Che cosa si intende per trauma vicario
Lo stesso DSM V pone l’aver assistito ad un evento in da cui è derivata la morte o la messa in pericolo della vita tra le possibili cause di insorgenza del PTSD, disturbo originato proprio dalla gestione maladattiva delle conseguenze traumatiche, più o meno direttamente sofferte.
Dunque il trauma non colpisce soltanto coloro che ne sperimentano il verificarsi diretto.
Ci troviamo di fronte ai casi di Trauma vicario in tutti i casi in cui un soggetto, pur non vivendo direttamente un’esperienza traumatica, viene coinvolto negli effetti emotivi della stessa.
Le due modalità della vicarietà
La vicarietà può caratterizzarsi in due modalità fondamentali:
L’esposizione sincrona all’evento
Implica una compartecipazione visiva e percettiva allo stesso: pensiamo a tutti i casi in cui si assiste ad un incidente stradale, ad un omicidio, ad un suicidio, ad un disastro di qualsiasi genere, anche naturale, senza poter agire per impedirne le conseguenze, magari per impossibilità oggettiva, o semplicemente perché non se ne ha il coraggio, in quanto un intervento metterebbe in pericolo la nostra stessa vita. In tal caso il vissuto di impotenza è quello predominante. La consapevolezza frustrante e rabbiosa di non aver potuto evitare quell’evento che si è dolorosamente compiuto, agevola stati di auto squalifica, spesso di colpevolizzazione, e blocca ogni capacità reattiva.
Uno degli esempi più efficaci è fornito dalla violenza indiretta familiare, riscontrabile in tutti i casi in cui un soggetto è costretto ad assistere alla violenza perpetrata da parte di uno dei componenti (nella maggior parte dei casi il padre) verso un altro membro (la madre o gli altri figli). Dunque il soggetto assiste direttamente al compiersi del fatto, ma non potendo fare nulla per impedirne il compimento, si trova ostaggio di un’impotenza reattiva letteralmente paralizzante, una frustrazione terrifica e inesorabile, sufficiente essa stessa a generare un trauma.
L’asincronicità visuo-percettiva
Implica una distanza spazio temporale tra l’evento e la vittima vicaria, e dunque l’assenza di quest’ultima all’effettivo compimento del medesimo. Rientrano in questa fattispecie gli annunci di morte improvvisa di un congiunto (suicidio, incidente stradale, malore improvviso); esperienze traumatiche con cui si viene a contatto a causa di una professione in cui la vita, propria e altrui, viene messa costantemente a rischio (è il caso di forze dell’ordine, medici, volontari), o quelle in cui è richiesta un’intensa partecipazione empatica alle sofferenze altrui (ad esempio lo psicoterapeuta, che, ascoltando le esperienze traumatiche dei pazienti nel setting, può diventarne testimone secondario e riviverne gli effetti in una sorta di re enactement traumatica).
Ma anche dover sperimentare le conseguenze emotive, sociali e comportamentali di un trauma vissuto da un componente della propria famiglia, magari anche a distanza di anni dell’accadimento specifico, può destare effetti squilibranti nella dimensione psichica, andando a designare i contorni di un’esperienza traumatica (i c.d. traumi transgenerazionali). Considerato che si tratta di un fatto accaduto nel passato, e ormai irreversibile, è in questo caso più facile sperimentare un vissuto di identificazione con la vittima, attraverso un contagio emotivo che spinge a ricreare internamente le condizioni affettive suscitate dall’evento. La capacità di immedesimazione empatica si mescola alla competenza immaginativa e di decentramento del Sé, proiettando la vittima vicaria nella dimensione esistenziale di quella primaria, di cui riproduce i vissuti emotivi in una modalità sintonizzante, per quanto differita. Cosa può aver provato, cosa avrei fatto io se mi fossi trovato al suo posto… sono tutte domande che un evento del genere può spingere a porsi, alimentando un disagio emotivo non narrabile, e tuttavia invasivo, da cui si può rischiare di venir fagocitati.
Il peso dell’individualità
È inoltre importante non trascurare il ruolo fondamentale svolto dall’individualità: l’effetto del trauma vicario può mostrarsi amplificato dal legame che unisce vittima primaria e secondaria, dalla suggestionabilità e dall’intelligenza emotiva individuale (non tutti possediamo le medesima capacità di leggere ed intuire gli stati d’animo altrui, né ce ne lasciamo condizionare allo stesso modo), dallo stadio evolutivo di quest’ultimo (nei bambini e negli adolescenti l’effetto è più destabilizzante), dalla modalità in cui si riceve notizia della morte e dunque se vengono rispettate le norme death notification, o se al contrario la notizia viene comunicata senza alcuna attenzione empatica, omettendo di creare, mediante il linguaggio, una distanza di sicurezza tra l’evento e colui che dovrà apprenderlo. In questo caso si aggiunge male al male, creando una traumatizzazione secondaria che va sovrapporsi a quella determinata dall’evento.
Non è un trauma di serie B
Il trauma vicario non è un trauma di serie B, nè presenta intensità attenuata rispetto a quello principale: è esso stesso una tipologia traumatica ben specifica i cui effetti si perpetrano con conseguenze dannose sul breve e lungo termine.
Tutt’altro: per certi aspetti il trauma vicario ha il potere di creare più vittime: quelle proprie e quelle dell’evento principale da cui è generato. I danni sono quindi intensificati, anziché depotenziati.
è il caso quindi di fare attenzione in tutti i casi, spesso banalizzati, in cui lo stesso può verificarsi, andando a creare un effetto domino che amplifica il potere presentificante e coattivo del trauma.
Domande frequenti
Che cos’è esattamente il trauma vicario?
È la condizione in cui un soggetto, pur non vivendo direttamente un’esperienza traumatica, viene coinvolto negli effetti emotivi della stessa. Non è una categoria informale: lo stesso DSM V include l’aver assistito a un evento da cui è derivata la morte o la messa in pericolo della vita fra le possibili cause di insorgenza del PTSD.
In quali modi ci si può esporre a un trauma vicario?
In due. Con un’esposizione sincrona, cioè assistendo all’evento con compartecipazione visiva e percettiva senza poter intervenire, dove domina il vissuto di impotenza. Oppure con un’asincronicità visuo-percettiva, cioè con una distanza spazio-temporale fra l’evento e la vittima vicaria: è il caso dell’annuncio di una morte improvvisa, delle professioni costantemente esposte al rischio o alla sofferenza altrui, e dei traumi transgenerazionali.
Chi rischia di subirne di più gli effetti?
L’intensità dipende dall’individualità. Pesano il legame che unisce vittima primaria e secondaria, la suggestionabilità, l’intelligenza emotiva, lo stadio evolutivo (nei bambini e negli adolescenti l’effetto è più destabilizzante) e la modalità con cui la notizia viene comunicata. Quando le norme di death notification non vengono rispettate, si aggiunge male al male e si genera una traumatizzazione secondaria che si somma a quella dell’evento.
Il trauma vicario è meno grave di quello diretto?
No. Non ha intensità attenuata rispetto a quello principale: è una tipologia traumatica specifica, con conseguenze dannose nel breve e nel lungo termine. Anzi, per certi aspetti moltiplica: crea vittime proprie che si aggiungono a quelle dell’evento originario, quindi i danni risultano intensificati, non depotenziati.
Bibliografia
Blair D.T., Ramones V.A. (1996). Understanding vicarious traumatization. Journal of Psychosocial Nursing and Mental;
McCann I.L., Pearlman L.A. (1990). Vicarious traumatization: A framework for understanding the psychological effects of working with victims. Journal of Traumatic Stress, Vol. 3:131-149.
Stamm B. H. (editor) (1999). Secondary Traumatic Stress Disorder. Self-care and issues for clinicians, researchers and educators, Sidran Press, Baltimora, Maryland
Van der Kolk, B. (2015) Il corpo accusa il colpo: mente corpo e cervello nell’elaborazione del trauma, Raffaello Cortina, Milano;
Vicari, S. (2023) Trauma e psicopatologia, Erickson, Trento
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