Il Sé come materia: liquido o solido
In natura la materia passa dallo stato solido a quello liquido proporzionalmente all’indebolimento dei legami tra le molecole: i diversi stati sono cioè caratterizzati da un diverso livello di coerenza interna e di stabilità della forma. Possiamo immaginare, metaforicamente, che anche una “materia egoica”, la sostanza del Sé, si organizzi secondo principi simili. Il passaggio da uno stato “liquido” a uno “solido” del Sé avverrebbe così proporzionalmente all’aumento della coesione interna.
Un Sé liquido non ha una forma propria né una rappresentazione stabile: è piuttosto un agglomerato di parti debolmente connesse. In questa condizione è probabile che avverta con forza, come “conosciuto non pensato” per usare l’espressione di Christopher Bollas, la necessità di un ambiente o “oggetto” contenitivo a cui letteralmente aderire, un ambiente che lo accolga e gli dia forma, contrastando una primitiva e terrificante angoscia di dispersione in uno spazio infinito.
Le posizioni della mente
Allo stato liquido corrisponde quella che lo psicoanalista Thomas Ogden chiama posizione “contiguo-autistica”, associata a processi difensivi che Donald Meltzer definì “identificativi adesivi”: ci si aggrappa alla superficie dell’oggetto per sentirne un limite, un contorno che dia consistenza a sé.
Uno Sé solido, invece, costruisce l’esperienza a partire dalla posizione “depressiva”: è dotato di forte coerenza interna e stabilità, di efficienza simbolica, ed è in grado di riconoscere e accettare l’alterità e l’indipendenza dell’oggetto. Possiede uno spazio mentale capace di rappresentare l’assenza e interpreta il mondo secondo il “principio di realtà”. Essendo capace di simbolizzare un’identità costante, non ha bisogno di ambienti-contenitore che gli diano un senso quasi epidermico di limite, ma tende a interagire con ambienti aperti, variabili, imprevedibili. La sua propensione è esplorativa, orientata, in termini bioniani, alla “saturazione” di uno spazio di conoscenza. Una volta solidificatosi, il Sé può diventare esso stesso contenitore, dando forma all’apprendimento che nasce dall’esperienza.
A ogni Sé il suo ambiente
Il punto centrale è che a ogni stato del Sé corrisponde la ricerca di un ambiente complementare. Un Sé liquido necessita di un ambiente-oggetto convergente che lo contenga e gli dia forma: dotato di ritmicità, prevedibilità, coerenza, stabilità e confini sicuri. Il suo prototipo è la reverie di una madre “sufficientemente buona”, nella fase più simbiotica dell’accudimento; oppure, nell’esperienza psicoterapeutica, un setting strutturato ed empatico, in cui la relazione affettiva, il sostegno e il contenimento dell’angoscia sono fondamentali, mentre l’attività interpretativa passa in secondo piano, quando non risulti addirittura dannosa per il suo potere destrutturante.
Un Sé solido, invece, richiede un ambiente-oggetto divergente: non rigido né ripetitivo, ma caleidoscopico, versatile, stimolante. Uno “spazio potenziale” di sperimentazione e di gioco, di conoscenza e creazione, che sul piano terapeutico corrisponde a un setting prevalentemente espressivo e interpretativo, finalizzato all’esplorazione delle potenzialità e dei significati.
Quando l’incontro è sbagliato
Le difficoltà nascono quando Sé e ambiente non sono complementari. Un Sé liquido immerso in un ambiente divergente, troppo aperto e imprevedibile, reagisce al terrore primitivo di dissoluzione cercando disperatamente struttura e confini continui. Un Sé solido in un ambiente troppo convergente, al contrario, prova un senso di imprigionamento e di sterilità, e cerca spazi più ampi e variabili.
Il “rifugio della mente”
Un Sé liquido esposto a un ambiente troppo destrutturante può reagire in modo difensivo persino con un ritiro autistico, in ciò che lo psicoanalista John Steiner chiama il “rifugio della mente”: costruisce internamente un ambiente-contenitore prevedibile e organizza un sistema difensivo rigido per evitare il contatto con la realtà. Come scrive Steiner, il rifugio funziona come una zona della mente in cui non si deve affrontare la realtà, in cui fantasie e onnipotenza possono esistere senza controllo.
Il contenimento contiguo-autistico può costituire una delle funzioni più primitive di questo rifugio, che possiamo immaginare come una corazza con due funzioni correlate: proteggere un Sé fragile dalla relazione, dalla fusione e dagli attacchi di una realtà incontrollabile, e insieme offrire il senso di un luogo protetto che dà forma e solidità alla “materia egoica” minacciata dalla disgregazione. Steiner collega tutto questo alla pulsione di morte freudiana, osservando che c’è qualcosa di autodistruttivo nella costituzione del soggetto, che ne minaccia l’integrità se non adeguatamente contenuto. Ma questa distruttività primitiva, più che una forza o un’energia negativa, potrebbe essere semplicemente il segno, la cicatrice psichica di una parziale indifferenziazione del Sé: l'”ombra” di un non-soggetto che interferisce con l’esperienza e ne condiziona le difese.
Domande frequenti
Cosa significa “consistenza del Sé”?
È una metafora che paragona il Sé agli stati della materia: come una sostanza è più o meno solida a seconda dei legami tra le molecole, il Sé è più o meno coeso. Un Sé “liquido” è fragile e senza forma stabile; un Sé “solido” è coerente, stabile e capace di simbolizzare un’identità costante.
Perché a ogni Sé corrisponde un ambiente diverso?
Perché ogni stato del Sé cerca un ambiente complementare. Un Sé liquido ha bisogno di un ambiente “convergente”, contenitivo e prevedibile, che gli dia forma; un Sé solido preferisce un ambiente “divergente”, aperto e stimolante, in cui esplorare e crescere.
Cosa cambia nel setting terapeutico?
Molto. Con un Sé fragile serve un setting strutturato ed empatico, in cui contano il sostegno e il contenimento, mentre l’interpretazione va usata con cautela. Con un Sé solido è più utile un setting espressivo e interpretativo, orientato all’esplorazione dei significati.
Cos’è il “rifugio della mente”?
È un’espressione di John Steiner che indica una zona psichica in cui la persona si ritira per non affrontare la realtà. Funziona come una corazza difensiva che protegge un Sé fragile e gli offre un senso di contenimento, al prezzo però di un rigido evitamento del contatto con il mondo.
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