Un talento precoce e fragile
Aubrey Beardsley nasce nel 1872 a Brighton, all’epoca elegante centro balneare della buona società inglese. La sua famiglia, di ceto medio-alto ma con periodi di precarietà economica, sembrava avere il talento in casa. Cresciuto tra le lezioni di piano della madre e legatissimo alla sorella Mabel, futura attrice, con cui ebbe un rapporto ambiguo, Aubrey iniziò ad avere problemi di salute a soli nove anni: la tubercolosi non lo avrebbe mai più abbandonato, costringendolo per intere stagioni all’invalidità.
Anche la madre fu a lungo malata, il che portò a separazioni e affidamenti a parenti. La scuola non lo appassionava, eppure fu proprio sui giornali scolastici che pubblicò i primi lavori. Contemporaneamente iniziò le sue caricature dissacranti e le prime composizioni: sempre a china, in bianco e nero, lussuriose, cupe ma ipnotiche e decadenti. Il suo sarcasmo e il tratto schietto fecero di lui quasi un personaggio teatrale: anche nelle fotografie, con il naso pronunciato in un corpo emaciato e la sua frangetta, ha un che di sfacciato.
Gloria e caduta nell’ombra di Wilde
Insoddisfatto della vita e costretto a sopravvivere facendo l’impiegato in una compagnia assicurativa, Beardsley iniziò a frequentare gli artisti dell’epoca, in particolare l’ambiente di Oscar Wilde e i preraffaelliti, che influenzarono la sua visione. Seguendo corsi serali per colmare le lacune di formazione, nei primi anni Novanta dell’Ottocento ebbe il suo momento di gloria: gli furono commissionate centinaia di illustrazioni per riviste e copertine, e fu lui a illustrare la Salomè di Wilde nella sua diffusione inglese.
La vera notorietà arrivò con The Yellow Book, nel 1894, rivista per giovani artisti dell’estetismo. Ma proprio il legame mentale con Wilde gli fu fatale: quando lo scrittore fu processato, anche gli amici del suo ambiente subirono conseguenze, e Beardsley si ritrovò senza lavoro, riuscendo a risistemarsi solo grazie a un editore che si occupava soprattutto di pornografia. Nel suo percorso, tra molto altro, un racconto erotico e illustrazioni per storie su Pierrot e per novelle di Edgar Allan Poe. La tubercolosi, però, non lo aveva mai lasciato: accanto a lui, come infermiere, la madre e la sorella. Tutto inutile. Aubrey morì a soli ventisei anni, convertitosi al cattolicesimo, in Francia, nel 1898.
L’arte come sublimazione
C’è qualcosa di attualissimo nei suoi disegni: essenziali, gotici e sensuali, di una sensualità nera e inchiostrata, dinamica come voleva essere l’Art Nouveau. Nelle illustrazioni si percepisce una tensione palpabile, quasi un movimento, nel foglio riempito e senza colore. I visi sono aguzzi, le espressioni impressionanti, i nudi grotteschi e sconvolgenti per l’epoca. E c’è un senso del tragico: Aubrey sa che non vivrà a lungo, ed è per gran parte del tempo bloccato dalla malattia.
Come spesso accade in queste situazioni, emerge il bisogno di costruirsi un’identità forte e visibile, per non ridursi a essere un “povero ragazzo malaticcio”. È una forma di sublimazione: la trasformazione del dolore e dell’energia repressa in creazione artistica, sostenuta da un incessante bisogno di espressione e di liberazione dai propri fantasmi interiori. Per superare lo stereotipo del bambino sempre a letto, Aubrey deve esagerare, imporsi, sottolineare. La tubercolosi, iniziata troppo presto, non poteva non influire sulla formazione della personalità, legandola a un rapporto difficile con un mondo percepito come ostile e precluso. Diventare caricatura, “altro da sé”, cioè dal sé malato, sfruttando un dono, diventa una scappatoia da un destino segnato, una forma di evasione e forse di rimozione.
Famiglia, genio ed ereditarietà
Nella sua storia colpisce anche un fortissimo, e ancora misterioso, senso della famiglia: affezionatissimo alla madre devota e legato in modo ambiguo alla sorella Mabel, al punto che alcune voci, mai confermate, hanno alimentato pettegolezzi. In ogni caso, la famiglia rappresentò per lui una consolazione, un luogo di cura e sicurezza, mentre l’arte fu proiezione di rabbia, dolore e di una consapevolezza non desiderata. Sarebbe però riduttivo fare di Beardsley solo il prodotto di una reazione alla tragedia: interessante è notare l’ennesimo “genio” in una famiglia che ne conta già altri, il che apre la domanda, sempre aperta, sul rapporto tra doti artistiche, ereditarietà e influenza dell’ambiente.
Affermazione e autodistruzione
Malgrado i valori vittoriani, o forse proprio per reazione ad essi, Beardsley mostra nei suoi lavori una sessualità intensissima, una libido libera che vuole esibire, quasi costruire in faccia al prossimo, senza che si sappia se l’abbia poi davvero vissuta con altrettanta convinzione. La sessualità, nelle sue opere, è energia, esistenza, affermazione e bellezza, ma anche caricatura, qualcosa di crudele e talvolta ridicolo. Crea e insieme dissacra i propri stessi lavori, con un umorismo che è una versione nera e crudele di quello dell’amico Wilde, che alla sua morte si addolorò per un “fanciullo venuto meno all’età di un fiore”.
In lui convivono l’egocentrismo del figlio fragile, la consapevolezza del proprio valore e il bisogno di deriderlo nell’atto stesso di offrirlo al pubblico: un desiderio di affermazione e insieme di distruzione, come a dire “io sono, guardatemi bene, anche se in fondo è tutto poca cosa”. Disegna compulsivamente, perché non c’è molto tempo. Il voler essere riconosciuto diventa un modo per sapere di esserci davvero, di esserci stato, almeno. Considerato lascivo e volgare dai contemporanei, Beardsley è invece un esteta fecondo, il “nero essenziale” per non perdere il senso di un bello esagerato. La sua è forse un’imposizione che non si può ignorare, una rivincita. Ed è riuscito, va detto, a essere grottesco: perché lui era così, o grottesco o niente.
Domande frequenti
Chi era Aubrey Beardsley?
Un illustratore inglese (1872-1898), tra i massimi rappresentanti dell’Art Nouveau. Celebre per i suoi disegni a china in bianco e nero, irriverenti ed erotici, illustrò tra l’altro la “Salomè” di Oscar Wilde. Morì di tubercolosi a soli ventisei anni.
Cosa significa “il grottesco o il niente”?
È la frase con cui Beardsley definì sé stesso: “Ho uno scopo, il grottesco. Se non sono grottesco, non sono niente”. Riassume la sua poetica, fatta di provocazione ed esagerazione, e il suo bisogno di un’identità forte per non ridursi a un “ragazzo malaticcio”.
Che rapporto c’è tra la sua malattia e la sua arte?
La tubercolosi, iniziata a nove anni, segnò profondamente la sua personalità. L’arte divenne per lui una forma di sublimazione: la trasformazione del dolore e dell’energia repressa in creazione, un modo per costruirsi un’identità visibile e sfuggire a un destino segnato.
Perché la sua fama è legata a Oscar Wilde?
Beardsley frequentava l’ambiente estetico di Wilde e ne illustrò la “Salomè”. Quando Wilde fu processato, anche gli artisti del suo giro subirono conseguenze: Beardsley perse il lavoro alla rivista “The Yellow Book”, in un destino intrecciato a quello dell’amico.
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