L’approccio strategico
La realtà che ognuno di noi percepisce, i problemi che si creano e le patologie che si formano sono il frutto delle modalità con cui ognuno si rapporta a tale realtà: non esiste una “unica” e “vera” realtà, ma tante quante sono le nostre interazioni con ciò che ci circonda. “Ognuno costruisce la realtà che poi subisce”. Partendo da questa prospettiva, i disturbi mentali sono il risultato di un modo disfunzionale di percepire e reagire a quella realtà che noi stessi, con le nostre azioni, ci siamo costruiti; ma se cambiano le nostre percezioni e le nostre reazioni, coerentemente cambieranno anche le nostre resistenze.
Condurre a esperire, mediante stratagemmi e raffinate forme di suggestione, “nuove” percezioni di realtà arresterà quel sistema circolare che rende persistente il problema e produrrà un concreto cambiamento nella sfera comportamentale, cognitiva e affettiva. La storia clinica del paziente diviene così un mezzo strategico per risolvere il problema, e non una procedura terapeutica tradizionalmente indiscussa. Giorgio Nardone è psicologo e psicoterapeuta, fondatore assieme a Paul Watzlawick del Centro di Terapia Strategica di Arezzo; M. Cristina Nardone ne è Communication and Managing Director.
Il Centro di Terapia Strategica di Arezzo: intervista a Cristina Nardone
Di cosa si occupa il Centro e quali sono le sue attività?
Il Centro di Terapia Strategica di Arezzo è un istituto di ricerca, training e attività clinica, ed è inoltre sede della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Breve Strategica e della Scuola di Comunicazione e Problem Solving Strategico. Dal 1987, anno della sua fondazione a opera di Giorgio Nardone e Paul Watzlawick, il Centro svolge la sua attività a livello nazionale e internazionale. Punto di riferimento per i professionisti di tutto il mondo della psicoterapia, della comunicazione, della consulenza e della formazione, vede costantemente affinarsi modelli d’intervento clinico e di problem solving manageriale. Attualmente fornisce ai diversi contesti professionali interventi di Psicoterapia Breve Strategica, formazione attraverso corsi di specializzazione, master e seminari, formazione su misura per le diverse figure professionali, consulenza in ambito psicologico, educativo e organizzativo, supervisione e coaching a singoli e gruppi orientati alla risoluzione dei problemi.
Che peso date alla ricerca nelle vostre attività?
La ricerca è la colonna portante nella costruzione dei modelli di problem solving, sia in ambito clinico che manageriale. Per questo le registrazioni video delle sedute di terapia e delle interazioni nei gruppi fanno parte dei nostri metodi da sempre. Lo studio dei distinti meccanismi umani che agiscono nel mantenimento del problema ha consentito di individuare le leve strategiche del cambiamento e di mettere a punto tecniche sempre più affinate per problemi complicati nell’individuo, nella coppia, nella famiglia e nei gruppi. Un ricco archivio video, costantemente aggiornato, e la moderna tecnologia sono risorse importantissime. Il Centro ha inoltre filiali in tutta Italia, in Europa e negli Stati Uniti, dirette da psicoterapeuti e consulenti affiliati, e una volta al mese i ricercatori si radunano ad Arezzo per l’opera di messa a punto e confronto reciproco con la supervisione del professor Nardone.
Qual è lo scopo del Network e della Rivista Europea?
Il Network, assieme alla Rivista Europea, ha lo scopo di istituire un’autentica comunità scientifica della psicoterapia, un campo nel quale finalmente si comincia a far parlare i risultati: per questo è indispensabile che l’efficacia sia verificabile, replicabile e trasmissibile. L’intento è concentrare a livello internazionale i contributi di terapia e ricerca, le applicazioni cliniche e le tecniche operative. Gli articoli scientifici e i dati pubblicati sono sottoposti alla visione rigorosa del comitato scientifico, che ne controlla la validità e ne coglie le potenzialità per continuare l’impulso alla ricerca e alla terapia.
Perché un nuovo convegno e in cosa si distinguerà?
Il successo della prima conferenza europea, “guardare al passato per vedere il futuro”, svoltasi nel novembre 2003, ha visto giungere ad Arezzo specialisti da tutto il mondo, con un’organizzazione basata su presentazioni “spot” per offrire un’immagine ampia e variegata della pratica. Il secondo appuntamento vuole essere invece un momento di dettagliato approfondimento delle più evolute tecniche terapeutiche: “la migliore formazione per la migliore pratica nella psicoterapia”. Il congresso sarà suddiviso in simposi e workshop, con la presentazione dei metodi risultati più efficaci da parte dei loro massimi esperti o creatori. In particolare, le tematiche saranno focalizzate sui tre livelli dell’intervento strategico, la tecnica, il linguaggio e la relazione, dedicando una giornata a ciascuno. Il quarto giorno presenterà specifici lavori applicativi e i risultati internazionali del modello, mentre il quinto offrirà percorsi “su misura” con workshop per piccoli gruppi.
Cosa comporta organizzare un evento di tale portata?
Comporta un lavoro di supervisione e controllo a tutti i livelli, con la dovuta elasticità e prontezza per gestire gli imprevisti. Si è cominciato a gennaio ad attivare gli ingranaggi: spazi, risorse, mezzi, tecnologie, e nel frattempo il lavoro più sofisticato, cioè informare, contattare e coinvolgere le personalità della psicologia, vagliare le proposte degli specialisti, garantire la validità e l’efficacia degli interventi.
Il modello di Terapia Breve Strategica: intervista a Giorgio Nardone
In che cosa si differenzia il suo metodo e su quali disturbi si applica meglio?
La Terapia Strategica muove i suoi passi dalla tradizione del Mental Research Institute di Palo Alto e, passando per gli studi di Paul Watzlawick sulla pragmatica della comunicazione umana, vede la sua moderna evoluzione con il Centro di Terapia Strategica di Arezzo. Ero ancora ricercatore a Palo Alto quando i miei studi si orientavano a individuare i meccanismi di formazione e persistenza dei problemi umani; poi, come allievo e collaboratore di Watzlawick, mi concentravo sulle specifiche logiche del cambiamento, finché Paul e io ci unimmo per sviluppare un approccio che recuperasse le antiche sapienze strategiche facendole confluire nei frutti delle ricerche innovative. Il modello è rigoroso, basato su ricerche empirico-sperimentali, ma al tempo stesso fa ricorso a logiche non ordinarie e mette a punto strategie atte a sbloccare le patologie più resistenti. Il focus è “come funziona” il problema anziché “perché esiste”: interrompere la persistenza del problema nel presente è il primo passo. Cercare di risolvere un problema partendo dal chiarimento delle sue cause è infatti fuorviante; le soluzioni vanno costruite strategicamente sulle caratteristiche del problema e sugli obiettivi prefissati, con logiche della contraddizione, del paradosso e dell’autoinganno che travalicano la semplicistica logica causa-effetto.
Che cosa ha apportato di nuovo all’approccio strategico?
Piuttosto che cercare associazioni con un passato immutabile e opinabile, indago quale è la “realtà” che le persone si costruiscono, come la percepiscono e come vi reagiscono; attraverso le “prescrizioni” metto poi la persona in condizione di provare qualcosa di diverso nei confronti della realtà da cambiare. Così la psicoterapia non diviene un processo di convalida di una teoria a priori, ma una vera e propria ricerca-intervento. È stato proprio attraverso questa ricerca-intervento che, dieci anni fa, rilevando una serie di modelli di rigida interazione tra soggetto e realtà, ho potuto costruire specifici protocolli di trattamento per fobie, ossessioni, attacchi di panico, manie, disordini alimentari, problemi educativi e di coppia. Protocollare l’intervento sulla base delle diverse varianti di ogni disturbo ha rappresentato un notevole avanzamento in termini di efficacia ed efficienza. Da qui ho esteso il modello a sempre più contesti, evolvendo dai modelli “prescrittivi” basati sulla comunicazione ingiuntiva fino al “dialogo strategico”, una strategia comunicativa che è già di per sé un modello di problem solving.
Qual è il “principio attivo” della Terapia Breve Strategica?
Coloro che sostengono che tutte le terapie funzionano hanno ragione, ma fino a un certo punto: probabilmente parlano in termini di efficacia e non di efficienza, e c’è una differenza sostanziale tra “dieci anni” e “dieci sedute”. Nella Terapia Breve Strategica ogni singola manovra è strategicamente orientata, cioè orientata all’obiettivo da raggiungere e non alla teoria da difendere, ed è proprio questo a incentivare la relazione con il paziente. Le ricerche internazionali sui fattori di efficacia hanno individuato tre fattori predittivi di una psicoterapia che funziona: le aspettative del paziente, l’effetto placebo e la tecnica specifica. Per questo le nostre ricerche si orientano verso le tecniche per amplificare le aspettative, instaurare una relazione effettivamente terapeutica, utilizzare l’effetto placebo e selezionare le strategie del cambiamento. Non a caso i risultati evidenziano il maggior livello di efficacia ed efficienza: l’88% di casi risolti in sette sedute, misurati nell’arco di dieci anni su 3482 casi.
Quali risultati sui disturbi fobico-ossessivi e sui disordini alimentari?
I nostri protocolli si sono dimostrati, alla prova dei fatti, la migliore terapia per queste patologie: basti considerare che nel disturbo da attacchi di panico abbiamo ottenuto il 95% dei casi risolti. Inoltre, poiché “sono le soluzioni che ci spiegano il problema”, la messa a punto di tecniche orientate allo sblocco ha portato a specificare nuove categorie diagnostiche. Per esempio la sindrome del “Vomiting”, il mangiare per vomitare, rappresenta ormai una categoria diagnostica a sé: prima, e tuttora presso autori non aggiornati, veniva fatta rientrare nella Bulimia Nervosa, e non c’è da stupirsi se gran parte di questi casi un tempo venivano dichiarati incurabili. Per conoscere come un problema funziona non è sufficiente l’osservazione esterna: è necessario agire in modo da cambiarne il funzionamento.
Che cos’è il Dialogo Strategico?
Il dialogo come strumento terapeutico è una strategia retorica che induce il soggetto, intrappolato nelle sue percezioni patogene e reazioni patologiche, a nuove modalità di sentire e reagire nei confronti della propria realtà. Questo avviene grazie a una sequenza di domande a imbuto, dal generale al particolare, mirate a fornire alternative di risposta pianificate dal terapeuta per guidare il paziente in un graduale percorso di ristrutturazione del suo problema. Ogni due o tre domande il terapeuta rimanda al paziente una parafrasi delle sue risposte, per controllare ciò che ha compreso e per restituirgli una ridefinizione del problema. Nel rispondere a domande tecniche, focalizzate su percezione e reazione, il paziente si inoltra spontaneamente in territori nuovi e si apre a prospettive diverse. In questo percorso guidato sente di essere lui a guidare il terapeuta nella scoperta del funzionamento delle cose: ciò azzera le resistenze, incrementa le aspettative positive e il senso di controllo, e predispone ad accettare le indicazioni terapeutiche. La soluzione si prefigura come logica conseguenza della conoscenza raggiunta.
Attaccamento e Terapia Breve Strategica: può accadere lo stesso cambiamento duraturo?
Chi pensa che la terapia debba basarsi sull’attaccamento dimentica tutti i pericoli di una dipendenza dal terapeuta, e prende per vera una teoria tutta da dimostrare. L’ipotesi dell’attaccamento pone un assoluto terapeutico di una rigidità monumentale, e come diceva Nietzsche “tutto ciò che è assoluto appartiene alla patologia”, comprese alcune teorie. Gli elementi che rendono terapeutica una relazione, secondo la ricerca internazionale, sono quelli già citati: le aspettative del paziente, l’effetto placebo e la tecnica specifica, tutti considerati obiettivi di ricerca per mettere a punto strategie più evolute.
Quale futuro per la Terapia Breve Strategica?
La caratteristica di semplicità e brevità dei miei metodi risponde più che altro alle leggi naturali del cambiamento; la richiesta sociale di avere a disposizione cure risolutive appartiene a questa epoca come a tutte le altre, e la considero legittima. Il futuro della Terapia Breve Strategica? Il futuro è già arrivato.
Domande frequenti
Cos’è la Terapia Breve Strategica?
È un modello di psicoterapia che affonda le radici nel gruppo di Palo Alto e negli studi di Watzlawick, sviluppato da Giorgio Nardone al Centro di Terapia Strategica di Arezzo. Si concentra su “come funziona” il problema nel presente, più che sul “perché esiste”, costruendo soluzioni su misura degli obiettivi.
Quanto è efficace?
Secondo i dati del Centro, ha ottenuto l’88% di casi risolti in sette sedute, misurati su 3482 casi in dieci anni, con punte del 95% nel disturbo da attacchi di panico. La differenza chiave rispetto ad altre terapie è tra efficacia ed efficienza, cioè tra risultati raggiunti e tempi necessari.
Che cos’è il “principio attivo” di questa terapia?
Sono i tre fattori predittivi di una psicoterapia che funziona individuati dalla ricerca internazionale: le aspettative del paziente, l’effetto placebo e la tecnica specifica. Ogni manovra è orientata all’obiettivo, non alla teoria da difendere.
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