Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Incapaci di scegliere: sentirsi Spettatori della propria Vita

Sentirsi in balia delle onde anziché al timone della propria nave. È una delle descrizioni più ricorrenti del disagio: non tanto una sofferenza specifica, quanto la sensazione di non poter scegliere, di assistere alla propria vita invece di condurla. Questo articolo ha finalità divulgative e propone spunti di riflessione. Se la sensazione di paralisi decisionale […]

Psicolab — Incapaci di scegliere: sentirsi Spettatori della propria Vita
Sentirsi in balia delle onde anziché al timone della propria nave. È una delle descrizioni più ricorrenti del disagio: non tanto una sofferenza specifica, quanto la sensazione di non poter scegliere, di assistere alla propria vita invece di condurla.
Questo articolo ha finalità divulgative e propone spunti di riflessione. Se la sensazione di paralisi decisionale è persistente e compromette la vita quotidiana, è opportuno parlarne con uno psicologo: si tratta di una condizione su cui è possibile lavorare.

La vita come sequenza di scelte

Ogni giorno ci troviamo a decidere: da quale film vedere stasera a quale percorso di studi intraprendere, da dove andare a cena a dove abitare.

Che lo vogliamo o no, ogni istante richiede scelte che determinano le nostre azioni e, di conseguenza, il futuro. In un certo senso, disegnano la nostra vita.

Come ha sintetizzato Richard Bandler, l’arte di vivere bene si riduce all’impadronirsi della facoltà di scegliere, e a scegliere per il meglio.

Resta la domanda: come farlo.

Piacere e felicità non sono la stessa cosa

Un criterio proposto è tanto semplice quanto efficace: chiedersi se una certa decisione porterà più piacere o più felicità.

Sono parole che sembrano vicine e appartengono invece a campi di significato molto diversi.

Il piacere è estemporaneo e immediato. La felicità si costruisce nel lungo termine.

Reinquadrare una decisione in questi termini rende spesso evidente ciò che era confuso: di fronte a una scelta importante conviene chiedersi se si tratti di una soddisfazione momentanea (che a distanza potrebbe persino danneggiarci) oppure di qualcosa che, pur non producendo effetti oggi, contribuirà al benessere di domani.

È un criterio utile proprio perché non richiede di sapere quale sia la scelta giusta: richiede solo di riconoscere su quale orizzonte si sta valutando.

Il vero contenuto del disagio

L’osservazione clinica riportata è precisa: molto del disagio delle persone è legato non a un problema specifico, ma alla sensazione di non poter scegliere.

Di non poter agire nella propria vita e sulla propria vita. Di esserne spettatori anziché protagonisti.

È una distinzione importante, perché sposta il fuoco. Non si tratta necessariamente di circostanze avverse: si tratta della percezione di non avere margine, che può essere presente anche in situazioni oggettivamente favorevoli.

Da dove ripartire

L’indicazione operativa è chiara: partire dall’interno, dal proprio sistema di valori.

Riconoscerlo, individuarne le caratteristiche, capire che cosa ci ha effettivamente guidato fino a quel momento: che non sempre coincide con ciò che dichiariamo di ritenere importante.

Perché non riusciamo a decidere

La spiegazione fornita è la parte più utile dell’intero ragionamento.

Spesso l’incapacità di scegliere non deriva da mancanza di informazioni, ma da un conflitto interno: due desideri opposti, due valori, due direzioni contrastanti che si attivano contemporaneamente.

Ne consegue che aggiungere dati non aiuta. Ciò che serve è diventare consapevoli del conflitto: riconoscere quali due cose stiamo cercando di ottenere insieme, e che non possono coesistere.

Solo così quel conflitto può essere sciolto, restituendo la libertà non tanto di scegliere, quanto di ricominciare a scegliere.

La forza e la debolezza

La capacità di scelta viene descritta con una formula efficace: è insieme la nostra più grande debolezza (il nostro peggior carceriere) e la nostra forza maggiore.

Il principio che unisce le due facce è questo: non sono le situazioni in sé a determinare la nostra vita, ma il senso e il significato che attribuiamo loro.

Il riferimento a Frankl

Il testo si chiude richiamando la riflessione di Viktor Frankl, psichiatra sopravvissuto ai campi di sterminio.

La sua tesi, formulata a partire da quell’esperienza estrema, è che resti sempre una possibilità di scelta: quella riguardante il modo in cui si affronta ciò che accade. È dal modo in cui si accoglie la sofferenza inflitta, sosteneva, che possono nascere possibilità di attribuire un significato all’esistenza anche nei momenti più difficili.

Va detto con chiarezza che questa affermazione non riduce in alcun modo la gravità di ciò che è stato subito, né suggerisce che la sofferenza sia una scelta. Frankl parla dell’unico spazio che nessuna circostanza può eliminare: quello dell’atteggiamento interiore.

Ed è precisamente per questo che il suo pensiero risulta rilevante anche in condizioni ordinarie. Se quello spazio esiste nelle circostanze più estreme, è ragionevole supporre che esista anche quando ci sembra di non averne affatto: che è poi la situazione descritta da chi si sente spettatore della propria vita.

Domande frequenti

Come distinguere piacere e felicità in una decisione?

Chiedendosi su quale orizzonte temporale si sta valutando: il piacere è immediato ed estemporaneo, la felicità si costruisce nel lungo periodo. Il criterio non dice quale sia la scelta giusta, ma chiarisce cosa si sta effettivamente confrontando.

Perché a volte è impossibile decidere?

Perché spesso si attiva un conflitto tra due desideri o valori opposti che si vorrebbero soddisfare insieme. Aggiungere informazioni non aiuta: serve riconoscere quali due cose incompatibili si stanno cercando.

Sentirsi spettatori della propria vita dipende dalle circostanze?

Non necessariamente. È una percezione di assenza di margine che può presentarsi anche in situazioni oggettivamente favorevoli, ed è proprio per questo che il lavoro va fatto sul sistema di valori personale.

Cosa intende Frankl per possibilità di scelta?

Lo spazio dell’atteggiamento interiore verso ciò che accade: l’unico che nessuna circostanza può eliminare. Non significa che la sofferenza sia una scelta, né riduce la gravità di ciò che viene subito.

Molto del disagio non riguarda un problema specifico ma la sensazione di non poter scegliere: di essere spettatori anziché protagonisti della propria vita, percezione che può presentarsi anche in situazioni favorevoli. Un criterio utile per decidere è distinguere piacere e felicità: il primo immediato, la seconda costruita nel lungo periodo. Il criterio non indica la scelta giusta, ma chiarisce l’orizzonte su cui si sta valutando. L’incapacità di decidere deriva spesso non da mancanza di informazioni ma da un conflitto tra valori opposti: riconoscerlo è ciò che restituisce la possibilità di scegliere. E come ha mostrato Frankl, resta sempre lo spazio dell’atteggiamento verso ciò che accade.
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