Personalità e Individuo

Il Miraggio che la Coscienza possa Conoscere Se Stessa

“Io so chi sono”, “io mi conosco”: lo diciamo con sicurezza, ma è davvero così? Conoscere se stessi è spesso più difficile che conoscere il mondo esterno. E la domanda di fondo resta aperta e affascinante: la mente può davvero conoscere se stessa? Un viaggio tra scienza, evoluzione e filosofia alla scoperta della coscienza. Il […]

Psicolab — Il Miraggio che la Coscienza possa Conoscere Se Stessa
“Io so chi sono”, “io mi conosco”: lo diciamo con sicurezza, ma è davvero così? Conoscere se stessi è spesso più difficile che conoscere il mondo esterno. E la domanda di fondo resta aperta e affascinante: la mente può davvero conoscere se stessa? Un viaggio tra scienza, evoluzione e filosofia alla scoperta della coscienza.

Il paradosso dell’autoconoscenza

Molti credono di conoscersi bene, ma quando affermano “io mi conosco” forse non dovrebbero esserne così sicuri. L’idea che la mente possa conoscere se stessa meglio di ogni altra cosa è, a ben vedere, un gioco di parole che non porta lontano. Spesso, anzi, capire il resto del mondo è più semplice che capire noi stessi.

C’è poi un mistero ancora più profondo. Noi sentiamo di agire perché lo vogliamo: se voglio muovere il braccio, lo faccio. Attiviamo qualcosa di etereo e astratto, il pensiero, e riusciamo a muovere qualcosa di materiale, un insieme di carne e ossa. E ci sembra pure normale. Ma come è possibile? È il cuore del rapporto, ancora enigmatico, tra mente e corpo.

Siamo il prodotto dell’evoluzione

Per capire, dobbiamo ricostruire la nostra storia. Siamo stati “costruiti” dall’ambiente, che dopo milioni di anni di adattamenti ci ha perfezionati per sopravvivere e trasmettere i nostri geni. Con un’analogia efficace: noi abbiamo costruito i computer, e la natura ha costruito noi. Nei computer abbiamo immesso le istruzioni nei file; la natura ha immesso le sue nei nostri geni.

Per “interiorizzare” il mondo esterno, il cervello usa neuroni, correnti elettriche, sostanze chimiche, sinapsi, recettori, ormoni. E vediamo il mondo attraverso rappresentazioni mentali diverse da quelle di un pipistrello, di un polpo o di una vipera: ognuno ha esattamente le idee che servono per l’ambiente che frequenta. Come i pesci hanno le pinne e gli uccelli le ali, ogni specie ha le percezioni adatte al proprio mondo.

L’esperienza soggettiva: il grande enigma

Noi siamo animali (condividiamo gran parte del patrimonio genetico con lo scimpanzé) ma il nostro cervello ha una peculiarità unica: è l’unico che cerca spiegazioni della propria esistenza. Nessun altro animale lo fa. E per farlo usa lo strumento più potente: la scienza.

Eppure alcune cose resistono ostinatamente alla spiegazione scientifica. Come spiegare le sensazioni di piacere, bellezza, armonia, dolore? Come descrivere a parole cos’è, per noi, avere un’immagine mentale o provare un’emozione? La consapevolezza di esserci, la vivida presenza di noi stessi, è così particolare da sfuggire al linguaggio. Pur essendoci certamente una base fisica, nessuno ha ancora trovato i “siti” esatti né una spiegazione adeguata del perché viviamo tutto questo proprio in quel modo.

Una possibilità affascinante è che non esista alcuna vera separazione tra esperienza e realtà, tra soggettivo e oggettivo: che il soggetto visto da dentro e visto da fuori sia semplicemente la stessa cosa descritta in due modi diversi.

Il linguaggio, la carta vincente

La storia evolutiva umana è singolare. Invece di specializzarsi in un elemento fisico (il collo della giraffa, le ali, la forza, la velocità) l’essere umano si è indirizzato verso una comunicazione sempre più raffinata, fino alla trasmissione sonora dei pensieri. E quella si rivelò la carta vincente: il linguaggio divenne una fonte inesauribile di conoscenza e di potere.

Gli animali usano le immagini del mondo per orientarsi: i ricordi servono a evitare errori passati e situazioni pericolose, in un pensiero intuitivo e automatico. Ma nell’essere umano le immagini, interconnesse dal linguaggio, danno origine a una nuova modalità di pensiero, fantasioso, ma anche analitico e ragionato. Con un’immagine curiosa: un marziano che ci osservasse vedrebbe individui che parlano in continuazione e si muovono pochissimo, e si chiederebbe che razza di specie siamo.

Da animali a esseri culturali

All’inizio l’uomo era un animale come gli altri, dotato delle credenze innate necessarie a sopravvivere: proprio come la rondine sa volare senza corsi di pilotaggio, o come il neonato, messo su un vetro sopra un finto burrone, esita ad attraversarlo pur senza aver mai sperimentato una caduta.

Ma questa conoscenza innata è poco utile nel nuovo mondo fatto di case, semafori, libri e soprattutto parole. Parlare e scambiare idee ha reso possibile la socialità e la formazione di grandi gruppi, capaci di prevalere su ogni altro animale. Sono nati il fuoco, gli utensili, le regole, le gerarchie. Così l’uomo, da essere animale, è diventato essere culturale, trasformando le credenze ereditate in credenze acquisite.

Ed è qui una differenza radicale: mentre gli animali hanno più o meno tutti le stesse credenze (un coccodrillo preistorico credeva quel che crede quello di oggi), gli esseri culturali sono diversissimi l’uno dall’altro. Le credenze possono divergere enormemente (persino tra persone cresciute nello stesso modo) colorando la visione del mondo di ciascuno. Al fondo, forse, c’è un nucleo emotivo che poi si riveste di idee razionali, e questo ci rende ciechi verso le credenze altrui, senza accorgerci che le nostre potrebbero fare lo stesso con noi. Essere educati significa, in fondo, essere invitati a entrare in un sistema di credenze, ed è molto difficile uscirne.

I “meme”: idee che si replicano

Accanto ai geni, corpuscoli biologici che “saltano” da corpo a corpo, ne esiste un altro tipo di replicante che ha prevalso sulla Terra: l’idea vincente. Scorre lungo i linguaggi e le menti, usando come mezzo gli esseri umani che parlano e se le trasmettono. È ciò che il biologo Richard Dawkins ha chiamato meme: un elemento di cultura trasmesso da un individuo all’altro con mezzi non genetici, soprattutto per imitazione. Anche i meme sono in un certo senso “immortali”: l’idea della ruota continua a esistere, benché i suoi primi inventori siano morti da millenni. L’evoluzione delle idee ha così spezzato la rigidità dei vincoli naturali, creando un mondo di fantasia, arte e invenzione.

La domanda resta aperta

Questa rivoluzione ha portato a organismi capaci di chiedersi: chi sono? Ma la risposta sfugge. Siamo l’esito finale di una lunghissima storia, partita dalla semplice sensibilità, e non possiamo ripercorrerla all’indietro con la sola introspezione. La scienza ci parla di centri cerebrali, mappe della mente, reti della memoria: risposte precise, ma che dicono poco alla nostra sensazione di esistere.

Forse è proprio perché sappiamo di esistere che, a differenza degli animali, conosciamo l’angoscia della morte immaginata. Con l’introspezione non otteniamo alcuna comprensione precisa dei moti interiori: le emozioni a volte ci soggiogano, i sogni arrivano a dispetto della nostra volontà, e le intuizioni creative sfuggono quando più le vorremmo. Le strutture mentali innate si intrecciano indissolubilmente con quelle apprese e costruite durante la nostra storia, al punto che parliamo del “mio cervello” o del “mio corpo” come se un “io” fosse separato dai propri organi, un osservatore nascosto dietro gli occhi. E allora la domanda torna, semplice e vertiginosa: la mente potrà mai conoscere davvero se stessa? Forse è proprio nel restare aperta che questa domanda dice qualcosa di profondo su cosa significhi essere umani.

Domande frequenti

Perché è così difficile conoscere se stessi?

Perché l’idea che la mente possa conoscere se stessa meglio di ogni altra cosa è ingannevole: spesso capire il mondo esterno è più semplice. L’introspezione non ci dà una comprensione precisa dei nostri moti interiori, delle sorgenti dell’ansia o della creatività, che sfuggono al controllo consapevole.

Cosa rende unico il cervello umano?

Il fatto di essere l’unico a cercare spiegazioni della propria esistenza, cosa che nessun altro animale fa. La sua carta vincente è stata il linguaggio: invece di specializzarsi fisicamente, l’uomo ha sviluppato una comunicazione raffinata, fonte inesauribile di conoscenza, potere e cultura.

Cosa sono i “meme” secondo Dawkins?

Sono elementi di cultura trasmessi da un individuo all’altro con mezzi non genetici, soprattutto per imitazione. Come i geni si replicano nei corpi, i meme (idee, invenzioni, credenze) si replicano nelle menti attraverso il linguaggio, e le idee vincenti diventano in un certo senso immortali.

La scienza può spiegare la coscienza?

La scienza descrive le basi fisiche del cervello (centri, mappe, reti neurali) ma non ha ancora spiegato perché e come sorgano le esperienze soggettive: il piacere, il dolore, la sensazione di esistere. È possibile che soggettivo e oggettivo siano la stessa realtà descritta in due modi diversi.

“Io mi conosco” è un’affermazione meno sicura di quanto pensiamo: conoscere se stessi è spesso più difficile che conoscere il mondo esterno. Siamo il prodotto dell’evoluzione (la natura ha scritto le sue istruzioni nei nostri geni) e vediamo il mondo attraverso rappresentazioni mentali adatte al nostro ambiente. Ma l’esperienza soggettiva (piacere, dolore, la sensazione di esistere) resiste ancora alla spiegazione scientifica. La carta vincente dell’uomo è stata il linguaggio, che ci ha resi esseri culturali, diversissimi l’uno dall’altro nelle credenze, e capaci di trasmettere “meme”, idee che si replicano nelle menti. Restiamo così l’unico animale che si chiede “chi sono?”, una domanda che l’introspezione non risolve, e che forse proprio nel restare aperta dice qualcosa di profondo sull’essere umani.
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