Psicologia Clinica e Psicopatologia

Intervista al Dott. Pierdomenico Maurizi, responsabile di medicina del dolore e cure palliative della ASL 8 di Arezzo

Molte malattie croniche ed evolutive raggiungono una fase terminale in cui i trattamenti specifici non sono più efficaci. È qui che entrano in gioco le cure palliative, un approccio che sposta il centro dell’attenzione dalla malattia alla persona, includendo gli aspetti psichici, sociali e spirituali del dolore oltre a quelli fisici. Ne abbiamo parlato con […]

Psicolab — Intervista al Dott. Pierdomenico Maurizi, responsabile di medicina del dolore e cure palliative della ASL 8 di Arezzo
Molte malattie croniche ed evolutive raggiungono una fase terminale in cui i trattamenti specifici non sono più efficaci. È qui che entrano in gioco le cure palliative, un approccio che sposta il centro dell’attenzione dalla malattia alla persona, includendo gli aspetti psichici, sociali e spirituali del dolore oltre a quelli fisici. Ne abbiamo parlato con il Dott. Pierdomenico Maurizi, responsabile di Medicina del Dolore e Cure Palliative della ASL 8 di Arezzo.

Che cosa sono le cure palliative

Molte malattie croniche di tipo evolutivo, come tumori, AIDS, malattie cardiovascolari, affezioni respiratorie, patologie del sistema nervoso e malattie pediatriche di varia natura, raggiungono una fase terminale in cui i trattamenti specifici risultano ormai inefficaci e lo stato di salute peggiora rapidamente e in modo irreversibile. In questi casi l’unico intervento medico-assistenziale possibile, quello palliativo, non si propone più di guarire la patologia, ma di controllare la sintomatologia e le alterazioni psicofisiche che ne conseguono (Ventafridda, 1990).

I dati della letteratura specialistica confermano che il 90% dei decessi per cancro e il 60% di quelli per patologie cerebrovascolari avvengono in seguito a una fase terminale della malattia. Limitatamente alla patologia oncologica, ogni anno in Italia si verificano circa 160.000 decessi e nel 90% dei casi la morte sopraggiunge dopo una fase terminale della durata di circa 90 giorni. Si stima che nel 65% circa dei casi di patologia oncologica terminale si rendano necessari interventi di tipo palliativo e che per il 25% di questi pazienti sia fondamentale il ricovero in una struttura di tipo hospice.

Un nuovo approccio alla persona malata

La peculiarità della medicina palliativa risiede in un nuovo approccio culturale all’evento morte, accettato come epilogo naturale e inevitabile del percorso esistenziale. Da questa acquisizione teorica nasce una pratica clinica che considera centrale non più la malattia, ma il malato nella sua globalità (Corli, 1988), ponendo un’attenzione particolare all’esperienza complessiva di dolore, che include gli aspetti psichici, sociali e spirituali oltre a quelli fisici. La consapevolezza della morte stimola una profonda riflessione sulla qualità della vita del paziente. Come afferma Spinanti, la medicina delle cure palliative resta un servizio per la salute: non una medicina per il morente e per aiutare a morire, ma una medicina per l’uomo, che rimane un vivente fino alla morte (Spinanti, 1988).

L’intervista al Dott. Pierdomenico Maurizi

In Italia esistono enti convenzionati con le aziende sanitarie locali e associazioni di volontariato che affiancano i Dipartimenti Oncologici nell’assistenza ai malati di cancro in fase terminale. Per capire meglio i vari livelli a cui può essere svolto un servizio di cure palliative abbiamo intervistato il Dottor Pierdomenico Maurizi, responsabile di Medicina del Dolore e Cure Palliative della ASL 8 di Arezzo e consulente del progetto SCUDO.

Qual è attualmente la realtà dell’Unità di Cure Palliative della ASL 8 di Arezzo?

Su 325.000 abitanti, ogni anno circa 900 muoiono per una patologia oncologica, che nella quasi totalità dei casi raggiunge la fase terminale. Di questi pazienti, 500 necessiteranno di interventi di cure palliative di vario tipo, 130 dei quali in regime di ricovero in centri residenziali (hospice). Si stima che la prevalenza quotidiana presso l’Unità di Cure Palliative sia di 240 soggetti affetti da cancro e che la presa in carico di malati terminali da parte dell’intera struttura sia mediamente di 60 persone al giorno. Per rispondere a questa richiesta, la ASL 8 di Arezzo ha costituito una struttura dipartimentale a valenza aziendale, denominata Medicina del Dolore e Cure Palliative, inserita nel Dipartimento Oncologico, destinata ai malati terminali con bisogni clinico-sanitari, assistenziali o psico-sociali di particolare complessità.

Quando si rende opportuno un intervento palliativo?

L’ambito di applicazione delle cure palliative riguarda la fase terminale di malattie evolutive e irreversibili, definita da alcuni criteri: il criterio terapeutico, relativo all’assenza, all’esaurimento o alla non opportunità di trattamenti curativi specifici o non specifici; il criterio sintomatico, che riguarda la presenza di sintomi invalidanti tali da ridurre le performance al di sotto del 50% della scala di Karnofsky; e il criterio evolutivo o temporale, relativo alla rapida evoluzione con imminenza della morte, in genere entro tre mesi.

A quali pazienti oncologici sono destinate le cure palliative?

Ai malati terminali, a quelli non ancora terminali ma che necessitano di interventi palliativi e ai pazienti che, rifiutando consapevolmente e adeguatamente radioterapia, chemioterapia e chirurgia, decidono in modo autonomo di passare a questa tipologia di cura. Nei primi due casi il passaggio è preceduto da una valutazione tecnica collegiale, coordinata dal Medico di Medicina Generale del paziente.

Come viene definito il programma di intervento assistenziale?

Il piano assistenziale prevede due livelli, in base al grado di complessità della condizione. Il primo consiste nell’Assistenza Domiciliare Integrata, che riguarda pazienti oncologici terminali con problemi di modesta complessità ed è attivato dal Medico di Medicina Generale, il quale concorda con il Medico del Distretto modalità operative, risorse e consulenze specialistiche. Il secondo livello riguarda pazienti in condizioni estremamente critiche e instabili: in questi casi si richiede una valutazione collegiale con il Medico del Distretto e quello dell’Unità di Cure Palliative, da cui scaturisce il programma di intervento, con la possibilità di un intervento diretto, terapeutico o prescrittivo, da parte dell’Unità stessa.

Come si può semplificare l’integrazione tra ospedale e territorio?

Qualora il medico ospedaliero ravvisi in un paziente ricoverato caratteristiche di terminalità o la necessità di un intervento palliativo, può richiedere la consulenza del medico esperto in cure palliative, stabilendo un protocollo d’intesa tra Dipartimento Medico e Dipartimento Oncologico. Nell’imminenza di un’eventuale dimissione, una specifica Unità di Valutazione, composta da medico ospedaliero, medico di medicina generale, medico palliativista, medico del distretto e infermiere dell’assistenza territoriale, considera i bisogni del malato, le possibilità di assistenza e il luogo più idoneo alla loro realizzazione.

Ad Arezzo opera da anni il CALCIT. Ce ne parla?

Ad Arezzo, nel giugno 1978, è nato il CALCIT, Comitato Autonomo Lotta Contro I Tumori, che ha donato strumenti destinati esclusivamente alle divisioni ospedaliere di oncologia. Con grande generosità ha contribuito alla dotazione di apparecchiature per ecografia, TAC, PET, chirurgia endoscopica, chirurgia microscopica e radioterapia. Dal 4 dicembre 2004, in stretta collaborazione con la ASL 8 di Arezzo, il CALCIT finanzia il progetto SCUDO, acronimo di Servizio Cure Domiciliari Oncologiche, con l’intento di garantire ai pazienti e ai loro familiari una migliore copertura dei bisogni assistenziali e un sostegno psicologico in una fase così delicata della vita. Il servizio è rivolto ai pazienti oncologici che necessitano di assistenza medico-infermieristica a domicilio: l’équipe è composta da un medico, tre infermieri e una psicologa, è gratuita ed è attiva 24 ore su 24. Il vantaggio più grande è la possibilità di alleviare la sofferenza permettendo ai pazienti di sentirsi protetti e rassicurati nell’ambiente familiare della propria casa. L’ospedale, luogo di alta professionalità e tecnologia dove si salvano le vite, è il meno adatto in questa fase: quando l’emergenza è finita, quando non c’è più nulla da indagare e da guarire, serve tutt’altro tipo di professionalità, dall’alto contenuto umano.

Domande frequenti

Le cure palliative servono ad aiutare a morire?

No. Restano un servizio per la salute: non sono una medicina per il morente, ma una medicina per la persona, che resta un essere vivente fino alla fine. L’obiettivo è controllare i sintomi e migliorare la qualità della vita, prendendosi cura del malato nella sua globalità.

Quando è opportuno passare alle cure palliative?

Quando i trattamenti curativi sono assenti, esauriti o non opportuni, in presenza di sintomi invalidanti e di una malattia in rapida evoluzione, in genere con un’aspettativa entro i tre mesi. La decisione passa da una valutazione collegiale coordinata dal medico di medicina generale.

Perché è importante l’assistenza domiciliare?

Perché consente al paziente di essere assistito nell’ambiente familiare della propria casa, dove può sentirsi protetto e rassicurato. In questa fase l’accompagnamento richiede competenze a forte contenuto umano, oltre a quelle strettamente cliniche, e un sostegno psicologico per il malato e la sua famiglia.

Le cure palliative rappresentano un cambiamento di sguardo: dalla malattia alla persona, dal guarire al prendersi cura. Riconoscono il dolore nella sua interezza, fisica, psichica, sociale e spirituale, e puntano sulla qualità della vita fino alla fine. Come mostra l’esperienza della ASL 8 di Arezzo e del progetto SCUDO, l’assistenza domiciliare e il sostegno psicologico permettono al malato di vivere questa fase con dignità, protetto in un ambiente familiare.
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