Quando l’amore diventa dipendenza
Cercare un legame stabile, scegliere un partner e vivere in coppia è un comportamento profondamente umano e socialmente sostenuto. Fin dall’antichità l’amore è stato raccontato come la ricerca della propria “metà”: basti pensare al celebre mito platonico delle mezze mele in cerca l’una dell’altra. Provare dolore per amore, del resto, è qualcosa che tutti conosciamo e che la cultura accetta e comprende.
C’è però una soglia oltre la quale il sentimento si trasforma in qualcos’altro. Quando l’altro diventa un’ossessione, quando il distacco è vissuto come intollerabile e l’assenza come devastante, il legame smette di essere amore e diventa dipendenza affettiva: in inglese love addiction. Dell’emozione originaria resta solo un desiderio struggente, mentre la relazione si fa “tossica”, impossibile da lasciare anche quando fa soffrire.
Una dipendenza tra le altre
La psicologia riconosce da tempo diverse forme di dipendenza. Accanto a quelle legate a sostanze, esistono le cosiddette dipendenze comportamentali, in cui l’oggetto non è una droga ma un’attività o una persona. Si parla così di dipendenza dal gioco d’azzardo, dallo shopping, dal lavoro, dal sesso o da internet. In tutte, ciò che conta è che la dipendenza finisce per occupare quasi interamente il tempo, i pensieri e le energie della persona, danneggiandone salute, lavoro e relazioni.
La dipendenza affettiva è forse la più silenziosa di tutte: non produce effetti collaterali evidenti, non fa rumore, se non nella mente di chi la vive. Proprio per questo è spesso sottovalutata, anche se può risultare altrettanto invalidante. Quando l’altro diventa il primo pensiero del mattino e l’ultimo della sera, a scapito di sé, ci si trova in preda a un’ossessione che ha poco a che fare con l’amore.
La danza tra chi insegue e chi fugge
La dipendenza affettiva segue spesso un copione preciso, che non è quello della reciprocità. Uno insegue, l’altro fugge; uno chiede, l’altro si nega; uno dice “ho bisogno di te”, l’altro si volta dall’altra parte. Apparentemente uno è “dipendente” e l’altro “anti-dipendente”, ma in realtà si tratta di una dinamica a due in cui entrambi hanno bisogno del ruolo dell’altro per esistere.
Il bisogno di inseguire, in uno, è speculare al bisogno di rifiutare, nell’altro. Chi fugge, negandosi, punisce inconsciamente il partner; ma se per caso si ferma e diventa disponibile, spesso i ruoli si invertono, e chi prima inseguiva comincia a prendere le distanze. La “danza” resta identica. È una dinamica frequente, per esempio, nelle relazioni in cui uno dei due ha una dipendenza: l’altro si erge a “salvatore”, finendo per dipendere, a sua volta, da chi dipende.
Una nota importante
Quando l’inseguimento sfocia nel controllo ossessivo, nelle molestie o in comportamenti persecutori (stalking), o quando nella relazione compare la violenza, non si è più di fronte solo a una sofferenza psicologica: si entra in un territorio che può mettere a rischio la sicurezza delle persone. In questi casi è fondamentale rivolgersi a professionisti e ai servizi dedicati, senza affrontare la situazione da soli.
Il “co-dipendente” e l’illusione di salvare l’altro
Chiamiamo per convenzione co-dipendente chi centra la propria vita sul tentativo di cambiare o “salvare” l’altro. Lo fa in apparente buona fede: bere fa male, il gioco rovina, il lavoro eccessivo toglie tempo alla vita. Così parte per la sua “crociata”, convinto di poter risolvere i problemi del partner in nome dell’amore. Il suo schema mentale obbedisce a un mantra: “se solo non ci fosse… l’alcol, l’altra persona, il gioco… allora potrei averlo tutto per me e sarei finalmente felice”.
È un’illusione. Nessuno cambia perché glielo chiede un altro, ma solo se lo desidera nel profondo. Il co-dipendente cerca in realtà di riempire un proprio vuoto con l’esistenza dell’altro, così come chi ha una dipendenza cerca di colmarlo con una sostanza o un comportamento. Entrambi, in fondo, hanno la stessa difficoltà: non riescono a stare con se stessi, ad ascoltare e accudire i propri bisogni senza aggrapparsi a qualcosa o qualcuno di esterno.
Le radici e la via d’uscita
Il bisogno di “sentirsi uno” con l’altro ha origini remote. Le teorie dell’attaccamento mostrano quanto sia importante, fin dai primi legami con le figure di cura, sviluppare una base sicura interiore. Quando questa base si costruisce, impariamo a tollerare l’assenza, la frustrazione e il distacco. Quando invece questo passaggio è mancato, possiamo restare con un bisogno inappagato, cercando negli altri una “presa” a cui attaccarci per sentirci interi.
La via d’uscita assomiglia a quella di ogni altra dipendenza: ricostruire la propria identità e autostima, imparare a stare bene con se stessi senza aggrapparsi, riempire la propria vita di ciò che ci appartiene. Si tratta di diventare, in un certo senso, “genitori buoni di se stessi”, prendendosi la responsabilità di ascoltare e soddisfare i propri bisogni. La creatività, la cura di sé e la costruzione di una vita piena di significati propri sono parte di questo cammino, che è lungo e costellato di ricadute, ma possibile. Solo imparando a stare bene da soli possiamo poi avvicinarci all’altro davvero, senza soffocarlo. È da qui (e solo da qui) che diventa possibile incontrare e amare l’altro nella sua libertà.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra amore e dipendenza affettiva?
Nell’amore c’è reciprocità, libertà e rispetto. Nella dipendenza affettiva l’altro diventa un’ossessione, il distacco è vissuto come intollerabile e la persona perde di vista se stessa. Quando il partner conta più della propria stessa vita, non si tratta più di amore ma di dipendenza.
Cos’è la co-dipendenza?
È la condizione di chi centra la propria vita sul tentativo di cambiare o “salvare” l’altro, spesso un partner con una dipendenza. Il co-dipendente cerca di riempire un proprio vuoto interiore attraverso l’esistenza dell’altro, illudendosi di poterlo guarire.
Da dove nasce la dipendenza affettiva?
Spesso affonda le radici nei primi legami di attaccamento. Quando non si è costruita una base sicura interiore, si può restare con un bisogno inappagato di “sentirsi uno”, cercando negli altri qualcosa che ci faccia sentire completi.
Come se ne esce?
Ricostruendo la propria identità e autostima, imparando a stare bene con se stessi e a prendersi cura dei propri bisogni. È un cammino lungo, con possibili ricadute, in cui l’aiuto di un professionista è prezioso, soprattutto se nella relazione compaiono controllo ossessivo o violenza.
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