Abstract
Il Counselor, professionista della relazione di aiuto, è un esperto di relazioni. Laddove crescono relazioni malate egli è chiamato ad intervenire per risolvere e quando possibile, prevenire, per il disagio. Come un restauratore, con estrema cura, competenza, pazienza e attitudine personale, riporta l’uomo al suo naturale splendore, quello capace di assicurargli benessere senza scadenza.
La relazione umana è vita per l’uomo. Non posso pensare infatti ad un uomo che non viva in relazione con altri uomini. Dal momento in cui viene concepito, l’uomo è in relazione con il mondo che lo circonda e ciò significa che vive insieme ad altri uomini. Questa delicata condizione umana è soggetta ad una innumerevole quantità di variabili che ne determinano la qualità e quindi l’efficacia delle relazioni stesse. Quando penso all’ambiente fisico, alle condizioni di salute, alla situazione economica, familiare, sociale e culturale, in cui l’individuo vive, riesco solo vagamente ad immaginare quante possano essere le sfumature che caratterizzano le relazioni umane che l’uomo sperimenta ed agisce ogni giorno nel suo quotidiano. Sono ormai molti gli autori che ritengono la relazione un fattore sostanziale da cui dipende il benessere e la qualità di vita di ogni individuo. Alla base di questi pensieri c’è la connessione profonda fra le modalità relazionali di ciascuno di noi e le relazioni primarie instaurate con le figure genitoriali. Esse infatti imprimono nell’inconscio una sorta di griglia di lettura attraverso la quale l’individuo legge il mondo che lo circonda. Sono griglie che, come impronte ben definite, ognuno di noi porta con sé, impronte sempre più consolidate e confermate nel tempo che, come impalcature reggono un insieme via via sempre più numeroso di relazioni interpersonali e intrapersonale. Sono le impronte impresse dalla figura materna, fondamentale, dalla figura paterna e dai fratelli. La famiglia di origine forma nella mente del bambino le relazioni primarie che se ben disegnate e articolate si ripeteranno con successo ad ogni nuovo incontro personale che farà l’individuo, garantendogli benessere senza scadenza.
Può succedere però che tali impronte non siano ben modellate e non siano quindi sufficientemente adeguate. In casi come questi le impronte si solidificano portando in sé imperfezioni e punti deboli capaci di creare instabilità e insicurezza alla costruzione della persona. Sembra quindi deformarsi il percorso di crescita per cui l’uomo, non riuscendo a riconoscere le corrette relazioni all’interno del proprio gruppo di appartenenza, non riesce a definirsi rimanendo invischiato e confuso proprio all’interno del suo stesso gruppo. Accade quindi che la mente dell’uomo, non avendo acquisito strumenti per comprendere, diviene luogo di malessere e disagio. L’uomo soffre, il più delle volte, senza nemmeno conoscerne il motivo. Si tratta di un malessere diffuso e informe, dato a volte da un senso di inadeguatezza, di dubbio costante, di timore per ciò che non si conosce. Il disagio paralizza l’individuo, spesso a sua insaputa, nascondendogli le sue reali potenzialità. Pur vivendo a contatto con altri individui, il soggetto non riesce ad entrare in relazione autentica con loro. E’ questa mancanza che, se vissuta ripetutamente e senza cambiamento, rende cronicamente fallimentare un copione di azioni e reazioni non efficaci. Spesso il disagio invade anche il corpo che ne subisce conseguenze che divengono a lungo andare pesanti ed insopportabili.
Mi sono spesso interrogata se le scelte dell’uomo siano realmente dettate dal proprio libero arbitrio, se l’uomo abbia veramente in sé il potere dell’autodeterminazione, o se sia invece radicalmente condizionato, e da che cosa lo sia, nel suo agire. L’uomo, per natura, tende ad agire il bene. Se guardo un neonato, mi riesce davvero difficile pensare a quale male e di quali cattiverie sarebbe capace. Ma quando questo germoglio di “bene” non viene sufficientemente nutrito e accompagnato a crescere, cosa succede? Si fa strada il disagio, inizia la rovina di quella costruzione di cui dicevo, l’uomo inizia a vivere insoddisfazione e, di conseguenza, infelicità. Penso che, razionalmente, nessun individuo sceglierebbe la propria sofferenza, eppure chi vive la sofferenza, continua ad operare scelte che inducono sempre altra sofferenza, come fosse un continuo vortice che inghiotte, un ciclo vizioso. Allora non è così scandaloso pensare che il benessere e la libertà dell’uomo siano precisamente e sorprendentemente dettate da regole naturali che altro non si possono tradurre se non nel sperimentare la strada della sana relazione interpersonale, con convinzione e determinazione assolute. Sembra quindi che gli uomini siano effettivamente condizionati da queste leggi naturali se vogliono raggiungere una sufficientemente buona qualità di vita e del resto non mi sembra nemmeno che siano leggi che imprigionano e condannano, bensì che liberano e proiettano oltre ad orizzonti pensabili.
Ho più di un sospetto: forse il disagio odierno dell’uomo, dal più lieve al più conclamato, si genera da esperienze negative in ambito relazionale. Se le relazioni umane si originano da incontri, forse incontrare l’altro significa qualcosa in più rispetto a conoscerne il nome, o vivere con l’altro una fugace o abitudinaria frequentazione. Forse è davvero arrivato il momento in cui l’umanità deve operare una scelta che sia dettata da leggi diverse rispetto a quelle da cui oggi siamo invasi, le leggi del consumismo in ogni ambito, dell’arrivismo, del potere, del denaro e del breve divertimento fine a sé stesso. Forse conviene davvero iniziare a spendere il proprio tempo per entrare in relazione autentica con l’altro, per ascoltarlo, per comprenderlo, per cercare di capire cosa ci muove e cosa invece ci paralizza. Comprendere e offrire un modello diverso di interazione, una nuova formula, una nuova ricetta, un nuovo equilibrio. Certo, questo stile di vita costa un enorme dispendio di energia, una rimessa in gioco anche rischiosa. Remare controcorrente è sempre molto faticoso, e non è detto che chi viaggia con noi sia del nostro avviso, ma sono convinta che il compito del “counselor” oggi, sia quello di rivoluzionare, sovvertire l’ordine, sbalordire, sorprendere, stupire, innescare domande, riflessioni, o lasciare semplicemente senza parole, insinuare una nota di colore nuova proprio là dove l’aridità degli affetti ha ingrigito e fossilizzato il pensiero, una delicata limatura agli spigoli, un rinforzo sugli strappi, una nuova concreta possibilità, una sapiente rimodellatura a quelle impronte iniziali, un restauro alle colonne portanti dell’uomo senza le quali, tutto crolla inesorabilmente. Il Counselor quindi è chiamato a dare nuovi modelli di relazione, nuovi stimoli, nuove opportunità a chi vive il disagio. E’ chiamato a dimostrare, vivendole prima su sé stesso, che sono le relazioni affettive autentiche le uniche armi che ci restano per contrastare una vita troppo spesso definita “senza senso”, sprecata, in cui l’intrinseco “divino” è sformato ed irriconoscibile. Restaurare le proprie relazioni richiede coraggio, pazienza, dedizione, precisione, attenzione e fiducia in quantità fuori dal comune e soprattutto aiuto leale. Mi piace pensare al counselor come ad un restauratore che tende ad un risultato ambizioso visti i tempi che corrono e la società in cui viviamo, ma è un risultato del tutto normale se penso alla sua essenza naturale: far risplendere l’uomo come la più mirabile opera d’arte dell’universo.
Il Restauro delle Relazioni Umane
Abstract Il Counselor, professionista della relazione di aiuto, è un esperto di relazioni. Laddove crescono relazioni malate egli è chiamato ad intervenire per risolvere e quando possibile, prevenire, per il disagio. Come un restauratore, con estrema cura, competenza, pazienza e attitudine personale, riporta l’uomo al suo naturale splendore, quello capace di assicurargli benessere senza scadenza. […]
Sabrina Anesi Aggiornato il
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