Un contesto delicato
L’ascolto di un minore che potrebbe essere vittima di abuso avviene all’interno di un contesto molto complesso, spesso denominato perizia psicologica, all’interno del percorso giudiziario. È una situazione particolarmente difficile, perché frequentemente l’unico testimone del fatto è il bambino stesso.
Vi operano professionisti di diverse discipline: medici, neuropsichiatri infantili, psicologi esperti di psicologia giuridica e forense, avvocati, operatori delle forze dell’ordine. Perché un lavoro tanto delicato sia svolto correttamente, tutte queste figure devono essere costantemente aggiornate sulla ricerca scientifica e sulle linee guida esistenti. La posta in gioco (la tutela di un minore e la correttezza dell’accertamento) è altissima.
La suggestionabilità del bambino
Un aspetto centrale riguarda il modo di porre le domande. Un errore grave sarebbe utilizzare domande inappropriate o suggestive, capaci di orientare le risposte. Occorre infatti ricordare che il bambino percepisce l’intervistatore come una figura autorevole e tende ad assecondare ciò che crede l’adulto si aspetti da lui.
In queste situazioni, il minore tende a dare quelle che per lui sono le “risposte giuste”, cioè quelle che ritiene attese. Per questo la qualità e la neutralità delle domande sono decisive: un ascolto condotto male rischia di contaminare la testimonianza, con conseguenze gravissime in entrambe le direzioni. Le linee guida internazionali raccomandano ai professionisti di mantenere sempre un atteggiamento neutro, evitando di dare più peso agli elementi a sostegno di una tesi piuttosto che dell’altra.
Distinguere il ruolo clinico da quello giudiziario
Un altro punto cruciale è non confondere il ruolo clinico con quello giudiziario. Capita che alcuni professionisti, durante l’osservazione del minore, mettano erroneamente in atto un approccio psicoterapeutico, come se fossero in una seduta di terapia. Ma il compito peritale ha una natura diversa: accertare, non curare.
Questa distinzione è fondamentale per garantire l’obiettività. Il professionista deve inoltre valutare l’idoneità del minore a rendere testimonianza: se cioè abbia la capacità di riferire gli eventi e di comprendere la differenza tra verità e menzogna. Il contenuto di una testimonianza, del resto, dipende dall’interazione tra la memoria e l’evento, un intreccio complesso che va valutato con competenza.
Proteggere il minore dal trauma
La tutela del bambino è la priorità assoluta. Per questo il minore deve essere ascoltato il meno possibile: interrogatori multipli possono causare stress e nuovi traumi, salvo casi particolari in cui, per bambini molto piccoli, serva comprendere meglio le informazioni. È inoltre vietato l’interrogatorio congiunto in cui siano presenti insieme il minore e il presunto responsabile, perché costituirebbe un ulteriore trauma per il bambino.
Fondamentale è anche l’approccio empatico del professionista, sia durante il colloquio sia nelle fasi di osservazione attraverso il gioco. Il bambino deve essere sempre informato, in modo adeguato alla sua età, su ciò che avviene durante gli incontri e sul perché di quel lavoro. Comprendere anche il contesto familiare (la qualità dei legami e dell’attaccamento) aiuta a valutare la situazione nel suo insieme, sempre nel rispetto del minore.
Documentazione, garanzie e prudenza
Per garantire trasparenza e correttezza, è essenziale un’accurata documentazione: appunti, audio e videoregistrazioni degli incontri, poi trascritte. Questo permette anche ai consulenti delle parti di verificare come si è svolto l’ascolto, quando non hanno potuto presenziare direttamente. Sono garanzie che tutelano tutti: il minore, i professionisti e la correttezza del procedimento.
Un ultimo punto, delicatissimo, riguarda la necessità di essere aggiornati anche sul tema dei falsi ricordi e delle false accuse. Va sottolineato con chiarezza che gli abusi sui minori sono un fenomeno reale e gravissimo, da non minimizzare mai. Al tempo stesso, il rigore metodologico è indispensabile proprio per proteggere il bambino: alcuni sintomi (comportamenti sessualizzati, ansia, senso di colpa) non sono indicatori specifici di abuso, perché possono derivare anche da altri traumi, come una separazione o un conflitto familiare. Solo un lavoro competente, neutrale e attento evita errori che potrebbero danneggiare il minore o l’accertamento della verità.
Domande frequenti
Perché le domande poste ai minori devono essere neutre?
Perché il bambino percepisce l’intervistatore come figura autorevole e tende a dare le risposte che crede attese. Domande suggestive possono contaminare la testimonianza. Le linee guida raccomandano un atteggiamento neutro, senza favorire una tesi rispetto all’altra.
Qual è la differenza tra ruolo clinico e giudiziario?
Il ruolo clinico mira a curare, quello giudiziario ad accertare. Nel lavoro peritale è un errore adottare un approccio psicoterapeutico: il compito è valutare in modo obiettivo, non fare terapia. Distinguere i due ruoli è essenziale per garantire l’obiettività.
Come si protegge il minore dal trauma?
Ascoltandolo il meno possibile, per evitare lo stress di interrogatori multipli, e vietando l’interrogatorio congiunto con il presunto responsabile. Sono fondamentali un approccio empatico, l’informazione adeguata all’età e il rispetto costante del bambino.
I sintomi sono prove di abuso?
No. Alcuni sintomi come comportamenti sessualizzati, ansia o senso di colpa non sono indicatori specifici di abuso, perché possono derivare anche da altri traumi. Serve un lavoro competente e neutrale, aggiornato anche sul tema dei falsi ricordi, per evitare errori.
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