L’autoefficacia
Il primo ambito riguarda la percezione che una persona ha delle proprie capacità in un compito determinato.
Chi ha sviluppato un senso solido di autoefficacia, si osserva, sceglie obiettivi più elevati, è più motivato, impiega le proprie capacità con maggiore efficienza, prova meno ansia, gestisce meglio gli insuccessi, è più tenace e ottiene risultati più soddisfacenti rispetto a chi ha una percezione negativa delle proprie possibilità.
Perché non è pensiero positivo
La distinzione è importante, perché il concetto viene spesso banalizzato.
L’autoefficacia non è una stima generica del proprio valore ma una previsione specifica e circoscritta: riguarda un compito preciso in condizioni precise. Un atleta può averla alta in gara e bassa in allenamento, o viceversa.
Il meccanismo non è magico: chi ritiene di potercela fare persiste più a lungo di fronte alla difficoltà, e la persistenza aumenta la probabilità di riuscita. Il risultato conferma poi la convinzione, che è il modo in cui il circolo si consolida.
Ne discende una conseguenza operativa: la fonte più potente di autoefficacia non è l’incoraggiamento verbale, ma l’esperienza diretta di riuscita. È il motivo per cui la progressione dei compiti conta più di qualunque discorso motivazionale.
Le tecniche indicate
Vengono proposti quattro strumenti:
- esercizi di respirazione, per ridurre un’ansia pre-gara eccessiva o, all’opposto, favorire un aumento di attivazione;
- esercizi di visualizzazione, per rievocare le sensazioni provate in una gara andata particolarmente bene;
- lavoro sulla consapevolezza emotiva attraverso la descrizione di gare precedenti;
- concentrazione sulla prestazione immaginando ciò che si dovrà fare come azione fluida, coordinata e sicura.
Cosa è meglio documentato
Il primo punto contiene l’osservazione più utile: la regolazione va in entrambe le direzioni.
È un’indicazione spesso trascurata. L’attivazione eccessiva compromette la prestazione, ma anche quella insufficiente: la relazione tra attivazione e rendimento non è lineare, ed esiste una fascia ottimale che varia da persona a persona e da disciplina a disciplina. Il compito non è “calmarsi”, ma raggiungere il proprio livello utile.
Sulla visualizzazione (la pratica mentale del gesto) l’evidenza è tra le più solide della psicologia dello sport: produce miglioramenti reali, sebbene inferiori a quelli dell’esercizio fisico e maggiori quando il compito ha una forte componente cognitiva o di sequenza.
Gli infortuni
Il secondo ambito riguarda l’infortunio come evento che destabilizza l’equilibrio psicologico.
Un cattivo adattamento può comportare rabbia e senso di impotenza, sbalzi dell’umore, sensi di colpa e pensieri depressivi, con ricadute su relazioni familiari e interpersonali e sull’andamento scolastico o lavorativo.
Gli interventi indicati mirano ad aiutare la persona a:
- ridefinire le priorità stabilite prima dell’evento;
- ampliare i propri interessi anche ad ambiti non sportivi, mantenendo però i contatti con l’allenatore e la squadra;
- accettare le emozioni negative legate all’infortunio;
- sentirsi soggetto attivo nel percorso riabilitativo;
- ripetere mentalmente il gesto tecnico.
Il punto decisivo
Il quarto elemento è il più rilevante e merita di essere isolato.
L’infortunio produce sofferenza non solo per il dolore o per l’interruzione, ma perché trasforma la persona in oggetto di un processo: viene curata, sottoposta a protocolli, valutata da altri. Chi ha costruito la propria identità sul controllo del corpo si trova nella condizione opposta.
Restituire un ruolo attivo nella riabilitazione non è quindi un accorgimento motivazionale: incide sull’aderenza al percorso, e l’aderenza è uno dei fattori che determinano l’esito.
Va sottolineata anche l’indicazione di mantenere i contatti con l’ambiente sportivo. L’allontanamento è la reazione spontanea più comune (è doloroso vedere gli altri fare ciò che non si può fare) ma produce un isolamento che rende il rientro molto più difficile.
Una precisazione sulla ripetizione mentale
Il testo afferma che l’immaginazione consentirebbe di restare allenati tecnicamente e muscolarmente anche a riposo.
Va ridimensionato. La pratica mentale attiva effettivamente circuiti motori e contribuisce a mantenere lo schema tecnico, con effetti misurabili ma modesti sulla forza. Non sostituisce l’allenamento fisico né previene il decondizionamento.
Il beneficio principale è nel mantenimento della rappresentazione del gesto e nel senso di continuità con la propria pratica.
Il terzo ambito
Viene proposta l’applicazione di un metodo psicoterapeutico basato su stimolazioni bilaterali, nato per il trattamento del trauma, esteso qui alla ricerca di prestazioni elevate.
L’impianto teorico riportato è che le difficoltà attuali derivino da informazioni e ricordi rimasti non elaborati, e che l’obiettivo sia riprenderli per renderli utilizzabili nel presente, lavorando poi sulle situazioni future.
Gli usi indicati riguardano lo sviluppo di risorse interne, la costruzione di figure interiori di sostegno e la definizione di un piano d’azione.
Cosa va detto con chiarezza
Servono tre precisazioni.
La prima: il metodo ha prove di efficacia consolidate (ed è raccomandato da linee guida internazionali) per il disturbo da stress post-traumatico. È il suo ambito proprio.
La seconda: l’uso per il miglioramento della prestazione in persone senza un quadro clinico è un’estensione che non dispone di un supporto empirico comparabile. Presentarlo come metodo per l’eccellenza confonde due piani molto diversi.
La terza: all’interno del metodo, il contributo specifico della stimolazione bilaterale (la componente più caratteristica) resta oggetto di discussione scientifica; diversi studi suggeriscono che l’efficacia dipenda soprattutto dalle componenti di esposizione e rielaborazione condivise con altri approcci.
Ciò non toglie che una parte degli obiettivi elencati sia legittima: costruire un piano d’azione e rappresentazioni di sostegno sono pratiche comuni a molti approcci, e non richiedono quella cornice specifica.
Un’ultima avvertenza: se sotto la difficoltà di prestazione c’è un trauma reale (un infortunio grave, una caduta, un evento di violenza) il percorso indicato è clinico, e va condotto da un professionista abilitato in un contesto di cura, non di preparazione atletica.
Domande frequenti
Cos’è esattamente l’autoefficacia?
Non una stima generica del proprio valore, ma una previsione specifica riferita a un compito preciso. Chi la possiede persiste più a lungo davanti alla difficoltà, e la persistenza aumenta la probabilità di riuscita.
Come si aumenta?
La fonte più potente non è l’incoraggiamento verbale ma l’esperienza diretta di riuscita. Per questo la progressione graduale dei compiti conta più di qualunque discorso motivazionale.
La visualizzazione sostituisce l’allenamento durante un infortunio?
No. Attiva circuiti motori e aiuta a mantenere lo schema tecnico, con effetti misurabili ma modesti sulla forza. Non previene il decondizionamento né sostituisce il lavoro fisico.
L’EMDR migliora la prestazione sportiva?
Ha prove consolidate per il disturbo da stress post-traumatico, che è il suo ambito proprio. L’uso per il miglioramento della prestazione in assenza di un quadro clinico non ha un supporto empirico paragonabile.