Un ponte tra Freud e le neuroscienze
Il contributo di Allan Schore va nella direzione di confermare, a livello neuroscientifico, alcune intuizioni della psicoanalisi. Schore ha infatti localizzato nell’emisfero destro il sistema che regola il comportamento di attaccamento, dando sostanza all’ipotesi di John Bowlby, che aveva postulato l’esistenza nel cervello di un tale sistema di controllo.
Un’altra sua idea centrale è che tutte le forme di psicoterapia (dinamica, cognitiva, comportamentale) promuovano un miglioramento della regolazione affettiva, ma solo quando il paziente vive un’esperienza affettiva in presenza del terapeuta. Un’affermazione che richiama e conferma quella di Freud, secondo cui la psicoterapia è sempre interessata agli affetti. In questa prospettiva, la teoria dell’attaccamento, pur non nata dalla psicoanalisi classica, si rivela una vera e propria teoria della regolazione: l’attaccamento, in fondo, è la regolazione interattiva e diadica dell’emozione.
La madre come “regolatore”
La capacità di attaccamento si origina nelle prime esperienze di regolazione affettiva. Un punto sorprendente sottolineato da Schore è che la madre agisce come regolatore non solo del comportamento del bambino, ma anche della sua fisiologia. Fattori esterni, come la qualità delle cure, hanno cioè un forte impatto sulla maturazione stessa dei sistemi regolatori del cervello.
Questo dato è confermato anche dalla clinica. La psichiatria considera la disregolazione degli affetti una caratteristica centrale di molti disturbi psichiatrici, e la perdita della capacità di regolare i sentimenti come conseguenza di traumi precoci. Le emozioni, dunque, non sono un dettaglio: sono il cuore del funzionamento psichico e delle relazioni.
Emozioni semplici e complesse
Le emozioni di base, come gioia, sorpresa, interesse, paura, rabbia e tristezza, compaiono precocemente in ogni individuo e si manifestano con espressioni facciali tipiche e universali. Le emozioni più complesse, come la vergogna, l’invidia, la colpa, l’orgoglio e la gelosia, appaiono invece più tardi nello sviluppo, perché dipendono da particolari esperienze sociali.
È interessante notare come sia cambiato lo sguardo delle neuroscienze sulle emozioni. In passato erano viste come stati transitori e reattivi, quasi disturbi che interrompevano il flusso dell’attività mentale tra uno stimolo e una risposta. Oggi, al contrario, si considerano costrutti complessi, che coinvolgono processi percettivi attivi e in continuo sviluppo adattivo. E mentre un tempo l’attenzione era rivolta soprattutto alle emozioni negative, negli ultimi anni gli studiosi dell’infanzia hanno sottolineato la centralità delle emozioni positive.
Orgoglio e vergogna: gli “organizzatori” primari
Tra le emozioni complesse, l’orgoglio e la vergogna meritano un’attenzione particolare: sono considerati organizzatori primari, parte della condizione morale innata dell’essere umano. La vergogna, in particolare, è un’emozione inibitoria fondamentale per la socializzazione, e il suo sviluppo si comprende osservando la relazione tra bambino e caregiver.
Il bambino sviluppa un attaccamento verso il caregiver “regolatore” che massimizza le sue opportunità di sperimentare affettività positiva e minimizza quella negativa. L’orgoglio, il “sentirsi in grado di”, modella le strutture mentali. La vergogna, al contrario, può avere risvolti molto negativi: quando una persona ha di sé una rappresentazione di incompetenza, la discrepanza con l’immagine del Sé ideale può generare ulteriore vergogna e rabbia.
Schore descrive anche una dinamica delicata: quando un genitore porta dentro di sé una forte tendenza a provare vergogna, può inconsciamente sperare che il figlio “ripari” quel danno interiore. Ma se il bambino non ci riesce, rischia di essere criticato per aver deluso quell’aspettativa, e nel suo mondo interno può introdursi un oggetto interno negativo che non è ancora in grado di elaborare. Lo stato emotivo e la capacità riflessiva della figura di riferimento, dunque, sono fattori decisivi nello sviluppo emotivo del bambino, esattamente come Freud aveva già intuito.
Le relazioni plasmano il cervello
Le ricerche sull’attaccamento mostrano che le rappresentazioni emotive, la funzione riflessiva e le altre abilità di regolazione affettiva emergono pienamente in un contesto di attaccamento sicuro. E le evidenze empiriche indicano che le interazioni emozionali tra il bambino e chi si prende cura di lui influenzano non solo lo sviluppo delle capacità cognitive, ma anche la maturazione fisica delle aree cerebrali che presiedono alla consapevolezza e alla regolazione delle emozioni.
Il rovescio della medaglia è altrettanto importante. Quando le figure di riferimento non riescono a regolare un’attivazione emotiva negativa eccessiva, in difetto o in eccesso, possono verificarsi alterazioni persino nello sviluppo morfologico della corteccia orbitofrontale, riducendo la capacità del cervello di modulare l’attività dell’amigdala e di altre strutture profonde legate alle emozioni. Le relazioni precoci, insomma, non lasciano solo tracce psicologiche: plasmano letteralmente il cervello in via di sviluppo.
Il ruolo dell’emisfero destro
Schore ha individuato il sistema di controllo dell’attaccamento, ipotizzato da Bowlby, nell’emisfero destro, dominante per il controllo inibitorio e per l’organizzazione dei processi che regolano l’affettività. Questo emisfero elabora l’informazione emotiva in modo inconscio ed è coinvolto sia nella ricezione sia nell’espressione delle emozioni sul volto, facilitando la comunicazione emotiva e gestuale spontanea.
Questo spiega anche la tendenza inconscia e automatica a imitare e sincronizzarsi con l’espressione facciale, la postura e i movimenti dell’altro, un meccanismo che rende possibile la modulazione interpersonale delle emozioni. In altre parole, ci “sintonizziamo” sugli stati emotivi altrui in modo largamente inconsapevole, corpo a corpo, prima ancora che con le parole.
Cosa cambia per la psicoterapia
Tutto questo ha un impatto rilevante sulla psicoanalisi e sulla psicoterapia. Se, perché avvenga un cambiamento duraturo, è necessario che il paziente viva un’esperienza affettiva in presenza del terapeuta, allora la relazione terapeutica non è solo uno scambio di parole, ma un vero processo di co-regolazione emotiva.
Le neuroscienze suggeriscono, infatti, che i cambiamenti emotivi non verbali svolgano un ruolo di primaria importanza nei trattamenti, forse ancora più della comunicazione verbale. Il modo in cui il terapeuta comunica, attraverso l’espressione facciale, la postura, i gesti, il tono, è dunque importante quanto ciò che dice. È la conferma di una convergenza sempre più profonda tra psicoanalisi e neuroscienze, proprio nel campo delle emozioni: la teoria degli affetti di Freud, oggi, sembra trovare sostegno negli studi sull’infanzia e sul cervello.
Domande frequenti
Qual è il contributo principale di Allan Schore?
Schore ha collegato psicoanalisi e neuroscienze, localizzando nell’emisfero destro il sistema che regola l’attaccamento, come aveva ipotizzato Bowlby, e mostrando che le relazioni precoci plasmano lo sviluppo cerebrale della regolazione emotiva. Ha così confermato l’intuizione di Freud sulla centralità degli affetti.
In che senso l’attaccamento è “regolazione dell’emozione”?
Perché l’attaccamento nasce dalle prime esperienze di regolazione affettiva: il caregiver regola non solo il comportamento del bambino ma anche la sua fisiologia. La qualità di queste interazioni influenza la capacità futura di gestire le proprie emozioni.
Le relazioni precoci influenzano davvero il cervello?
Sì. Le evidenze mostrano che le interazioni emozionali con chi si prende cura del bambino influenzano la maturazione delle aree cerebrali legate alla regolazione delle emozioni. Cure inadeguate possono persino alterare lo sviluppo della corteccia orbitofrontale.
Cosa significa per la psicoterapia?
Che il cambiamento passa da un’esperienza affettiva vissuta con il terapeuta, non solo dalle parole. La comunicazione non verbale, espressioni, postura, tono, ha un ruolo primario: il modo in cui il terapeuta comunica è importante quanto ciò che dice.
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