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Lo Sviluppo del settore nel ´900

Fare orientamento significa aiutare le persone a costruire percorsi soddisfacenti in ambito formativo e professionale lungo tutto l’arco della vita. Non è più il responso di un test somministrato una volta per tutte, ma un accompagnamento continuo che intreccia informazione e sostegno psicologico. Questa guida ricostruisce che cos’è l’orientamento oggi, come è cambiato nel tempo […]

Psicolab — Lo Sviluppo del settore nel ´900
Fare orientamento significa aiutare le persone a costruire percorsi soddisfacenti in ambito formativo e professionale lungo tutto l’arco della vita. Non è più il responso di un test somministrato una volta per tutte, ma un accompagnamento continuo che intreccia informazione e sostegno psicologico. Questa guida ricostruisce che cos’è l’orientamento oggi, come è cambiato nel tempo e quale sia il suo fine, inquadrandolo nella più ampia storia della psicologia del lavoro e delle organizzazioni, la disciplina da cui trae strumenti e metodo.

Che cos’è l’orientamento

Fare orientamento significa aiutare le persone a costruire percorsi pienamente soddisfacenti in ambito formativo e professionale per tutto l’arco della loro vita. Nella pratica l’orientamento fornisce informazioni sulle alternative scolastiche e professionali; offre consulenza, cioè consiglio e sostegno, sulle scelte formative e professionali; e promuove l’autonoma capacità di scelta attraverso attività focalizzate sulle decisioni che riguardano studio e lavoro. Il suo obiettivo ultimo non è decidere al posto della persona, ma metterla in condizione di scegliere consapevolmente.

L’orientamento ieri e oggi

Tradizionalmente l’orientamento è stato indirizzato a migliorare il passaggio, una volta e per sempre, dal sistema dell’educazione formale al mondo del lavoro: i servizi erano rivolti quasi esclusivamente a chi lasciava la scuola. Ma le carriere oggi non si basano più su un singolo momento di decisione, bensì su più decisioni lungo tutta la vita. L’orientamento deve quindi essere disponibile per tutti e per l’intero arco dell’esistenza, e non si rivolge solo agli studenti ma a persone di ogni età in diversi stadi di carriera.

Le attività di orientamento possono riguardare le scelte scolastiche o formative al termine o durante i vari cicli di studio, le modalità di ricerca del lavoro, sia al termine di un percorso formativo, sia a seguito di un licenziamento, sia quando si desidera reinserirsi nel mercato, le strategie per accedere alle professioni e, per chi è già occupato, i modi per crescere professionalmente. La carriera non è più interpretata come una semplice sequenza di ruoli, perché ognuno attribuisce significati diversi ai suoi aspetti in base al mutare delle altre dimensioni della vita. La stabilità lavorativa è diventata per molti uno degli elementi fondanti della percezione di sé: quando manca, possono svilupparsi identità fragili, con scarse risorse e progettualità. In questo senso l’orientamento è anche uno strumento per la manutenzione dell’io.

Anche il metodo è cambiato. Fino agli anni Settanta la pratica dell’orientamento consisteva nella somministrazione di test e nella restituzione al cliente di un responso prescrittivo. Negli ultimi decenni si è dato invece più valore al colloquio, condotto con modalità non direttive, volto a promuovere e facilitare la capacità del cliente di esplorare le alternative possibili e prendere decisioni in prima persona. L’orientatore diventa così un ascoltatore attivo, il cui scopo è mettere la persona in grado di affrontare le transizioni e di governare il proprio percorso di carriera.

Il fine dell’orientamento

Qual è, allora, la logica delle attività di orientamento? Lo scopo è fornire informazioni sui percorsi di studio e sulle tecniche di ricerca del lavoro, aiutare le persone ad attivarsi per impostare e migliorare la propria ricerca, costruire strategie efficaci di sviluppo delle proprie conoscenze e competenze, definire i propri punti di forza e le proprie aspirazioni professionali e, infine, promuovere l’autonomia delle scelte e la capacità di auto-orientarsi. Il lavoro dell’orientatore richiede una combinazione diversa da cliente a cliente.

L’attività di orientamento ha quindi una componente informativa, su professioni, carriere, tecniche di ricerca e normative del lavoro, e una componente di relazione e sostegno psicologico, che aiuta le persone a gestire o superare l’ansia e l’incertezza legate alla scelta e a comprendere le proprie caratteristiche e aspirazioni. Dare spazio alla soggettività non significa però ridurre l’orientamento a un counseling consolatorio: nella relazione orientativa la soggettività del cliente si incontra con il principio di realtà rappresentato dal consulente, e insieme validano una o più strategie possibili. La capacità di gestire le relazioni d’aiuto è una componente necessaria ma non sufficiente; ciò che contraddistingue l’orientamento è il costante riferimento al funzionamento del mercato del lavoro. Per questo è più corretto parlare di consulenza orientativa, basata sul colloquio individuale, al più semi-direttivo, piuttosto che di counseling, termine che rischia di alimentare l’illusione, pericolosa soprattutto per i clienti, che nell’orientamento sia legittima l’erogazione di psicoterapia.

Le radici: la psicologia del lavoro nel Novecento

L’orientamento attinge strumenti e metodo dalla psicologia del lavoro e delle organizzazioni, la cui storia aiuta a comprenderne l’evoluzione. Agli inizi degli anni Venti, soprattutto negli Stati Uniti, l’interesse primario riguardava le procedure di testing per la selezione del personale, impiegate in particolare in campo militare: la prima guerra mondiale diede alla ricerca un grande impulso e lo psicologo del lavoro era reputato soprattutto un esperto di test. In Italia Gemelli si dedicò alla selezione attitudinale degli aviatori e nel 1917 pubblicò Il nostro soldato; in Francia Piéron riassunse gli studi dell’epoca sull’esame degli aviatori; negli Stati Uniti e in Inghilterra furono esaminate oltre due milioni di persone prima dell’assegnazione ai reparti dell’esercito.

Negli anni Trenta l’interesse si spostò sui problemi della guida e del traffico e sulle condizioni sociali del posto di lavoro, inclusa la motivazione, la soddisfazione e la supervisione: nacque il Movimento per le Relazioni Umane. Tra le due guerre si consolidarono le istituzioni che permisero lo sviluppo della disciplina: nel 1920 Myers fondò in Gran Bretagna il National Institute of Industrial Psychology, a New York nacque la Psychological Corporation per la produzione di test, a Berlino sorse l’istituto psicologico della Charlottenburg Hochschule e presso gli stabilimenti Krupp di Essen il laboratorio psicologico voluto dai lavoratori, mentre a Ginevra Claparède e Walther fondarono l’Association Internationale de Psychotechnique. La seconda guerra mondiale giovò alla disciplina più della prima: si svilupparono gli studi sulle organizzazioni industriali e prese vigore l’ergonomia, mentre diminuiva l’interesse per le sole tecniche di selezione e si avviavano le prime ricerche sull’apprendimento di mansioni qualificate.

Agli inizi degli anni Cinquanta si verificarono i maggiori cambiamenti: crebbero gli studi di ingegneria umana e comparvero quelli sull’automazione, con l’attenzione concentrata su monotonia, ritmi di lavoro e motivazione, e con l’allargamento del campo ad aspetti sociali come la comunicazione, la supervisione e il morale del dipendente. Se all’inizio la psicologia del lavoro mirava soprattutto a migliorare l’aspetto economico della vita, il nuovo approccio, più attento alla persona, poneva l’accento sull’adattamento reciproco del lavoratore e dell’organizzazione. La psicologia delle organizzazioni, nata negli anni Sessanta, includeva lo studio della motivazione, della soddisfazione, della leadership, della struttura organizzativa e di processi come la comunicazione, il conflitto e il decision making. Tanto che nei primi anni Settanta la divisione numero 14 dell’American Psychological Association divenne ufficialmente Divisione di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni.

Il presente della professione

Chi opera come psicologo nel privato deve, per legge, essere abilitato dallo Stato, a garanzia della competenza e del rispetto dei principi etici: servono la laurea in psicologia, almeno un anno di esperienza supervisionata e il superamento di un esame di abilitazione. Gli psicologi del lavoro e delle organizzazioni possono operare in ambito accademico, insegnando e conducendo ricerca, oppure in azienda e negli enti pubblici, con ruoli come responsabile del personale, direttore di programmi di formazione o manager delle risorse umane. In generale svolgono tre tipi di lavoro: ricerca, gestione e consulenza. La ricerca è empirica ed è finalizzata soprattutto ai benefici concreti per i lavoratori; nella gestione ricoprono incarichi di supervisione e di tipo manageriale; come consulenti forniscono pareri esperti sui problemi delle risorse umane, inclusa la progettazione di programmi di intervento.

Il futuro del settore

Il numero degli psicologi del lavoro è cresciuto enormemente: secondo l’American Psychological Association erano 734 nel 1960 e circa 2.500 nel 1985, con un trend in continuo aumento. Se i valori della società rispetto al lavoro stanno cambiando, saranno probabilmente questi professionisti a diffonderli: cresce l’aspettativa che un diritto non sia soltanto avere un lavoro, ma averne uno che abbia senso per la persona. Molti temi attuali resteranno centrali: la selezione, il rapporto tra test e criteri di prestazione, la valutazione del personale, la formazione della classe dirigente, la cultura aziendale e, sempre di più, l’interazione tra uomo e computer. I cambiamenti sociali, dall’allungamento della vita lavorativa a una forza lavoro più bilanciata per genere ed etnia, richiederanno maggiore ricerca sugli effetti dell’età, sul riaddestramento dei lavoratori più maturi, sulla flessibilità degli orari e sul lavoro part-time, mentre l’aumento delle relazioni commerciali internazionali imporrà più studi sul training e sulle comunicazioni interculturali.

Un diritto riconosciuto dalla legge

Il diritto all’orientamento è oggi riconosciuto anche sul piano normativo. La legislazione regionale, come nel caso della Regione Toscana, garantisce ai cittadini di ogni età il diritto all’orientamento per conoscere le opportunità utili a costruire percorsi individuali in ambito educativo, scolastico, formativo e professionale, tenendo conto delle capacità e delle aspirazioni personali. Gli interventi e i servizi si realizzano con il concorso di soggetti pubblici e privati che attuano politiche integrate di educazione, istruzione, formazione e lavoro, in raccordo con la rete dei servizi per l’impiego. È il segno di un orientamento inteso non più come atto occasionale, ma come servizio permanente e diffuso lungo tutta la vita.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra orientamento e counseling psicologico?

L’orientamento ha una componente di relazione e sostegno, ma il suo tratto distintivo è il costante riferimento al funzionamento del mercato del lavoro e alle scelte formative e professionali. Ridurlo a counseling consolatorio, o peggio a psicoterapia, è improprio: si parla più correttamente di consulenza orientativa, basata sul colloquio, che aiuta la persona a decidere in autonomia senza sostituirsi a lei.

Perché oggi l’orientamento riguarda tutte le età?

Perché le carriere non si giocano più in un unico momento di scelta, ma in una serie di decisioni lungo tutta la vita: cambi di lavoro, licenziamenti, reinserimenti, crescita professionale. Per questo l’orientamento non si rivolge solo a chi lascia la scuola, ma a persone di ogni età nei diversi stadi del proprio percorso.

Che rapporto c’è tra orientamento e psicologia del lavoro?

L’orientamento attinge strumenti e metodo dalla psicologia del lavoro e delle organizzazioni, disciplina nata nel Novecento attorno alla selezione, alla motivazione, alla soddisfazione e alle dinamiche organizzative. Comprendere questa storia aiuta a capire come si è passati da un orientamento fatto di test prescrittivi a uno fondato sul colloquio e sull’autonomia della persona.

L’orientamento si fa ancora con i test?

I test possono far parte del quadro, in particolare all’interno di strumenti strutturati come il bilancio di competenze, ma non sono più il cuore dell’attività. Oggi si privilegia il colloquio, condotto in modo non direttivo o al più semi-direttivo, per aiutare la persona a esplorare le alternative e a scegliere consapevolmente.

L’orientamento è passato da responso prescrittivo, dato una volta per tutte alla fine della scuola, ad accompagnamento continuo lungo tutta la vita: informa, sostiene e soprattutto promuove l’autonomia di scelta. Le sue radici affondano nella psicologia del lavoro e delle organizzazioni, che nel Novecento ha spostato il baricentro dalla sola selezione all’attenzione per la persona e per le dinamiche organizzative. Oggi, riconosciuto anche come diritto dalla legge, l’orientamento vale come strumento non solo professionale ma anche identitario, di manutenzione dell’io in un mondo del lavoro in continuo mutamento.
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