Oltre la correzione dei sintomi
Per molto tempo l’immagine più diffusa della terapia cognitiva è stata quella di un intervento mirato a individuare e correggere pensieri e comportamenti disfunzionali. È un lavoro utile, ma parziale. La proposta di Guidano sposta il baricentro: il vero obiettivo non è tanto eliminare un sintomo, quanto raggiungere il nucleo dei temi emozionali che organizzano l’esperienza della persona. Il sintomo, in questa lettura, è la punta visibile di un modo più profondo di sentirsi e di darsi un significato.
Modificare questo livello significa incidere sugli schemi attraverso cui il paziente percepisce sé stesso e la realtà. Quando il cambiamento riguarda questi schemi, e non solo la superficie dei comportamenti, diventa sostanziale e permanente. È una differenza cruciale: si passa da un aggiustamento tecnico a una trasformazione del modo in cui la persona si conosce.
Il Sé come processo, non come cosa
Il titolo stesso, “Il Sé nel suo divenire”, racchiude l’idea centrale: il Sé non è un oggetto fisso e definito una volta per tutte, ma un processo in continuo movimento. Riprendendo il discorso avviato con “La complessità del Sé”, Guidano giunge a una nuova definizione del significato del Sé, inteso come un’organizzazione che si costruisce e si riordina di continuo lungo l’arco della vita.
In questa prospettiva, che la tradizione post-razionalista ha sviluppato in Italia proprio a partire dal lavoro di Guidano, la persona non si limita a registrare passivamente la realtà: la costruisce attivamente, a partire dalla propria storia affettiva e dal modo in cui ha imparato a riconoscere e a dare nome alle proprie emozioni. Il Sé è insieme ciò che sperimentiamo immediatamente e ciò che, riflettendo, raccontiamo di noi stessi: due livelli in dialogo costante, la cui integrazione è al cuore del benessere psicologico.
La relazione terapeutica come strumento di cambiamento
Se il Sé è un processo che prende forma nelle relazioni, è nella relazione che può essere ridefinito. Per questo Guidano attribuisce grande importanza agli aspetti interattivi del rapporto tra paziente e terapeuta. Non si tratta di uno sfondo neutro su cui applicare tecniche, ma di uno strumento clinico vero e proprio: è dentro quella relazione che l’esperienza immediata del paziente può essere messa a fuoco, riordinata e, quando serve, ricostruita.
Il terapeuta contribuisce a definire il contesto clinico e interpersonale, aiuta il paziente a portare l’attenzione sulla propria esperienza nel momento in cui accade, e lo accompagna nel ricostruire il proprio stile affettivo. È un lavoro fine, che richiede di muoversi tra ciò che il paziente sente e ciò che riesce a raccontare di quel sentire, favorendo una comprensione più articolata e coerente di sé.
Emozioni, attaccamento e storia personale
Un elemento che distingue questa impostazione è il ruolo assegnato alle emozioni. Non sono un disturbo da spegnere né un dato grezzo da correggere con il ragionamento: sono il materiale di base con cui si costruisce il senso di sé. Il modo in cui una persona impara, fin dall’infanzia, a riconoscere, nominare e regolare le proprie emozioni definisce lo stile affettivo che porterà con sé nella vita adulta. È da qui che nascono i temi emozionali ricorrenti, quei nodi profondi che tornano a presentarsi in situazioni diverse e che spesso stanno dietro al sintomo per cui la persona chiede aiuto.
Le prime relazioni di accudimento hanno in questo un peso particolare. È nel legame con le figure di riferimento che il bambino sperimenta le proprie emozioni e apprende quali sono ammesse, quali vanno nascoste, quali risultano incomprensibili. Questa storia affettiva non resta nel passato: continua a organizzare il modo in cui, da adulti, leggiamo noi stessi e gli altri. Comprendere lo stile affettivo di un paziente significa dunque risalire alla trama della sua storia personale, non per cercare colpe, ma per rendere leggibile un modo di sentire che spesso appare al soggetto stesso oscuro e ingovernabile.
Riconoscere questa continuità tra emozione, storia e significato è ciò che permette alla terapia di andare oltre la superficie. Il paziente non viene semplicemente addestrato a pensare in modo diverso: viene aiutato a comprendere come è arrivato a sentirsi così, e a costruire un rapporto più flessibile con le proprie emozioni.
Che cosa cambia nella pratica clinica
I numerosi resoconti di casi che accompagnano questa impostazione mostrano concretamente come il terapeuta possa operare in questa direzione. Aiutare il paziente a mettere a fuoco l’esperienza immediata significa rallentare, tornare sul momento in cui un’emozione si è presentata, distinguere il vissuto dal giudizio che ci costruiamo sopra. Riordinare quell’esperienza vuol dire collegarla alla storia personale, riconoscere i temi che si ripetono, dare loro un posto nel racconto di sé.
Il risultato non è un semplice sollievo temporaneo, ma una diversa capacità di stare in rapporto con le proprie emozioni. Ricostruire lo stile affettivo del paziente, in questo senso, significa restituirgli un modo più flessibile e consapevole di percepire sé stesso e gli altri. È qui che la terapia cognitiva, nella lettura di Guidano, realizza il suo potenziale più profondo: non aggiusta, ma trasforma.
Domande frequenti
Che cosa si intende per Sé nella prospettiva di Guidano?
Il Sé non è un’entità fissa ma un processo in continuo divenire: un’organizzazione del significato personale che si costruisce e si riordina lungo tutta la vita, a partire dalla storia affettiva dell’individuo e dal modo in cui apprende a riconoscere le proprie emozioni.
In che modo questa impostazione si distingue dalla terapia cognitiva classica?
La terapia cognitiva tradizionale tende a concentrarsi sulla correzione di pensieri e comportamenti disfunzionali. La prospettiva di Guidano punta più in profondità, ai temi emozionali che organizzano l’esperienza, per ottenere un cambiamento sostanziale e duraturo degli schemi con cui la persona percepisce sé stessa e il mondo.
Perché la relazione terapeutica è così importante?
Perché se il Sé si forma nelle relazioni, è nella relazione che può essere ridefinito. Il rapporto tra paziente e terapeuta non è uno sfondo neutro, ma lo strumento attraverso cui l’esperienza immediata viene messa a fuoco, riordinata e ricostruita.
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