Un tema con troppi livelli di lettura
Parlare della morte è difficile, perché è un argomento vastissimo, con molti livelli di interpretazione. Se ne può parlare in chiave religiosa, chiedendosi se esista davvero un aldilà. Se ne può parlare in chiave sociologica, interrogandosi sulle cause prevalenti di morte in un dato periodo. Se ne può parlare in chiave legislativa, discutendo della colposità o della preterintenzionalità di un omicidio.
C’è però un aspetto meno immediato e più profondamente psicologico: la morte ha più soggetti. Per dirla in modo diretto, chi è che può morire? Può morire una persona a noi sconosciuta, può morire un conoscente, può morire un nostro caro, e infine possiamo morire noi stessi. Quattro soggetti distinti, quattro morti diverse, che generano in noi emozioni altrettanto diverse.
I quattro soggetti della morte
Muore uno sconosciuto
La reazione alla notizia è decisamente soggettiva. La persona più aperta ed empatica arriverà forse a “sentire” il dolore che provano i cari del defunto, cosciente di cosa significhi perdere qualcuno. Chi è più chiuso, meno avvezzo alla condivisione delle emozioni, resterà probabilmente indifferente, trattandosi di qualcosa che non lo riguarda in prima persona.
Muore un conoscente
Non ci siamo legati affettivamente, ma lo conosciamo da tempo, ci abbiamo parlato più volte, sappiamo qualcosa della sua storia. Proviamo dolore, restiamo turbati. Raccontiamo la notizia in famiglia, quasi a condividere il dispiacere per alleggerirlo. Dopo qualche giorno, probabilmente, non ci pensiamo più.
Muore una persona cara
La reazione è di incredulità, disperazione, catastrofe. La perdita di una persona veramente cara, come un figlio o un genitore, può diventare un vero trauma per chi resta, soprattutto se la morte è improvvisa, come accade con un incidente stradale. All’impatto traumatico segue di solito un periodo di negazione dell’evento, durante il quale la persona perduta resta viva nella nostra mente; poi arrivano l’accettazione della morte e la ricostruzione della sua immagine nel nostro immaginario. È il processo che chiamiamo elaborazione del lutto. Un lutto mal elaborato può condurre a depressione profonda o ad altri problemi psicologici.
Moriamo noi
Qui le cose cambiano del tutto. Come ricorda Epicuro nella “Lettera a Meneceo”, quando noi ci siamo la morte non c’è, e quando essa sopravviene noi non ci siamo più. Paradossalmente, dunque, sembra proprio che sia la nostra morte a preoccuparci di meno.
La distanza a cui morire
Il significato che la morte assume per noi è strettamente legato alla distanza: una distanza autoriferita, misurata a partire da noi stessi. Il dolore che ne deriva risulta inversamente proporzionale a questa distanza. Lo stesso evento, del resto, si esprime contemporaneamente su tutti i livelli: muore il signor Rossi, caro ai suoi familiari, conosciuto dai vicini di casa, sconosciuto agli abitanti di un’altra città.
Più ci si allontana dallo spazio di vita che quella persona occupava, più il dolore si attenua, fino a sparire. E, alla distanza zero, il signor Rossi non prova dolore per la propria morte, perché lui stesso non c’è più. I due opposti coincidono nell’assenza del dolore: chi è più lontano non soffre, e chi è al centro dell’evento non può più soffrire.
Il rispetto per il dolore
C’è però una cosa da tenere sempre presente. Anche quando ci troviamo alla massima distanza dall’evento morte, ci sarà sempre qualcuno, e quasi certamente più di uno, che si trova a una distanza molto prossima allo zero e che prova un dolore ben maggiore del nostro. Nessuno può chiederci di provare un dolore che, in un certo senso, non ci spetta.
Quello che possiamo e dobbiamo avere, però, è il rispetto per il dolore. Chiunque venga sfiorato dalla morte subisce una perdita che nessuno vorrebbe mai subire. Riconoscere questa asimmetria delle emozioni, senza fingere sentimenti che non abbiamo ma senza minimizzare quelli altrui, è forse il modo più maturo di stare accanto a chi soffre.
Domande frequenti
Perché la morte di una persona cara è più dolorosa?
Perché il dolore è legato alla distanza affettiva: più la persona è vicina alla nostra vita, più intensa è la reazione. La perdita di un caro, specie se improvvisa, può diventare un trauma e richiede un percorso di elaborazione del lutto per essere integrata.
Che cos’è l’elaborazione del lutto?
È il processo psicologico che, dopo la perdita, porta dalla negazione iniziale dell’evento all’accettazione della morte, fino alla ricostruzione dell’immagine della persona perduta nel proprio mondo interno. Quando questo processo si blocca, il lutto mal elaborato può favorire depressione o altri disturbi.
Perché temiamo meno la nostra morte di quella degli altri?
Lo suggeriva già Epicuro: finché ci siamo, la morte non c’è, e quando arriva non ci siamo più. La nostra morte, alla distanza zero, non produce in noi dolore, mentre la perdita degli altri ci raggiunge in base a quanto ci erano vicini.
Come ci si comporta di fronte al dolore di chi ha perso qualcuno?
Non è necessario provare lo stesso dolore, che dipende dalla distanza affettiva, ma è fondamentale avere rispetto per il dolore altrui. Riconoscere che qualcuno è più vicino alla perdita e soffre più di noi permette di stare accanto a chi resta senza minimizzare né forzare le emozioni.
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