Non solo una moda
Il self-improvement (la filosofia del costante miglioramento di sé sul piano caratteriale, mentale, fisico o professionale) è uno degli elementi di forza dell’educazione degli adulti. Insieme all’idea del self-made man, viene spesso liquidato come una delle tante mode importate dagli Stati Uniti e popolarizzate dai grandi formatori contemporanei.
In realtà, la filosofia della crescita personale è una delle eredità più genuine della cultura americana. Nasce come parte integrante di una nuova identità socio-culturale, frutto dell’innesto della tradizione filosofica europea sul suolo statunitense. Alla base di questa trasformazione c’è il Trascendentalismo americano, corrente fiorita nell’Ottocento e legata ai nomi di Ralph Waldo Emerson e Henry David Thoreau.
Le radici filosofiche
Cosa fu il Trascendentalismo? Come spiegava lo stesso Emerson, era essenzialmente l’idealismo del suo tempo. Il termine “trascendentale” derivava dall’uso che ne aveva fatto il filosofo tedesco Immanuel Kant, il quale, replicando alla filosofia scettica secondo cui non c’è nulla nell’intelletto che non provenga dai sensi, aveva dimostrato l’esistenza di una classe importante di idee e forme che non derivano dall’esperienza, ma attraverso le quali l’esperienza stessa viene acquisita. Kant le chiamò forme “trascendentali”: intuizioni dello spirito.
Su queste basi, Emerson e Thoreau affrontano il tema della crescita personale. Il punto di partenza è una presa di coscienza: la vita condotta fino a un certo momento tradisce la propria vera natura. Il passo successivo è l’invito a pensare in modo autonomo e a combattere la conformità imposta dalla società.
Il “Perfezionismo Morale”
Questa prospettiva è stata definita da un filosofo contemporaneo “Perfezionismo Morale” o “Emersoniano”. Essa esorta a un progressivo e incessante miglioramento di sé e della società, nella fiducia che ogni individuo possieda le risorse per intraprendere la propria crescita, per quanto radicale possa essere la trasformazione da compiere.
L’aspetto decisivo è che, in linea con lo stile pragmatico americano, questo perfezionismo non resta una semplice teoria edificante: diventa una pulsione interna alla filosofia stessa, che si riflette nel tono di urgenza morale delle opere e nell’attività degli autori. Emerson, per esempio, teneva conferenze in circoli culturali frequentati da persone in carriera, i self-made men, arrivando a parlare fino a ottanta volte l’anno. La filosofia, insomma, si faceva pratica, dialogo, invito all’azione.
Autori che si mettono in gioco
Emerson e Thoreau si pongono come predecessori: individui che hanno già sperimentato una crisi e che si sforzano di trasmettere questa consapevolezza ai concittadini. I loro testi invitano il lettore a partecipare a una discussione e a prendere posizione, proponendo la propria esperienza come modello di crescita verso un sé più consapevole. In altre parole, cercano di estendere agli altri quel cambiamento che per primi hanno vissuto.
Questa pretesa non è separata dai contenuti, ma ne è parte integrante: per questi autori, investire nelle parole è investire nella propria vita. Lo testimonia il modo in cui Emerson si avvicinò alla filosofia dopo la morte prematura del figlio: in un suo celebre saggio si legge lo sforzo di dare senso a una separazione tragica, che sfocia in una rinascita, o almeno in un altro modo di abitare il mondo, consapevole della finitezza umana. La sua storia personale diventa così parte fondamentale del suo pensiero.
Leggere ed essere letti
Ne deriva un capovolgimento del rapporto tra autore e lettore, che ricorda per certi versi quello tra terapeuta e paziente sviluppato dalla successiva riflessione psicologica. Il lettore, in un certo senso, diventa colui che viene letto. Secondo Thoreau, leggere implica la disponibilità a essere letti: il testo ha la capacità di risvegliare in noi pensieri assopiti, un po’ come certe interpretazioni portano alla consapevolezza ciò che già sapevamo senza saperlo.
Interpretare un testo, allora, significa anche essere interpretati da esso, in un processo che può diventare una riscoperta di sé o una spinta verso il proprio sé autentico. Il messaggio di fondo è forte: solo io posso essere l’autore di me stesso, e per questo devo prendere su di me la mia esistenza, affermarla, rivendicarla, metterla in atto. La ricerca di un’identità più autentica, il rifiuto della mediocrità, il miglioramento personale e la capacità di autodeterminarsi si rivelano così temi radicati fin dalle origini di questa cultura, e ancora oggi al cuore di ogni percorso di crescita personale.
Domande frequenti
Da dove nasce la filosofia del self-improvement?
Non è una semplice moda recente: affonda le radici nel Trascendentalismo americano dell’Ottocento, con pensatori come Emerson e Thoreau. Nasce come parte di una nuova identità culturale, frutto dell’innesto della tradizione filosofica europea sul suolo statunitense.
Cos’è il “Perfezionismo Morale”?
È il nome dato alla prospettiva emersoniana che esorta a un miglioramento continuo di sé e della società, nella fiducia che ogni individuo possieda le risorse per crescere. Non resta teoria astratta, ma diventa una pulsione pratica e un invito all’azione.
Cosa significa “leggere ed essere letti”?
Secondo Thoreau, leggere implica la disponibilità a lasciarsi interpretare dal testo, che risveglia pensieri assopiti. Interpretare un’opera diventa così anche un essere interpretati da essa, un processo di riscoperta di sé verso il proprio sé autentico.
Qual è il messaggio centrale di questa filosofia?
Che solo noi possiamo essere gli autori di noi stessi, e che dobbiamo prendere su di noi la nostra esistenza, affermandola e mettendola in atto. La ricerca di autenticità, il rifiuto della mediocrità e l’autodeterminazione ne sono i temi portanti.
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