Psicologia Sociale e del Comportamento

La disorganizzazione dell’attaccamento: implicazioni cliniche

L’attaccamento disorientato e disorganizzato è il quarto stile, riconosciuto da Main e Solomon nel 1986 per descrivere quei bambini che, nella strange situation di Ainsworth, non rientravano in nessuno dei tre pattern organizzati. Non è un pattern in più accanto agli altri: è l’assenza di una strategia coerente. Ed è proprio questa assenza a renderlo […]

Psicolab — La disorganizzazione dell’attaccamento: implicazioni cliniche
L’attaccamento disorientato e disorganizzato è il quarto stile, riconosciuto da Main e Solomon nel 1986 per descrivere quei bambini che, nella strange situation di Ainsworth, non rientravano in nessuno dei tre pattern organizzati. Non è un pattern in più accanto agli altri: è l’assenza di una strategia coerente. Ed è proprio questa assenza a renderlo clinicamente rilevante.

Come nasce la categoria: quando la classificazione non regge

Quanto oggi sappiamo sullo stile di attaccamento disorientato e disorganizzato trova la propria origine nelle osservazioni di Main e Solomon (1986). I due autori scelsero questa etichetta per descrivere bambini caratterizzati da un insieme di comportamenti che, alla strange situation di Ainsworth (Ainsworth e collaboratori, 1978), non ne consentivano la classificazione nei tre classici pattern organizzati: sicuro, insicuro evitante, insicuro ansioso ambivalente, detto anche resistente.

Vale la pena soffermarsi su cosa significhi, qui, “organizzato”. Ciascuno dei tre pattern classici è una strategia coerente per gestire l’attivazione del sistema di attaccamento in presenza di una figura di riferimento. Il bambino sicuro cerca il contatto e si lascia consolare. Il bambino evitante minimizza il segnale di bisogno e sposta l’attenzione sull’ambiente. Il bambino ambivalente amplifica il segnale e fatica a placarsi anche dopo il ricongiungimento. Sono tre soluzioni diverse allo stesso problema, ma sono soluzioni: hanno una logica interna, e un osservatore le riconosce.

Ciò che Main e Solomon videro nei filmati era di natura diversa. Comportamenti contraddittori eseguiti in sequenza o simultaneamente, movimenti incompleti e interrotti a metà, stereotipie, posture anomale, immobilizzazioni improvvise, espressioni di paura rivolte proprio verso il genitore. Non una strategia diversa, ma il collasso momentaneo di ogni strategia.

Il paradosso del caregiver: paura senza soluzione

L’introduzione di un quarto stile per la classificazione dell’attaccamento ha aperto nuove prospettive di indagine, rinnovando l’interesse dei ricercatori. Main e Hesse (1990, 1992), all’origine del pattern disorientato e disorganizzato, hanno individuato una figura di attaccamento spaventata o spaventante.

Questa formulazione è il cuore teorico della questione. Il sistema di attaccamento ha una funzione biologica precisa: di fronte al pericolo, il bambino cerca la vicinanza della figura di riferimento. Ma se la figura di riferimento è essa stessa la fonte dell’allarme, oppure appare a sua volta terrorizzata da qualcosa che il bambino non vede, allora il pericolo e il rifugio coincidono. Le due tendenze, avvicinarsi e fuggire, si attivano insieme e si annullano. È la condizione che la letteratura descrive come “fright without solution”, paura senza via d’uscita: nessun comportamento è disponibile, e il comportamento si disorganizza.

Nella maggior parte dei casi non si tratta di maltrattamento intenzionale. Main e Hesse hanno collegato i comportamenti spaventati e spaventanti del genitore alla presenza di un lutto o di un trauma non risolto nella sua storia. Il genitore, in certi momenti, entra in uno stato mentale alterato dal proprio passato, e in quei momenti il bambino coglie un’espressione, una postura, un tono che non sa decifrare. Il fenomeno è transitorio, spesso invisibile a chi lo agisce, e proprio per questo difficile da correggere con la sola buona volontà.

Che cosa distingue la disorganizzazione dall’insicurezza

Una precisazione utile, perché la confusione è frequente. Gli stili insicuri evitante e ambivalente sono adattamenti: risposte sensate a un ambiente prevedibilmente poco responsivo o incoerente. Non sono disturbi, e la gran parte dei bambini insicuri non svilupperà mai una psicopatologia. La disorganizzazione, invece, non adatta nulla: segnala che, in quel momento, il bambino non ha potuto costruire alcuna risposta. Nella pratica di ricerca la classificazione D viene attribuita in aggiunta a un pattern organizzato sottostante, perché la disorganizzazione tende a manifestarsi in episodi, non come stato permanente.

Le implicazioni cliniche: coscienza, dissociazione, vulnerabilità

Liotti (1991, 2001) ha proposto che il pattern disorientato e disorganizzato porti a una certa disposizione a fare esperienza, in età adulta, di alterazioni dello stato di coscienza. La linea del ragionamento è coerente con l’origine del fenomeno. Se la relazione precoce ha imposto rappresentazioni di sé e dell’altro inconciliabili tra loro, il genitore come salvatore, come persecutore e come vittima, allora il bambino non può integrarle in un unico modello operativo interno. Ne conserva più di uno, alternativi e incompatibili, e questa molteplicità non integrata è il precursore relazionale di ciò che in clinica chiamiamo dissociazione.

Va detto con precisione che cosa questa letteratura afferma e che cosa non afferma. La ricerca ha associato l’attaccamento disorganizzato a una maggiore vulnerabilità: difficoltà di regolazione emotiva, problemi nella relazione con i pari, e in età successiva una disposizione ad alterazioni della coscienza e a quadri dissociativi. Non afferma che l’attaccamento disorganizzato causi un disturbo, né che chi ha ricevuto quella classificazione da bambino svilupperà una psicopatologia. Il rapporto è probabilistico e mediato da molti altri fattori: temperamento, eventi di vita, presenza di altre relazioni di attaccamento riparative, contesto sociale.

Vale qui il principio della psicopatologia dello sviluppo: strade diverse possono portare allo stesso esito, e uno stesso punto di partenza può condurre a esiti molto diversi. Un singolo antecedente precoce, per quanto rilevante, non determina un destino.

Perché la categoria è stata così importante per la ricerca

Il quarto stile ha cambiato l’agenda degli studi sull’attaccamento per una ragione metodologica prima ancora che clinica. Fino ad allora i casi non classificabili venivano trattati come rumore, forzati dentro una delle tre categorie o esclusi dai campioni. Riconoscere che quel residuo aveva una struttura propria ha permesso di studiarlo, di collegarlo alla storia irrisolta del genitore e di seguirne gli esiti nel tempo. È un buon esempio di come, in psicologia, l’anomalia che resiste alla classificazione sia spesso l’indizio più prezioso.

Domande frequenti

Chi ha individuato l’attaccamento disorganizzato?

Main e Solomon, nel 1986. Scelsero l’etichetta disorientato e disorganizzato per descrivere bambini i cui comportamenti nella strange situation di Ainsworth non erano classificabili nei tre pattern organizzati: sicuro, insicuro evitante, insicuro ansioso ambivalente.

Che cosa significa “fright without solution”?

Descrive la condizione in cui la figura di attaccamento è insieme la fonte dell’allarme e l’unico rifugio possibile. Le tendenze ad avvicinarsi e ad allontanarsi si attivano contemporaneamente e nessun comportamento risulta praticabile: il risultato è la disorganizzazione momentanea della condotta.

L’attaccamento disorganizzato è sempre effetto di un maltrattamento?

No. Main e Hesse hanno collegato il pattern alla presenza, nel genitore, di un lutto o di un trauma non risolto, che si traduce in comportamenti spaventati o spaventanti spesso brevi e non intenzionali. Il maltrattamento è uno dei percorsi possibili, non l’unico.

Un bambino con attaccamento disorganizzato svilupperà un disturbo?

Non necessariamente. La ricerca lo associa a una maggiore vulnerabilità, in particolare a difficoltà di regolazione emotiva e a una disposizione ad alterazioni dello stato di coscienza. Si tratta di un fattore di rischio probabilistico, mediato da temperamento, eventi di vita e presenza di altre relazioni significative, non di una causa diretta.

La disorganizzazione dell’attaccamento non è un quarto modo di gestire il legame: è il momento in cui nessun modo è disponibile, perché chi dovrebbe proteggere è anche ciò che spaventa. Da qui l’ipotesi clinica più feconda, quella di Liotti: rappresentazioni di sé e dell’altro inconciliabili, mai integrate, che predispongono ad alterazioni della coscienza in età adulta. Una vulnerabilità, non una condanna.
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