Psicoterapia e Psicoanalisi

Ippoterapia

Una terapista sale a cavallo dietro a una bambina chiusa in un’opposizione feroce e le sussurra parole all’orecchio. Davanti a un bivio, la bambina sceglie: “il panino”. In quell’esclamazione insperata c’è tutto il tema del pensiero affettivo, e di come la relazione trascini il pensiero fino alla parola. L’esperienza: la terapista a cavallo Vogliamo, in […]

Psicolab — Ippoterapia
Una terapista sale a cavallo dietro a una bambina chiusa in un’opposizione feroce e le sussurra parole all’orecchio. Davanti a un bivio, la bambina sceglie: “il panino”. In quell’esclamazione insperata c’è tutto il tema del pensiero affettivo, e di come la relazione trascini il pensiero fino alla parola.

L’esperienza: la terapista a cavallo

Vogliamo, in questo breve lavoro, riportare una esperienza fatta nell’ambito di un’ippoterapia nella quale, nel tentativo di superare un’impasse traumatica, rappresentato da una “feroce opposizione” (autistica), si è deciso di applicare quello che chiamiamo “l’aspetto di maternage o di pet-therapy” in una attività complessa come è la “riabilitazione equestre”.
Si tratta dell’esperienza nella quale la terapista sale a cavallo dietro al bambino e, in questa posizione, gli sussurra nelle orecchie spiegazioni, suoni rassicuranti, piccoli ordini, parole di rassicurazione e di sostegno, mentre lei stessa gli tiene le mani sulle redini e lo aiuta a guidare il cavallo.
In questo caso, la terapista si mette a cavallo con Elena (down molto regredita, oppositiva, chiusa in sé) che si dimostra soddisfatta e partecipe attiva, accettando le “paroline” sussurrate nelle orecchie.
Dopo qualche esercizio di gimkana, il cavallo viene fermato davanti al muro per così stimolare la scelta verso destra o verso sinistra, verso il cartello del “panino” o quello della “carota”.
La bambina reagisce dicendo e indicando “il panino”. Da qui comincia a reagire più vivacemente, scegliendo sempre una delle due cose proposte.

Il pensiero affettivo

Ci chiediamo quale sia il rapporto tra la parola, che diventa significato, e la terapeuta che è significante.
Si tratta del tema del “pensiero affettivo”.
La scelta di Elena è frutto del passaggio del pensiero attraverso la relazione e così la terapeuta diventa significante che trascina il pensiero, la rappresentazione, il significato, la parola, la volontà, il desiderio.
Si tratta di scoprire una “catena significante” che passa da:
“guarda che:
– potrei essere;
– Io sono;
– Io faccio (guido);
– Io scelgo (il panino);
– rispetto il mio desiderio (orale);
– voglio essere;
– voglio fare.
Se il pensiero affettivo rispetta una catena significante, è evidente che, attraverso questo, il soggetto-paziente può rappresentare un pensiero simbolico che diventa, nel caso di Elena, l’esclamazione insperata “il panino”.
In questo modo, possiamo anche giustificare un comportamento determinato che esce dalla semplice risposta riflessa perché caricato di significato simbolico.
Con l’aiuto dell’Altro-Terapeuta, fatto significante, il soggetto riesce a “esiliarsi da sé” che, rompendo una obbligatorietà ripetitiva, fobica e ossessiva (l’opposizione di Elena), diventa una forma di guarigione. Come se, lo dice J.-D. Nasio, “… l’estraneo che è in noi avesse effetto curativo, procurasse il sollievo dai sintomi” e, in altre parole, permettesse una scelta che è il primo passo (anche se solo abbozzato) verso il decidere di “voler essere se stessi” o “poter diventare un Sé”.

Un parallelo con la terapia E.I.T.

L’esperienza di Elena sul cavallo equivale a quella di Ivan nel setting della terapia E.I.T. Il bambino che accetta di prendere la mano del terapeuta per entrare senza opposizioni, si siede, prende il pennarello scrive il suo nome, poi il nome di Lui e poi … il gioco è fatto. Il piccolo non ha più paura di essere se stesso e può anche dire “papà” seppure con suoni gutturali ed imprecisi (sono così, comunemente) dal momento che ancora non può controllare la complessa struttura motoria del diaframma, della laringe, della gola e della bocca.
Da questi esempi si evince anche come il “pensiero affettivo” sia l’immagine di un “transfert affettivo ed amichevole verso il terapeuta” (J.-D. Nasio), rappresentano “legami” con chi “risulta simpatico”, che si strutturano in un luogo che è quel ponte d’amore lanciato dal terapeuta nella sua posizione di “luogo di non sapere”.

Il corpo che diventa linguaggio

Nell’ippoterapia, così come nell’ambito della psicoterapia relazionale E.I.T., è il corpo che diventa “linguaggio”, visibilità, comunicazione, e, attraverso l’oggetto-corpo, si immette qualcosa che prima non c’era, si elargisce uno spazio condiviso nel quale il soggetto-paziente può trovare se stesso esiliandosi da quel sé-obbligato che rappresentava il sintomo comportamentale o espresso da un particolare meccanismo mentale.
Quando il corpo diventa parola, il terapeuta apre al desiderio, l’atto diventa “cammino verso la soddisfazione”.
Proprio per questo, il momento in cui il bambino vedrà nuovamente il terapeuta (o se ne ricorderà quando è a casa, o in piazza o al supermercato) farà emergere quel “pensiero affettivo” che è diventato desiderio e potrà portarlo a ritornare.
In questo modo, tornare significa poter uscire nuovamente, sperimentare quel “esiliarsi da sé” che, in fondo, rappresenta la terapia fatta di passi, di un cammino semplice e limitato, ma infinito (J.-D.Nasio).

Il desiderio e il ritorno

Lo spazio del desiderio è “privo di godimento” proprio perché si riempie di quella “catena significante” che, come abbiamo visto, si materializza nel terapeuta.
Da qui deriva che il desiderio è “segno di una mancanza” e, quindi, propone un “ritorno” che, finalmente, è la rappresentazione mitica dell’esiliarsi da sé e di creare quella funzione trasgressiva e strutturante che è il “Nome del Padre”.
Si sta creando una situazione paradossale nella quale mentre il terapeuta viene riconosciuto come significante, il soggetto imbocca il cammino per diventare quell’individuo irripetibile che è sempre racchiuso nelle potenzialità mentre aspetta il segnale per poter materializzarsi.

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