Il secolo dell’opinione pubblica
Forse non c’è mai stato un periodo storico in cui l’opinione pubblica abbia avuto una così grande importanza e pervasività come nel XX secolo. Mai come nella seconda metà del Novecento la vita politica e sociale dell’intera collettività ha avuto visibilità e influenza attraverso le forme e le dinamiche dell’opinione pubblica: un’importanza diventata consistente nel periodo dei due conflitti mondiali e del confronto ideologico tra Stati, poi sempre più centrale e intrusiva negli anni Sessanta e Settanta, con gli appelli continui all’opinione pubblica e l’uso quotidiano di sondaggi e ricerche di mercato.
Non è quindi paradossale pensare al Novecento come al “secolo dell’opinione pubblica”. È alla fine del secondo millennio che una delle componenti fondamentali della modernità, l’opinione pubblica intesa come elemento rilevante dei rapporti sociali in una società democratica, non solo ha raggiunto il suo massimo sviluppo, ma ha ottenuto piena legittimazione. Non un “fantasma” o una “metafora”, ma una costruzione simbolica e materiale, una “quasi-istituzione” fondamentale per comprendere i rapporti di potere, la partecipazione sociale e culturale, i bisogni individuali e le pulsioni popolari. Se la nostra è davvero una “democrazia del pubblico”, l’opinione pubblica costituisce proprio il senso della democrazia stessa: non solo luogo della rappresentanza, ma anche della partecipazione, non solo ambito della decisione, ma anche della discussione e del confronto.
La sfera pubblica e il mercato
Emerge una nuova dimensione dell’interazione sociale tipica della modernità, contesto primario dell’opinione pubblica: la sfera pubblica. Il fenomeno è stato definito e analizzato per la prima volta da Jürgen Habermas in “Storia e critica dell’opinione pubblica” (1962), opera entrata tra i classici dedicati all’analisi dei processi simbolici nelle società capitalistiche, democratiche e mediatizzate. Habermas evidenzia un aspetto spesso sottovalutato ma costitutivo della sfera pubblica: il mercato.
La circolazione stessa delle merci e delle notizie è una delle precondizioni dell’emergere della sfera pubblica: le merci, fondamento del nuovo sistema produttivo e dell’identità del nuovo ceto borghese; le notizie, nuovo strumento di circolazione dell’informazione e delle idee, che si “commercializza” fin da subito, segnando la propria autonomia dal potere religioso e politico dell’aristocrazia e del clero, ma consegnando anche la produzione simbolica alle logiche del mercato della nascente industria culturale. Il mercato dei beni culturali costituisce così l’ambito delle dinamiche dell’opinione pubblica legate allo scambio e agli interessi.
La rivoluzione della comunicazione mediale
Né l’idea di democrazia né l’emergere della sfera pubblica, però, potevano da soli garantire la formazione di un’opinione pubblica senza un altro fenomeno tipico della modernità: la comunicazione mediale. La trasformazione dei processi di comunicazione collettiva, con l’introduzione di supporti tecnologici e logiche commerciali, ha prodotto conseguenze notevoli, instaurando nuove forme di interazione non più legate alla compresenza spazio-temporale del dialogo faccia a faccia. Si sviluppa un nuovo tipo di visibilità pubblica e aumenta la possibilità, per individui e collettività, di accedere a forme simboliche.
Come è stato osservato, con lo sviluppo dei nuovi mezzi di comunicazione la notorietà, o pubblicità, si è separata dall’idea di conversazione dialogica in un luogo condiviso: ha perso il suo ancoraggio nello spazio ed è diventata non dialogica, legandosi sempre più al tipo particolare di visibilità prodotto dai media, in particolare la televisione. Anche se già Habermas aveva sottolineato il nesso tra pubblicità e giornali, la rivoluzione mediale ha trasformato la stessa natura della sfera pubblica, rendendola arena privilegiata del dibattito pubblico mediato. Il ruolo dei media si caratterizza così per due nuove funzioni: la generalizzazione della sfera pubblica al di là della condivisione di un luogo, e la creazione di una “pubblicità mediata”, cioè di una sfera e di un’opinione pubblica sempre più frutto di relazioni interattive attraverso i media.
Il ruolo attivo dei media
L’importanza dei media non è legata solo al loro impatto tecnologico come tramite comunicativo, ma anche alla tendenza, sviluppatasi nella seconda metà del Novecento, ad assumere un ruolo attivo, a diventare veri protagonisti del processo. Questo ruolo si manifesta in tre competenze specifiche:
- L’attenzione e la visibilità. I media hanno la capacità di dare attenzione a temi ed eventi e visibilità agli attori politici: decidere cosa mettere all’ordine del giorno è una competenza specifica, che attiva le dinamiche di opinione e offre agli attori politici una ribalta per partecipare alla discussione e influenzare gli orientamenti collettivi.
- L’interpretazione dell’opinione. I media, soprattutto i giornali, cominciano ad autoproclamarsi portatori dell’opinione pubblica, presentando alcuni orientamenti come maggioritari per legittimare campagne o screditare comportamenti; poi, nella seconda metà del Novecento, promuovono e pubblicano sondaggi, non solo per informare, ma anche per influenzare il dibattito pubblico.
- La “rifrazione” della realtà. I media non sono neutrali: nel mediare simbolicamente la realtà, offrono una rappresentazione della sfera pubblica, del dibattito politico e delle dinamiche collettive che è sempre una costruzione, non un semplice specchio.
Considerando l’opinione collettiva come oggi la intendiamo, ci si accorge che la sua natura comunicativa e interattiva si è progressivamente trasformata proprio attraverso il ruolo assunto dai media. Lo spazio pubblico diventa così qualcosa di più complesso e differenziato di quanto potesse apparire nella prima modernità, non solo per la diversa articolazione dei flussi di opinione, ma soprattutto per il diverso modo di produzione della pubblicità. Poiché lo spazio pubblico è prevalentemente mediato, cioè filtrato e costruito dal sistema dei media, anche le dinamiche di opinione ne risentono, e la loro formazione appare sempre più complicata e contraddittoria per la multidimensionalità dell’ambito in cui si sviluppano.
Domande frequenti
Perché il Novecento è definito “il secolo dell’opinione pubblica”?
Perché in quel secolo l’opinione pubblica ha raggiunto il massimo sviluppo e piena legittimazione, diventando una “quasi-istituzione” centrale nella vita democratica, sostenuta da sondaggi, media e appelli continui all’orientamento collettivo.
Cos’è la “sfera pubblica” secondo Habermas?
È la dimensione dell’interazione sociale in cui si forma l’opinione pubblica. Habermas ne evidenzia un elemento costitutivo spesso trascurato: il mercato, poiché la circolazione di merci e notizie è precondizione dell’emergere della sfera pubblica borghese.
Come i media hanno trasformato la sfera pubblica?
Separandola dal dialogo faccia a faccia e legandola alla visibilità mediale, in particolare televisiva. Hanno generalizzato la sfera pubblica oltre lo spazio condiviso e creato la “pubblicità mediata”, frutto di relazioni interattive attraverso i media.
Quali sono le tre competenze attive dei media?
Dare attenzione e visibilità a temi e attori (fissare l’agenda), interpretare e rappresentare l’opinione pubblica anche tramite i sondaggi, e “rifrangere” la realtà, offrendone una rappresentazione mai neutrale ma sempre costruita.
Lascia un commento