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Il Processo Creativo

Nel 1950 Guilford, al congresso dell’American Psychological Association, aprì il suo discorso su un tema allora poco studiato: la creatività. Da allora sono stati scritti migliaia di articoli, eppure non disponiamo ancora di una definizione univoca. Perché è così difficile dire che cos’è la creatività? E cosa distingue davvero una mente creativa da una comune? […]

Psicolab — Il Processo Creativo
Nel 1950 Guilford, al congresso dell’American Psychological Association, aprì il suo discorso su un tema allora poco studiato: la creatività. Da allora sono stati scritti migliaia di articoli, eppure non disponiamo ancora di una definizione univoca. Perché è così difficile dire che cos’è la creatività? E cosa distingue davvero una mente creativa da una comune? Questo approfondimento propone una risposta che parte da un’idea centrale: la creatività non è un dono genetico, ma il frutto di curiosità, esperienza e, soprattutto, multidisciplinarità.

Settant’anni di studi senza una definizione

L’impulso lanciato da Guilford verso lo studio della creatività ebbe vita breve: arrivò la Seconda Guerra Mondiale e con essa i problemi sociali che inabissarono questo tipo di ricerche. Ma non appena la guerra terminò, la traccia lasciata da Guilford iniziò a diramarsi come le crepe su un parabrezza. Centinaia di articoli e convegni si susseguirono nel tentativo di definire cosa fosse la creatività, quali fossero le caratteristiche delle persone creative, il peso dei fattori individuali, quanto essa fosse influenzata dall’ambiente e in che misura fosse una qualità innata. Nacquero innumerevoli test per misurare i fattori connessi al pensiero divergente, considerati indici di potenzialità creativa.

È sconcertante scoprire che, a decenni di distanza, non disponiamo ancora di una definizione universale. C’è persino chi ha messo in discussione che la creatività esista come entità. Definirla significa descrivere, sia pure metaforicamente, un meccanismo che si svolge all’interno di una complessa e impenetrabile trama di cellule neurali.

Il pensiero geniale: perché manca una definizione

Come mai gli studiosi non hanno ancora individuato una definizione universale di creatività? Credo di saperne il motivo. Alla parola “creatività” sono stati associati argomenti di così vasta complessità che servirebbero secoli per affrontarli tutti: intelligenza, intuizione, originalità, inconscio, illuminazione, insight, pensiero divergente, convergente, laterale, associazione, personalità e molti altri. Basti pensare alle immagini stereotipate che circolano attorno alla “personalità del creativo”: genialità, pazzia, anticonformismo, sregolatezza.

Gli studiosi hanno così esaminato la creatività da svariati punti di vista, disperdendosi in un mare di disquisizioni, fino alle attuali ricerche in neuroscienze, che ancora cercano di scoprire se esista un’area del cervello dedicata alla creatività. La mancanza di una definizione univoca nasce, a mio avviso, da alcuni preconcetti che impediscono una visione più ampia.

Primo elemento: la creatività è in ogni campo

Un preconcetto è il “campo” nel quale si ritiene che la creatività si manifesti. Si parla quasi sempre di creatività nelle scienze, nella letteratura, nell’arte, nello spettacolo o nella tecnologia. Sono certamente i settori in cui essa si esprime più vivacemente, ma non gli unici. Chiunque di noi inventa ogni giorno la propria giornata e cerca soluzioni a problemi quotidiani. La creatività si esprime in tutti e in qualsiasi campo dell’attività umana. Esiste una creatività biomeccanica, quella del calciatore che crea nuove abilità motorie; una creatività gustativa, quella della cuoca che inventa combinazioni di sapori; una creatività interpersonale, quella della conduttrice che deve uscire da un’improvvisa impasse. La creatività si manifesta, in modo più o meno evidente, in ogni campo dell’agire umano.

Secondo elemento: chi decide cos’è creativo

Quando si può definire “creativa” una manifestazione della mente? Anche qui non esiste una definizione reale. Se mostrassimo un telecomando per aprire cancelli a un indigeno della savana e a un camionista, otterremmo due reazioni opposte: il primo lo scambierebbe per stregoneria (invenzione altamente creativa), il secondo lo troverebbe banale. La valutazione della creatività è dunque strettamente legata alla conoscenza che ciascuno possiede rispetto alla potenziale novità.

Ma chi stabilisce che un’idea è davvero originale? La società: tante opinioni quanti sono gli abitanti della terra. Proprio per questa estensione sono nate polemiche e confusione. In verità non esistono idee stupide: esistono solo creazioni della mente che diventano utili, o meno, quando vengono trasferite all’insindacabile giudizio della società. Solo essa ne decreta il valore, subito o molto tempo dopo. Nella pittura abbiamo infiniti esempi di artisti riscoperti dopo oltre un secolo: il dipinto è rimasto lo stesso, è cambiata solo l’opinione collettiva. Non esiste, e mai potrà esistere, un metodo oggettivo e universale per misurare la creatività.

Cosa distingue il genio: curiosità ed esperienza

Ma allora che cosa distingue una persona creativa da una che non lo è? Non è stato trovato nulla di diverso nel cervello di Einstein rispetto a quello di una persona comune: nessun neurone in più, nessun aumento di connessioni sinaptiche o di volume. Eppure il suo cervello è speciale, a giudicare dall’originalità dei suoi pensieri. Se quindi il cervello non c’entra nulla, cosa distingue il genio dalla persona normale? Dalle mie ricerche sono emersi due fattori comuni a tutti i geni: la curiosità e l’esperienza. Uno motivazionale, l’altro conoscitivo.

La scintilla: la curiosità

La curiosità è il “desiderio di sapere”. Nel genio questa spinta si espande fino a toccare i centri del piacere: il piacere dell’esplorazione, il bisogno di controllare il mondo circostante, di autorealizzazione e di riscatto sociale. Questa curiosità ha origini genetiche e fisiologiche, ma affonda le radici anche nell’ambiente, nell’educazione, negli stimoli e nelle gratificazioni ricevute. Raramente, anzi mai, si trova un creativo che non sia curioso. La curiosità è la scintilla dell’esplorazione, che porta all’immaginazione: l’attitudine a riprodurre nella mente oggetti già percepiti e ad accostare liberamente immagini, sensazioni, movimenti, esperienze e pensieri.

Il carburante: l’esperienza

Il secondo elemento è il know-how, l’esperienza acquisita: il “carburante” della creatività, necessario perché la scintilla della curiosità accenda la fiamma del colpo di genio. Con “esperienza” intendo la definizione più estesa di conoscenza: oltre a nozioni, dati e teorie, essa comprende anche il coinvolgimento dei sensi e dell’emotività interiore. Il campione sportivo, probabilmente mai creativo in fisica o matematica, lo sarà nello sport e nella cinematica del proprio corpo, perché lì risiede la sua esperienza. La conoscenza è indispensabile: tutte le creazioni della mente possiedono almeno un elemento già noto, per un effetto di “ancoraggio”. Non esistono prodotti della mente nati dal nulla: come notava Piaget, un’idea veramente nuova sarebbe per noi incomprensibile. Così va riletta la celebre frase di Einstein secondo cui l’immaginazione è più importante della conoscenza: in realtà l’una non può fare a meno dell’altra, sono facce della stessa medaglia.

L’anello decisivo: la multidisciplinarità

C’è un ultimo elemento, forse il più importante: la multidisciplinarità, cioè l’acquisizione di esperienze in più discipline adiacenti ma diverse tra loro. Se la nostra esperienza è un binario su cui viaggiano i pensieri, il genio è una persona intelligente ma normale che possiede però molti binari diversi. Grazie alla sua conoscenza multidisciplinare, “salta” da un vagone all’altro trovando combinazioni inedite di pensieri.

Ciò che accomuna Picasso, Leonardo da Vinci, Voltaire, Edison, Einstein e molti altri non è l’intelligenza, né una predisposizione genetica, né l’essere stati soggetti stravaganti: è una vita ricca di esperienze differenti, in campi diversi. Leonardo studiò architettura, teatro, pittura, meccanica e medicina; Voltaire spaziò dalla matematica all’astronomia, dalla fisica alla storia. Questo è il serbatoio da cui i geni attingono. La multidisciplinarità nasce spesso da un’insoddisfazione interiore, che spinge a sperimentare, provare e sbagliare di continuo. Non è pazzia né genetica: è voglia di esprimersi in modo diverso. Attenzione, però: non significa acquisire di tutto purché sia diverso, ma accumulare conoscenze in campi adiacenti e sinergici, con alcuni elementi in comune. Maggiore è il numero di esperienze differenti tra loro, maggiore è la probabilità di estrarne una combinazione inedita e utile.

Una definizione del processo creativo

Possiamo allora dire, metaforicamente, che la creatività possiede questi elementi principali: come carburante la conoscenza, tanto più potente quanto più è diversificata e multidisciplinare; come motore l’immaginazione e la capacità di astrazione, con i relativi metodi e tecniche; come batteria di accensione la motivazione, la curiosità e il desiderio di autorealizzazione; come autista l’uomo esploratore, capace di guidare il proprio pensiero verso obiettivi precisi.

Un’automobile (immaginazione) senza benzina (conoscenza) non va da nessuna parte, e il carburante da solo serve a poco. Con la batteria (motivazione) scarica non parte nemmeno; senza autista resta in garage; e un autista senza meta spreca solo benzina. Ne deriva questa definizione: creare consiste nell’estrapolare dalla mente, attraverso l’immaginazione e il pensiero esplorativo, combinazioni di conoscenze ed esperienze che credevamo erroneamente estranee le une alle altre, ma che unite scopriamo capaci di generare un risultato inedito e utile. Maggiore è la quantità di esperienze che formano il bacino da cui la mente attinge, maggiore è la probabilità che ne nasca un’idea originale e forte.

Domande frequenti

La creatività è innata o si può sviluppare?

Secondo questa impostazione non è un dono genetico: nel cervello dei geni non si è trovato nulla di anatomicamente diverso. Curiosità ed esperienza si coltivano, e la multidisciplinarità si costruisce nel tempo. La creatività, quindi, si può sviluppare.

La creatività riguarda solo arte e scienza?

No. Si manifesta in ogni campo dell’attività umana: esiste una creatività sportiva, gustativa, interpersonale. Chiunque, risolvendo problemi quotidiani, la esercita, anche fuori dai settori “blasonati” dell’arte e della scienza.

Perché la multidisciplinarità è così importante?

Perché fornisce un bacino ampio di esperienze diverse da cui estrarre combinazioni inedite. Il genio dispone di molti “binari” di conoscenza e salta dall’uno all’altro, generando accostamenti nuovi. Più esperienze differenti, maggiore la probabilità di un’idea originale.

Si può misurare oggettivamente la creatività?

No. Il valore di un’idea dipende dalla conoscenza di chi la giudica e dall’opinione della società, che può cambiare nel tempo. Non esiste una scala universale: la stessa idea può apparire geniale o banale a seconda del contesto e dell’epoca.

La creatività non è un dono genetico: nel cervello dei geni non c’è nulla di diverso. È il prodotto di tre ingredienti che chiunque può coltivare: la curiosità, che accende l’esplorazione; l’esperienza, che fornisce il materiale; e soprattutto la multidisciplinarità, che permette di combinare conoscenze apparentemente estranee in idee inedite e utili. Creare significa proprio questo: unire, attraverso immaginazione e pensiero esplorativo, esperienze diverse. Più ampio e vario è il bacino, maggiore è la probabilità di un’idea forte e originale.
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