Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

La Criminalità Femminile come Differenza tra i Sessi: Teorie Classiche

Perché, storicamente, le donne compaiono molto meno degli uomini tra gli autori di reato? Le teorie classiche hanno cercato di spiegarlo in modi diversi, spesso condizionati da una visione del mondo maschile e datata. Ripercorrerle con occhio critico è utile per riconoscere quanto i pregiudizi di genere abbiano influenzato lo studio della criminalità. Un dato […]

Psicolab — La Criminalità Femminile come Differenza tra i Sessi: Teorie Classiche
Perché, storicamente, le donne compaiono molto meno degli uomini tra gli autori di reato? Le teorie classiche hanno cercato di spiegarlo in modi diversi, spesso condizionati da una visione del mondo maschile e datata. Ripercorrerle con occhio critico è utile per riconoscere quanto i pregiudizi di genere abbiano influenzato lo studio della criminalità.

Un dato che chiedeva spiegazioni

Il contrasto tra i tassi di criminalità maschile e femminile è un dato che ha sempre colpito gli studiosi. Le prime teorie che hanno cercato di spiegarlo partivano da un’osservazione: il tema del delitto è stato a lungo trattato quasi esclusivamente da uomini, nei loro vari ruoli, legislatori, giudici, studiosi. Questo sguardo prevalentemente maschile, secondo tali teorie, avrebbe influenzato la percezione della criminalità femminile.

La scarsa presenza delle donne tra gli autori di reato veniva così ricondotta a diverse cause, spesso combinate: codici penali tolleranti verso alcuni comportamenti femminili; un elevato “numero oscuro” di reati non denunciati; un atteggiamento più indulgente dei giudici; un presunto ruolo della donna come istigatrice più che come autrice; e la prostituzione vista come surrogato di altri reati. Vediamo perché molte di queste spiegazioni si sono rivelate fragili e datate.

Codici e giustizia “a matrice maschile”

Un primo argomento riguardava la stessa formulazione dei comportamenti punibili. Poiché i codici penali sono stati storicamente un prodotto del pensiero maschile, si sosteneva che tendessero a punire soprattutto le azioni lesive di interessi “propri del mondo degli uomini”, trattando con più tolleranza altri comportamenti. In alcune legislazioni del passato, per esempio, si puniva l’adulterio della moglie con severità diversa rispetto ad altre condotte.

Secondo questa lettura, anche l’apparato della giustizia avrebbe trattato la donna rea con indulgenza e “benevolenza paterna”. Da qui la tesi che la criminalità femminile reale fosse molto superiore a quella apparente: le donne, cioè, delinquerebbero più di quanto risulti, ma i loro crimini resterebbero nascosti. È una tesi che, sebbene contenga qualche elemento riferibile al contesto sociale della prima metà del Novecento, presenta forti incongruenze.

Le obiezioni: quando la donna è vittima

La prima incongruenza riguarda il “numero oscuro”, cioè i reati non denunciati. Sostenere che sia più rilevante per la criminalità femminile che per quella maschile è difficilmente sostenibile. Basti pensare ai delitti che si consumano in ambito familiare (maltrattamenti, violenze, abusi) nei quali molto più spesso la donna è la vittima e l’uomo l’autore.

In questi casi, la vittima assume talvolta un atteggiamento passivo, causato da un malinteso senso di vergogna e da arcaici condizionamenti sociali. Il risultato è che il “numero oscuro” di questi reati è pieno, semmai, di crimini maschili non denunciati. L’idea che il sommerso riguardi soprattutto le donne, insomma, non regge di fronte alla realtà della violenza di genere.

La presunta “cavalleria” dei giudici

Un altro argomento classico attribuiva la scarsa presenza femminile nelle carceri a un atteggiamento “gentile” e cavalleresco dei giudici. Ma gli autori che sostenevano questa tesi non approfondivano il contesto sociale dei fatti né le “variabili” in gioco: si trattava di donne in situazioni di disagio che inducevano a pietà? Senza queste verifiche, la presunta cavalleria resta solo un’ipotesi non dimostrata.

Anzi, alcune riflessioni più recenti hanno rovesciato la prospettiva, evidenziando come possa persistere, nelle istituzioni, un atteggiamento discriminatorio verso la donna, che non necessariamente la avvantaggia. Queste vecchie tesi, in fondo, riflettono modelli culturali di altre epoche, considerazioni ormai obsolete ma che hanno continuato a esercitare un fascino, forse a livello inconscio.

La donna come “istigatrice”: un’idea superata

Attribuibile a una visione del mondo ormai superata è anche l’ipotesi secondo cui la donna non comparirebbe tra gli autori di reato perché il suo ruolo sarebbe soprattutto quello di istigatrice degli uomini, la “suggeritrice tra le quinte”. È un’immagine carica di pregiudizio, che riduce la donna a manovratrice occulta anziché riconoscerne la piena soggettività.

Il filo comune di tutte queste teorie è chiaro: se le donne criminali sono poche, si presume che ci debba essere per forza un motivo che “nasconde” una criminalità femminile in realtà molto più ampia. Non di rado queste interpretazioni si intrecciavano con considerazioni biologiche o psicologiche altrettanto discutibili. Il presupposto di fondo (che le donne delinquano molto più di quanto risulti) non trova però conferme solide.

Leggere il passato con spirito critico

Analizzare storicamente queste teorie rivela una forte ambivalenza. Alcuni studiosi hanno collegato la presunta indulgenza verso le donne a una sorta di “protezione legale”, nata dalla consapevolezza di averle poste, nelle società precedenti al Novecento, in una condizione di netta inferiorità. È stato persino ipotizzato che una maggiore tolleranza potesse “compensare” ingiustizie del passato, come le persecuzioni subite da tante donne accusate di presunta stregoneria.

Al di là di queste letture, ciò che conta è riconoscere il limite di fondo: molte teorie classiche sulla criminalità femminile dicono più sui pregiudizi di chi le ha formulate che sulle donne stesse. La riflessione contemporanea, in criminologia come in psicologia, rifiuta le spiegazioni deterministiche e riduttive, leggendo ogni comportamento nel suo contesto sociale, culturale ed economico. Ripercorrere criticamente il passato non è un semplice esercizio storico: è un modo per liberare la comprensione dei fenomeni umani dagli stereotipi che l’hanno a lungo condizionata.

Domande frequenti

Perché le teorie classiche cercavano di “gonfiare” la criminalità femminile?

Partivano dal presupposto che, se le donne criminali erano poche, dovesse esserci un motivo che nascondeva una criminalità femminile in realtà più ampia. Cercavano così spiegazioni (numero oscuro, indulgenza dei giudici, ruolo di istigatrice) spesso fragili e cariche di pregiudizio.

Cosa c’è di sbagliato nell’idea del “numero oscuro” femminile?

L’idea che i reati non denunciati riguardino soprattutto le donne non regge. Nei delitti in ambito familiare, molto più spesso la donna è la vittima e l’uomo l’autore: il sommerso è semmai pieno di crimini maschili non denunciati.

È vero che i giudici trattano le donne con più indulgenza?

È una tesi classica ma non dimostrata: gli autori che la sostenevano non approfondivano il contesto sociale né le variabili in gioco. Alcune riflessioni più recenti evidenziano anzi possibili atteggiamenti discriminatori verso la donna.

Come si valutano oggi queste teorie?

Come modelli culturali datati, che riflettono i pregiudizi di genere di chi li ha formulati più della realtà. La riflessione contemporanea rifiuta il determinismo e legge ogni comportamento nel suo contesto sociale, culturale ed economico.

Le teorie classiche sulla criminalità femminile hanno cercato di spiegare la minore presenza delle donne tra gli autori di reato, spesso partendo dal presupposto (infondato) che la loro criminalità reale fosse molto più ampia di quella apparente. Argomenti come il “numero oscuro” femminile, l’indulgenza dei giudici o il ruolo di istigatrice si rivelano fragili e carichi di pregiudizio: nei reati familiari, per esempio, è molto più spesso la donna a essere vittima. Queste teorie riflettono modelli culturali datati e dicono più sui pregiudizi di chi le ha formulate che sulle donne stesse. Ripercorrerle con spirito critico aiuta a liberare lo studio dei fenomeni umani dagli stereotipi di genere.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *