Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Innovazione e Ricerca Scientifica

L’idea è semplice e in origine misurabile: nessuna impresa, per grande che sia, ha al proprio interno tutte le competenze che le servono. Attorno a questa constatazione si è però costruito un linguaggio che ha finito per renderla quasi irriconoscibile. Da dove viene il concetto Il termine open innovation nasce nel 2003 con il libro […]

Psicolab — Innovazione e Ricerca Scientifica
L’idea è semplice e in origine misurabile: nessuna impresa, per grande che sia, ha al proprio interno tutte le competenze che le servono. Attorno a questa constatazione si è però costruito un linguaggio che ha finito per renderla quasi irriconoscibile.

Da dove viene il concetto

Il termine open innovation nasce nel 2003 con il libro di un docente statunitense che dirigeva un centro di ricerca dedicato al tema.

La tesi, nella sua formulazione originaria, era di natura economica e non filosofica: il modello in cui le imprese svolgono ricerca esclusivamente all’interno dei propri laboratori era diventato insostenibile, e conveniva far circolare le conoscenze in entrambe le direzioni, acquisendo tecnologie dall’esterno e cedendo a terzi quelle non utilizzate.

Il ragionamento sottostante

Vale la pena ricostruirlo, perché è più solido di come viene spesso riferito.

Il modello chiuso aveva funzionato in un contesto preciso: personale altamente qualificato concentrato in poche grandi imprese, mobilità del lavoro bassa, capitale di rischio scarso.

Quando quelle condizioni cambiarono (competenze diffuse, persone che si spostano portando con sé ciò che sanno, finanziamenti disponibili per nuove imprese) trattenere tutto all’interno smise di essere un vantaggio. Una tecnologia sviluppata e non utilizzata non resta un patrimonio: perde valore mentre qualcun altro, altrove, arriva allo stesso risultato.

La proposta era quindi pragmatica: se non si può impedire alla conoscenza di circolare, conviene organizzarne la circolazione anziché subirla.

Come viene presentata nel testo

L’articolo colloca la strategia in una cornice molto più ampia: il superamento della vecchia società industriale, la sostituzione graduale della competitività con una collaborazione estesa tra ricerca e impresa, la transizione verso una società della conoscenza condivisa e un modello di sviluppo ecocompatibile.

Vengono richiamati il ruolo degli intermediari senza scopo di lucro che mettono a disposizione piattaforme di collaborazione, la necessità di formare figure gestionali capaci di diffondere questa cultura, e infine una proposta di lavoro sull’«innovazione empatica», con riferimento a un saggio divulgativo sulla civiltà dell’empatia.

Cosa va distinto

Qui occorre separare due piani che il testo sovrappone.

Il primo è una strategia gestionale con basi empiriche: esistono studi che ne misurano l’adozione e gli effetti, e ne conoscono anche i limiti.

Il secondo è una prospettiva sociale (il superamento della competizione, la solidarietà tra imprese, l’evoluzione empatica delle organizzazioni) che appartiene al piano delle aspirazioni. Può essere condivisibile, ma non discende dal primo e non ne eredita il sostegno.

Presentarli insieme produce un effetto controproducente: rende meno credibile una proposta operativa valida, associandola a previsioni non verificabili.

Cosa la ricerca ha effettivamente rilevato

Vale la pena riportare quanto è emerso negli anni successivi, perché ridimensiona sia gli entusiasmi sia le formule generiche.

  • La condizione decisiva è la capacità di assorbimento: un’impresa può utilizzare conoscenza esterna solo in proporzione a quella che possiede già. Chi non fa ricerca interna non riesce nemmeno a riconoscere il valore di ciò che gli viene offerto. La collaborazione non sostituisce le competenze proprie: le presuppone.
  • L’apertura ha costi di coordinamento reali, e diversi studi indicano rendimenti decrescenti: oltre una certa soglia il numero di collaborazioni riduce l’efficacia anziché aumentarla.
  • La distribuzione dei benefici è asimmetrica. Nei rapporti tra grandi imprese e realtà piccole, chi ha maggiore capacità legale e organizzativa tende a ricavarne di più, e la parte debole rischia di cedere ciò che ha di più prezioso senza contropartite adeguate.
  • La proprietà intellettuale resta centrale, non superflua: gli accordi che funzionano sono quelli in cui è stato definito prima a chi appartengono i risultati.

Il punto che il testo trascura

È proprio quest’ultimo. Un articolo che descrive relazioni solidali tra imprese non affronta la questione più concreta: chi possiede ciò che nasce da una collaborazione.

È la domanda che determina se un rapporto funziona o si interrompe, ed è anche quella che protegge la parte più piccola. Lasciarla implicita in nome della fiducia reciproca è, nella pratica, il modo più efficace per svantaggiare chi ha meno strumenti per farsi valere.

Il ruolo degli intermediari

L’osservazione sugli intermediari è invece fondata, e merita di essere spiegata.

Il problema pratico della collaborazione tra ricerca e impresa non è la scarsa disponibilità: è che le due parti non si incontrano e non parlano la stessa lingua. Un gruppo di ricerca formula i risultati per una comunità scientifica; un’impresa cerca soluzioni a un problema che non sa tradurre in termini di ricerca.

La funzione di un intermediario è precisamente questa traduzione. Ed è il motivo per cui difficilmente può essere svolta da una piattaforma: mettere a disposizione uno spazio di incontro non produce comprensione reciproca, che richiede persone capaci di stare su entrambi i lati.

Una nota sul linguaggio

Il testo è scritto in una lingua molto densa (innovazione di sistema, valorizzazione interattiva, intelligenza strategica empatico-sociale) che vale la pena commentare, perché il fenomeno riguarda un intero settore.

Un linguaggio molto astratto ha un effetto specifico: rende impossibile il disaccordo. Non si può contestare una proposta di cui non è chiaro cosa comporti in concreto, e questo protegge chi la formula ma impedisce anche di verificarla.

La prova più semplice, davanti a un testo di questo tipo, è chiedersi: cosa dovrebbe fare domani mattina, concretamente, una persona che lo condivide? Se la domanda non trova risposta, il problema non è di chi legge.

Domande frequenti

Cos’è l’open innovation?

Una strategia formulata nel 2003 secondo cui conviene far circolare le conoscenze in entrambe le direzioni: acquisire tecnologie dall’esterno e cedere a terzi quelle non utilizzate, invece di svolgere tutta la ricerca all’interno.

Perché il modello chiuso non funziona più?

Perché sono cambiate le condizioni che lo reggevano: le competenze si sono diffuse, le persone si spostano portando ciò che sanno, i finanziamenti per nuove imprese sono più accessibili. Una tecnologia non utilizzata perde valore mentre altri vi arrivano.

Basta aprirsi all’esterno per innovare?

No. Serve capacità di assorbimento: un’impresa utilizza conoscenza esterna in proporzione a quella che già possiede. Chi non fa ricerca interna non riconosce nemmeno il valore di ciò che gli viene offerto.

Qual è la questione da definire prima di collaborare?

A chi appartengono i risultati. È ciò che determina se un rapporto regge, e lasciarlo implicito in nome della fiducia svantaggia sistematicamente la parte con meno strumenti per far valere le proprie ragioni.

L’idea originaria è solida e misurabile: nessuna impresa possiede tutte le competenze che le servono, e organizzare la circolazione della conoscenza è meglio che subirla. Ma vanno tenuti separati i due piani che il testo sovrappone, una strategia gestionale con basi empiriche e una prospettiva sociale sul superamento della competizione, che appartiene alle aspirazioni. La ricerca successiva ha indicato la condizione decisiva: l’apertura funziona solo dove esiste già competenza interna, e la domanda pratica da porre prima di ogni collaborazione (a chi appartengono i risultati) è proprio quella che il linguaggio della solidarietà tende a lasciare implicita, a danno di chi ha meno strumenti.
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