Psicologia Clinica e Psicopatologia

Il Processo di Socializzazione

L’uomo non è sufficiente a se stesso: è per costituzione un essere sociale, che si sviluppa, si esprime e prende coscienza di sé solo dentro una società, per mezzo del linguaggio e della relazione con gli altri. La socializzazione è l’espressione della sua vera natura e investe ogni aspetto della vita. Questo articolo ripercorre il […]

Psicolab — Il Processo di Socializzazione
L’uomo non è sufficiente a se stesso: è per costituzione un essere sociale, che si sviluppa, si esprime e prende coscienza di sé solo dentro una società, per mezzo del linguaggio e della relazione con gli altri. La socializzazione è l’espressione della sua vera natura e investe ogni aspetto della vita. Questo articolo ripercorre il processo di socializzazione, il ruolo della scuola e delle scienze dell’educazione, le teorie sul mutamento sociale e le sfide di una formazione in dimensione europea e interculturale.

L’uomo come essere sociale

L’uomo, da solo, non può vivere né svilupparsi fisicamente e psicologicamente. Essendo per costituzione un essere sociale, deve vivere in una società dove si manifesta nella sua intima essenza e si esprime attraverso il linguaggio. Fuori da essa non avrebbe coscienza, né ragione, né immaginazione, né moralità, né sentimenti, né la consapevolezza di vivere. La socializzazione è dunque l’espressione della vera natura dell’uomo, che è tale solo in quanto si trova insieme ad altri esseri, agisce nei confronti dei suoi simili e ne riceve le azioni, in continua interazione con gli altri e con l’ambiente.

Per questo il processo di socializzazione investe ogni aspetto dell’esistenza: il lavoro, lo svago, gli affetti. La società, istituto indispensabile per lo sviluppo integrale dell’uomo, deve dedicare la massima cura all’educazione sociale, intesa sia come formazione della coscienza dell’individuo, sia come aspirazione a potenziarne capacità, intelligenza e forze emotive. Da qui la necessità che la società progetti per le nuove generazioni piani di educazione capaci di consolidarne la compagine e di aiutare i giovani a formarsi una coscienza civica e sociale.

Microcosmo e macrocosmo

Nella nostra esperienza di società abitiamo contemporaneamente mondi diversi. Prima di tutto abitiamo il microcosmo della nostra immediata esperienza con gli altri, fatta di rapporti personali; ma abitiamo anche un macrocosmo, fatto di strutture più vaste che ci coinvolgono in relazioni astratte, anonime e remote. Entrambi i modi sono essenziali (salvo nella prima infanzia, quando il microcosmo è tutto ciò che conosciamo): il microcosmo ha senso per noi solo se compreso nel macrocosmo che lo avvolge, e il macrocosmo ha scarsa realtà se non è ripetutamente rappresentato negli incontri personali del microcosmo. I due livelli si compenetrano senza soluzione di continuità, e il sociologo deve essere costantemente cosciente di questa duplice manifestazione del fenomeno “società”.

Dalla pedagogia alle scienze dell’educazione

Nei processi di socializzazione grande importanza spetta alla scuola, con le sue leggi, i suoi spazi e le sue strutture. Oggi, parlando di fenomeni educativi, non si usa più il termine “pedagogia” ma quello di “scienze dell’educazione”: la pedagogia è troppo ristretta per un’epoca di profondi mutamenti socio-culturali. L’educazione è ormai una variabile sociale complessa, composta di fattori e ruoli mutevoli che incidono sulla dimensione individuale e collettiva, sulle scelte politiche, sulla cultura. Essa interessa la psicologia generale e sociale, la sociologia, le scienze politiche, la ricerca filosofica e l’antropologia culturale.

I problemi educativi delle nuove generazioni vanno affrontati unendo i contributi di settori diversi ma convergenti, le scienze dell’educazione, il cui oggetto comune è l’educazione, cioè il processo formativo mediato dalle influenze ambientali fisiche ma soprattutto psicologiche, morali e ideologiche. La pedagogia ha a lungo mantenuto un cordone ombelicale con la morale, la filosofia e la religione: per secoli i problemi educativi furono trattati come parte della riflessione teologica e filosofica. Questa situazione entrò in crisi ai primi dell’Ottocento, quando il discorso pedagogico riannodò rapporti più stretti con psicologia, sociologia, antropologia, statistica e metodologia delle scienze sociali, aprendosi poi a linguistica, cibernetica, ricerca economica e biologia. Già Dewey, in “Fonti di una scienza dell’educazione”, intendeva “scienze” non come conoscenze assolute, ma come campi di studio e sperimentazione, accomunati dall’oggetto ma con metodi indipendenti.

La società del cambiamento

Un nuovo modello educativo presuppone un nuovo modello di umanità: una determinazione che non dipende da una disciplina specifica, ma da una scelta etico-sociale, frutto della mediazione tra aspirazioni individuali e di gruppo in una data società. L’esperienza del mutamento sociale è il nucleo stesso della sociologia, sviluppatasi come reazione intellettuale a profondi mutamenti: in Europa agli sconvolgimenti della rivoluzione francese, in America alle trasformazioni seguite alla guerra civile e alla rivoluzione industriale. In entrambi i casi, il desiderio di capire nascondeva anche l’esigenza di contenere i cambiamenti o di indirizzarli: la prima motivazione è tipica dei sociologi conservatori, la seconda di quelli progressisti. Weber, convinto che la comprensione sociologica dovesse restare distinta dai giudizi di valore, vedeva un rapporto indiretto tra il problema politico e quello intellettuale; per i marxisti, che credevano nell’unità di teoria e prassi, il rapporto era strettissimo.

Nel primo periodo della sociologia si tentò di costruire teorie onnicomprensive, capaci non solo di spiegare il cambiamento ma di prevederne la direzione. L’opera di Auguste Comte, fondatore della sociologia, ne è l’esempio tipico: pur di tendenze conservatrici, era imbevuto del concetto illuministico di progresso. Secondo la sua legge dei tre stadi, dopo lo stadio dominato dalla mitologia e quello dominato dalle idee teologiche e filosofiche, l’uomo entra nel terzo, lo stadio positivo. La teoria evoluzionista e il marxismo furono altri due tentativi di formulare categorie generali del mutamento. Herbert Spencer applicò direttamente alla società i concetti darwiniani: il fine dell’evoluzione, biologica o sociale, sta nella sopravvivenza del più adatto e nell’equilibrio. Marx spiegò invece ogni mutamento nei termini della lotta di classe. Entrambe le teorie mettono in risalto il conflitto, apparendo inquietanti rispetto alle interpretazioni più benevole dell’idea illuministica di progresso.

L’educazione al cambiamento

Tra scuola e società esiste un rapporto di profonda interazione, e quindi problematiche comuni. Per analizzare correttamente i problemi della scuola di oggi occorre assumere come riferimento il quadro dinamico del mondo contemporaneo, la “società del cambiamento”. Il sociologo Wilbert Moore, in uno studio del 1971, osservava che il mondo contemporaneo pare mutare più rapidamente che in ogni altro periodo della storia umana. L’elemento che caratterizza la nostra società è appunto il mutamento, che influenza ogni fatto umano, provocando revisione di valori, comportamenti e prospettive, e conducendo l’uomo verso una profonda crisi di identità. Viviamo in un periodo di transizione, in cui tutti i modelli invecchiano più precocemente che in passato, dal piano del pensiero a quello della vita, fino alle scelte dei valori e delle finalità dell’esistenza. Questo senso di provvisorietà, se da un lato è frustrante, dall’altro stimola l’uomo a cercare equilibri sempre nuovi e meno precari per gestire il mutamento.

Luhmann e Schorr: le dimensioni del sistema educativo

Un contributo teorico rilevante alla riflessione sul sistema educativo viene dall’opera di Luhmann e Schorr, che lo analizzano da tre prospettive corrispondenti a tre dimensioni di senso. La prima è la dimensione funzionale: le teorie succedutesi storicamente sulla funzione del sistema e sulla sua autonomia. L’idea di formazione è, per i due autori, una delle “formule di contingenza”, cioè le schematizzazioni predominanti in un dato periodo storico attraverso cui un sistema sociale, riflettendo su se stesso, pensa la molteplicità degli accadimenti del proprio ambiente. Ogni formula seleziona, tra gli accadimenti dell’ambito educativo, quelli ritenuti necessari all’identità del sistema, e sviluppa un rapporto privilegiato con uno degli ambiti autonomi e funzionali che sono anche educativi:

  • la formula della perfezione, tipica del filantropismo, ha un rapporto privilegiato con l’ambito familiare;
  • la formula della formazione, morale e non antropologica, corrisponde all’ambito scientifico;
  • la formula della capacità di apprendere orienta la riflessione verso il mondo del lavoro e l’ambito economico.

La seconda dimensione è quella tecnologica, cioè il livello operativo attraverso cui si raggiunge uno scopo: il complesso di norme secondo le quali gli alunni apprendono ciò che viene loro insegnato. La terza è la dimensione sociale, ovvero il rapporto del sistema educativo con gli altri sistemi parziali. In una società differenziata in sottosistemi, l’inclusione di tutti va garantita attraverso l’uguaglianza, ma anche riconoscendo la diversità: sottrarre le differenze significherebbe pensare un’uguaglianza astratta, perché alcune cause di diversità possono essere rimosse, ma non tutte (come la differenza dovuta al ceto di nascita). Il sistema educativo dovrebbe inoltre regolarsi secondo criteri di selezione: se la scuola non seleziona, rimanda la selezione al di fuori del sistema, senza fornire alla società alcuna prestazione.

I tre ideali educativi

Dall’analisi storico-sociale della scuola emergono tre ideali educativi. L’ideale della perfezione, durato fino al XVII secolo, è ricerca della perfezione morale della natura umana, che presuppone una natura da realizzare mediante l’elevazione, il “trarre fuori” (e-ducere); qui il rapporto maestro-scolaro è interpersonale e si richiama a valori assoluti (vero, buono, bello), in continuità tra religione, famiglia e maestro. Dal XVIII alla prima metà del XX secolo si afferma l’ideale della formazione per la prestazione, intesa come preparazione alle prestazioni richieste dalla divisione del lavoro: la scuola diventa un sottosistema specializzato, non presuppone una personalità già costituita ma tende a plasmarla socialmente, distaccandosi progressivamente dalla famiglia. Il terzo modello è incentrato sull’imparare ad apprendere: la funzione della scuola diventa accrescere la riflessività, cioè la capacità di riflettere sulle proprie azioni, e l’educazione non mira a un valore in sé ma a una metodologia sempre valida, usare quel che si è appreso come fondamento per ulteriore apprendimento. È l’espressione di una società funzionalmente differenziata; ma apre anche un vuoto culturale, perché questa scuola non ha più cultura, solo comunicazione. Per Luhmann e Schorr, tuttavia, è l’unico modello praticabile in una società complessa.

Formazione in dimensione europea e interculturale

Nell’odierna società complessa, segnata da mutamenti e da rapporti intergenerazionali e multiculturali, l’educazione affronta problematiche nuove. Il compito della scuola è formare l’uomo perché sappia orientarsi in un mondo variegato, dove i punti di riferimento non sono più certi: vanno quindi potenziate le capacità personali di scelta e di decisione. La scuola del terzo millennio deve educare soggetti protagonisti del progresso, capaci di costruire un ambiente di legalità e di pace in un contesto europeo, con una decisa dimensione interculturale. Ormai si convive con persone di origini diverse, il che implica argomentazioni economiche, filosofiche, politiche, etiche e sociali.

Fino a qualche anno fa l’educazione interculturale interessava solo pochi addetti ai lavori: si parlava di “pedagogia dello sviluppo” per l’istruzione di fanciulli di altre culture e di “pedagogia degli stranieri” per facilitare l’inserimento degli immigrati. Oggi si avverte l’esigenza di un’educazione interculturale rivolta a tutti, nella logica dell’accettazione, del rispetto e della conservazione delle diversità: dalla semplice assimilazione si è passati al riconoscimento del diritto degli immigrati a mantenere la propria identità. I rapporti tra gruppi diversi possono tradursi in collaborazione o in conflitto, e l’attrito nasce quando emergono situazioni di ingiustizia. L’apertura europea e interculturale vuole contrastare etnocentrismi e nazionalismi, in un’atmosfera attenta ai diritti di tutti, anche delle minoranze. Va però distinta la dimensione europea da quella interculturale, poiché poggiano su presupposti geopolitici differenti, e non va identificata la pluriculturalità delle nostre società solo con quella introdotta dalle migrazioni.

Con lo sviluppo dei trasporti, la mondializzazione dell’economia e l’infittirsi delle comunicazioni, gli scambi si sono intensificati: viviamo in un mondo di contatti planetari. I flussi migratori sono frutto del travaglio dell’umanità e insieme elementi di trasformazione e di conflitto. Gli stranieri poveri che arrivano in Occidente sono spesso indesiderati, e nazionalismi e regionalismi alimentano xenofobia e razzismo, nutriti da ansia, paura e odio verso lo straniero. È necessario migliorare le condizioni di vita di chi migra, perché l’isolamento e la discriminazione sono proibiti dalle Costituzioni democratiche europee. I migranti, del resto, si differenziano non solo per area di provenienza, ma anche per stato giuridico, personalità e bagaglio culturale.

Identità e cultura

Per discutere di rapporti interculturali occorre avere chiara l’idea di identità e di cultura. L’identità culturale è in rapporto con quella personale: Allport considera l’identità un proprium dell’originalità della persona, e l’identità individuale subisce l’influsso di quella collettiva pur conservando autonomia. Se prevale l’identità sociale, c’è il pericolo di un adattamento eccessivo al gruppo. In un’epoca di anonimità e omologazione, conservare la propria identità culturale è prezioso, senza per questo disconoscere l’identità locale, in uno spirito di accettazione e rispetto reciproco verso le altre culture.

I pregiudizi portano a far coincidere il mondo con le prefigurazioni che già possediamo. Lo stereotipo è per certi versi inevitabile, perché su di esso giudichiamo un individuo in rapporto all’idea che abbiamo del suo gruppo; il pregiudizio è un giudizio anticipatorio che prescinde dalla conoscenza e, come affermava Adorno, è più forte nei soggetti con personalità insicura. La convivenza interculturale comporta una riorganizzazione della personalità: l’incontro con altre culture richiede un cambiamento di prospettiva. La cultura è il complesso di usi, comportamenti e pensieri trasmesso da un gruppo alle generazioni successive, un sistema di orientamento che comprende tradizioni, costumi e atteggiamenti. Le culture non sono statiche, ma si modificano; tra le cause delle difficoltà di comprensione interculturale c’è l’attribuzione di maggior prestigio a una cultura rispetto alle altre. L’educazione interculturale rientra così nei compiti in dimensione europea, per una migliore comprensione tra gli Stati membri e tra le culture europee ed extracomunitarie, orientando lo sviluppo formativo verso l’interiorizzazione di comportamenti volti al processo di unificazione.

Domande frequenti

Cos’è la socializzazione?

È il processo attraverso cui l’uomo, essere sociale per natura, si sviluppa, si esprime e prende coscienza di sé nella relazione con gli altri e con l’ambiente. Investe ogni aspetto della vita, dal lavoro agli affetti, ed è la condizione stessa dell’umanità.

Perché si parla di “scienze dell’educazione” invece che di pedagogia?

Perché la pedagogia è considerata troppo ristretta per un’epoca di profondi mutamenti. L’educazione è oggi una variabile sociale complessa, studiata da più discipline convergenti, psicologia, sociologia, antropologia, scienze politiche, accomunate dall’oggetto, l’educazione.

Quali sono i tre ideali educativi secondo Luhmann e Schorr?

La perfezione (ricerca della perfezione morale, legata alla famiglia), la formazione-prestazione (preparazione alla divisione del lavoro, legata alla scienza) e la capacità di apprendere (imparare ad apprendere, legata all’economia), quest’ultima l’unica praticabile in una società complessa.

Che differenza c’è tra dimensione europea e interculturale?

Pur legate, poggiano su presupposti geopolitici differenti: la dimensione europea riguarda la comprensione tra Stati membri, quella interculturale il rispetto e la conservazione delle diversità tra tutte le culture. Non vanno confuse, ma integrate nell’educazione.

L’uomo diventa pienamente umano solo nella società: la socializzazione è la condizione del suo sviluppo. In una “società del cambiamento”, la scuola e le scienze dell’educazione devono formare persone capaci di scegliere e orientarsi in un mondo incerto. Dalle teorie sul mutamento sociale ai modelli educativi di Luhmann e Schorr, fino alla sfida interculturale, emerge un compito comune: educare al rispetto delle differenze e alla convivenza, contrastando pregiudizi ed etnocentrismi.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *