Eventi

Il Bambino tra Attaccamento e Relazione

Siamo abituati a pensare che aiuto, educazione, protezione e responsabilità viaggino in una sola direzione: dall’adulto al bambino. È esattamente questa convinzione che lo studio dell’attaccamento ha messo in discussione, e che era al centro di due giornate di lavoro dedicate al mondo interno del bambino e alla sua realtà relazionale. Questo articolo ha finalità […]

Psicolab — Il Bambino tra Attaccamento e Relazione
Siamo abituati a pensare che aiuto, educazione, protezione e responsabilità viaggino in una sola direzione: dall’adulto al bambino. È esattamente questa convinzione che lo studio dell’attaccamento ha messo in discussione, e che era al centro di due giornate di lavoro dedicate al mondo interno del bambino e alla sua realtà relazionale.
Questo articolo ha finalità divulgative. Non consente di valutare la situazione di un singolo bambino: in caso di preoccupazioni sullo sviluppo o sul comportamento, il riferimento è il pediatra, che può indirizzare a uno psicologo dell’età evolutiva o a un neuropsichiatra infantile. Il testo si riferisce a un convegno svoltosi nel giugno 2010.

L’occasione

L’incontro, tenutosi a Roma l’11 e 12 giugno 2010, era organizzato dall’ARPCI (Associazione per la Ricerca in Psicoterapia Cognitivo-Interpersonale) insieme alla scuola quadriennale di psicoterapia cognitivo-interpersonale fondata sull’attaccamento.

Le due giornate erano aperte a studenti e professionisti di materie psicologiche, umanistiche e affini, e avevano per oggetto il bambino considerato su due piani insieme: il suo mondo interno, cioè l’attaccamento, e la sua realtà relazionale. Entrambi presentati non come problemi da gestire, ma come risorse.

Trent’anni di cambiamento

Lo studio del bambino in ambito psicoterapeutico ha conosciuto negli ultimi decenni un’evoluzione decisiva, e molte teorie sono state riviste alla luce delle acquisizioni successive al lavoro di John Bowlby.

Vale la pena ricordare perché quel lavoro sia stato uno spartiacque. Bowlby ha proposto che il legame del bambino con chi se ne prende cura non derivi dalla soddisfazione dei bisogni primari, ma costituisca un sistema comportamentale autonomo, con una funzione adattiva propria: mantenere la vicinanza a una figura protettiva. Da lì discende l’idea che le prime relazioni forniscano i modelli con cui la persona interpreterà i legami successivi.

Il bambino come protagonista

La posizione richiamata nel programma, riconducibile a Maurizio Andolfi, ribalta il punto di osservazione consueto.

Il bambino, in questa lettura, è il vero protagonista: la sua voce, il suo linguaggio ludico e simbolico, il suo attaccamento alla vita e a chi gliel’ha data. Ma anche la sua sofferenza di fronte all’immaturità di molti adulti, e il modo creativo e privo di pregiudizi con cui attraversa malattie e disturbi psicologici talvolta bizzarri.

Tutto questo costituisce, secondo Andolfi, un insegnamento continuo per gli adulti (familiari e professionisti) ostinatamente convinti che aiuto, educazione, protezione, apprendimento e responsabilità procedano a senso unico.

È l’affermazione più impegnativa del testo e merita di essere presa sul serio: implica che nella relazione di cura anche l’adulto sia in posizione di apprendimento, e che il bambino non sia soltanto il destinatario dell’intervento.

Come si struttura la personalità

Il secondo nucleo riguarda il rapporto tra esperienze familiari e sviluppo.

Il bambino struttura la propria personalità sulla base delle esperienze vissute all’interno della famiglia.

Un accudimento che si prende cura effettivamente dei suoi bisogni produce uno sviluppo orientato al benessere. Al contrario, cure carenti o distorte, e l’assenza prolungata delle figure genitoriali, possono associarsi in seguito a disturbi della condotta e a manifestazioni psicopatologiche.

Una precisazione necessaria

Questa formulazione, se letta senza cautele, rischia di produrre due errori.

Il primo è deterministico: le prime esperienze orientano lo sviluppo, non lo determinano. La ricerca sull’attaccamento documenta ampiamente che i modelli relazionali possono modificarsi nel tempo, attraverso relazioni successive significative o percorsi terapeutici.

Il secondo è colpevolizzante: attribuire ogni difficoltà del bambino alle carenze dei genitori significa ignorare i fattori temperamentali, biologici e sociali che concorrono, e caricare le famiglie di una responsabilità che spesso non hanno gli strumenti per sostenere da sole. Le condizioni materiali in cui una famiglia si trova incidono direttamente sulla qualità dell’accudimento che riesce a offrire.

Riconoscere l’importanza delle prime relazioni non equivale a stabilire una colpa: serve a individuare dove un sostegno può essere efficace.

Domande frequenti

Cos’è l’attaccamento?

Il legame che il bambino sviluppa con chi se ne prende cura. Secondo Bowlby non deriva dalla soddisfazione dei bisogni primari ma costituisce un sistema autonomo, con la funzione adattiva di mantenere la vicinanza a una figura protettiva.

Perché il bambino viene definito protagonista?

Perché la prospettiva richiamata contesta l’idea che aiuto, educazione e apprendimento vadano a senso unico dall’adulto al bambino. Nella relazione di cura anche l’adulto apprende, e il bambino non è solo destinatario dell’intervento.

Le esperienze precoci determinano lo sviluppo futuro?

Lo orientano, non lo determinano. La ricerca documenta che i modelli relazionali possono modificarsi nel tempo attraverso relazioni successive significative o percorsi terapeutici.

Le difficoltà di un bambino dipendono sempre dai genitori?

No. Concorrono fattori temperamentali, biologici e sociali, e le condizioni materiali di una famiglia incidono sulla qualità dell’accudimento che può offrire. Individuare l’importanza delle prime relazioni serve a orientare il sostegno, non ad attribuire colpe.

Il convegno metteva al centro il bambino su due piani insieme (il mondo interno dell’attaccamento e la realtà relazionale) presentandoli come risorse. Il punto più impegnativo è il ribaltamento di prospettiva richiamato da Andolfi: aiuto, educazione, protezione e responsabilità non procedono a senso unico, e nella relazione di cura anche l’adulto è in posizione di apprendimento. Resta fermo che le esperienze familiari precoci incidono sulla strutturazione della personalità, con due cautele decisive: le orientano senza determinarle, perché i modelli relazionali possono cambiare nel tempo; e riconoscerne il peso non equivale ad attribuire una colpa ai genitori, ma a individuare dove un sostegno può funzionare.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.