscritto. Va sottolineato che il counseling si occupa di difficoltà che rimangono nella sfera della normalità, non di disturbi psicopatologici, che restano di competenza di figure specializzate come lo psicologo o lo psicoterapeuta.
Il counseling come “relazione di aiuto”
Il counseling nasce nell’alveo della psicologia umanistica e lavora all’interno della relazione umana che si stabilisce tra cliente e counselor, usando la relazione stessa come strumento di crescita. Per questo viene anche definito “relazione di aiuto”.
L’obiettivo non è cercare le cause profonde nella struttura della personalità, ma costruire schemi di pensiero alternativi e fornire alla persona mezzi e risorse per affrontare “una difficoltà circoscritta della sua esistenza”. Il counseling fa leva sulle risorse interiori del cliente, lavorando insieme a lui verso un obiettivo condiviso, senza addentrarsi nell’analisi delle sovrastrutture della personalità.
La metodologia della Gestalt
La Gestalt è una metodologia sviluppata a partire dalla metà del Novecento da Fritz Perls, considerato il padre di questo approccio. Essa lavora sul funzionamento omeostatico dell’essere umano, in relazione ai bisogni biologici, sociali ed emotivi. L’idea di fondo è che quando un bisogno viene soddisfatto, subito ne emerge un altro in cerca di appagamento: se questo ciclo si interrompe, nascono le difficoltà.
Per la Gestalt, il disagio che la persona porta nella relazione di aiuto è il segno di una difficoltà propria del vivere umano. L’essere umano, come ogni organismo, si muove costantemente alla ricerca di un equilibrio, in una continua opera di riequilibrio degli squilibri. La difficoltà sta nel sapersi autoregolare di fronte a stimoli sempre nuovi. Perls riprese anche l’idea dell’integrità dell’organismo e della sua spinta verso l’autorealizzazione, presente indipendentemente da quanto l’organismo possa apparire in difficoltà.
Figura-sfondo, contatto e ritiro
L’autoregolazione avviene attraverso il meccanismo figura-sfondo: continuamente una necessità emerge in “figura”, mettendo il resto sullo “sfondo”, trova soluzione e lascia spazio a nuove necessità. Ripercorrere questo “ciclo di vita gestaltico” permette di individuare il punto di rottura su cui intervenire.
Il ciclo si muove tra due poli: il contatto e il ritiro. Il contatto è il momento in cui si prende coscienza di un’esigenza, da cui si parte per superarla e tornare al “vuoto gestaltico”, uno spazio di attesa in cui una nuova necessità potrà emergere. Questa polarità non è né positiva né negativa: il metodo gestaltico vuole valutare, non giudicare. La dicotomia è necessaria alla vita, un po’ come il buio si comprende solo attraverso l’esperienza della luce.
Consapevolezza, presente e integrazione
Un tema centrale della Gestalt è la consapevolezza. Valutare senza giudicare passa per l’accettazione dei molteplici “Io” che convivono nella personalità di ciascuno: riconoscerli significa avere a disposizione diverse risorse per affrontare gli ostacoli della vita. Spesso, invece, gli stereotipi sociali spingono le persone a conformarsi alle aspettative esterne anziché alle proprie, favorendo una vita reattiva più che autentica e creativa.
La Gestalt propone di evitare la “massificazione” degli individui e di favorire l’integrazione delle parti, attraverso una maturazione che passa dallo sviluppo della consapevolezza delle proprie emozioni, pensieri, sensazioni e desideri. L’altro fronte è il qui-e-ora: l’accento è posto sul presente, fatto di ricordi e speranze, ma pur sempre presente. I disagi, anche se originati nel passato, vengono considerati solo per come interferiscono con la situazione attuale. Abitare il presente permette di allontanarsi da rimuginazioni e idealizzazioni, e di lavorare sulle reali risorse della persona. La ricerca ostinata di un “colpevole” nel passato è considerata inutile al cambiamento.
Il ruolo del counselor
Il percorso passa attraverso la consapevolezza di sé, l’accettazione dei propri pregi e difetti e il riconoscimento di sé per ciò che si è, al di là delle “maschere” che la società ci propone: il marito perfetto, la moglie ideale, lo studente modello. Maschere che ci impediscono di affrontare il rischio di essere noi stessi, con il timore dell’insuccesso, ma anche con la responsabilità della propria vita.
Il counselor lavora dentro la relazione umana con il cliente, usandola come possibilità di crescita. Perché questa relazione sia realmente efficace, il counselor deve viverla con onestà, condividendo anche il proprio “esserci”. È in questa autenticità della relazione che risiede, in fondo, il cuore della professione.
Domande frequenti
Che differenza c’è tra counselor e psicologo?
Sono professioni distinte. Il counselor accompagna la persona verso una maggiore consapevolezza su difficoltà circoscritte che rimangono nella sfera della normalità, senza seguire la sequenza diagnosi-terapia. I disturbi psicopatologici restano di competenza di figure specializzate come lo psicologo o lo psicoterapeuta.
Cos’è il counseling gestaltico?
È un approccio basato sulla metodologia della Gestalt di Fritz Perls, che lavora sull’equilibrio dei bisogni della persona, sulla consapevolezza e sul “qui-e-ora”. Usa la relazione umana come strumento di crescita, valorizzando le risorse del cliente.
Cosa significa il meccanismo “figura-sfondo”?
È il processo di autoregolazione per cui, di volta in volta, una necessità emerge in primo piano (“figura”), viene affrontata e lascia spazio ad altre. Si muove tra due poli, contatto e ritiro, e ripercorrerlo aiuta a individuare il punto su cui intervenire.
Perché la Gestalt insiste sul “qui-e-ora”?
Perché mette l’accento sul presente, considerando i disagi passati solo per come interferiscono con la situazione attuale. Abitare il presente permette di allontanarsi da rimuginazioni e idealizzazioni e di lavorare sulle reali risorse della persona.
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