Che cos’è un deserto
Ma cos’è di per sé il deserto? Un’ampia regione emersa con scarse precipitazioni e quindi vegetazione effimera e vita animale ridotta, in condizioni naturali scarsamente utilizzabile dall’uomo. La parola “deserto” deriva dal latino deserere, abbandonare. Così i dizionari e le enciclopedie. Ma questo dice tutto e non dice niente.
Perché i deserti, quelli dell’immaginario classico, sono sabbiosi, a dune (erg) o pietraie (hammada o serir). Ma si incontrano anche deserti costieri (Atacama o Kalahari), deserti interni continentali (Gobi) e deserti freddi (tundra). E il pack polare è anch’esso deserto. Desertiche sono le zone dove l’uomo non si è ancora fermato, e per traslato lo sono anche le giungle impenetrabili e le foreste pluviali: deserti come luoghi dell’assenza, la contrapposizione alla stanzialità e alle coltivazioni. Eppure alcune civiltà sono cresciute in ambienti inospitali, in deserti veri e propri.
Il Sahara, il deserto per antonomasia
Iniziamo dal deserto per antonomasia, il Sahara. Si estende attraverso tutta l’Africa del Nord, dal Mar Rosso all’Oceano Atlantico, con un’ampiezza di 4.000 chilometri e una superficie totale di 8.600.000 chilometri quadrati, quasi quanto gli Stati Uniti. E, giorno dopo giorno, si allarga sempre più. Dal punto di vista geologico è uno scudo, la cui altitudine è compresa tra i 300 e gli 800 metri. Dici Sahara, che in lingua araba significa “grande vuoto”, e pensi a una distesa di sabbia; in realtà il Sahara è coperto di sabbia solo per un quarto della sua estensione, il resto è roccia.
La sabbia si accumula a formare dune, che possono toccare anche i 300 metri d’altezza, nelle conche o vicino ai rilievi grazie ai fortissimi venti (harmattan). Questi venti originano talvolta campi molto estesi (erg) in cui le dune sono allineate in lunghe catene dalle dorsali appuntite, separate da stretti canaloni. I più importanti erg si trovano nel Sahara algerino (Grande Erg Occidentale e Grande Erg Orientale), nel Sahara centrale (Erg Chech ed Erg di Libia) e nel Sahara meridionale (Ouarane). Sono dieci le nazioni toccate, e nelle zone più calde si registrano temperature che superano i 50 gradi e raggiungono a volte i 70 gradi sulla sabbia. Il clima è arido: la piovosità, pur variando da luogo a luogo, non supera normalmente il valore medio annuo di 100 millimetri. L’escursione termica è forte, e di notte, in inverno, nella parte settentrionale e centrale possono verificarsi delle gelate.
Un paesaggio mai uguale a se stesso
Ciò che più colpisce l’immaginario collettivo sono le dune di sabbia, ma il deserto non è mai uguale a se stesso: il paesaggio è vario e tutt’altro che monotono. Gli orizzonti si succedono: alle dune si contrappongono le piatte distese di ghiaia del reg; le barcane, le dune mobili dalle parabole sinuose a mezzaluna disegnate dal vento, lasciano il posto alle rocce dai profili erosi, a pinnacoli e guglie, a rocce tondeggianti levigate dai granelli di sabbia, a pertugi e fenditure scavate dalla natura. Per non parlare dei massicci montuosi di origine vulcanica, alcuni molto elevati come il Tibesti nel Ciad (3415 metri) e l’Hoggar in Algeria (2918 metri), le cui rocce scure contrastano la linea dell’orizzonte. E poi i colori sempre mutevoli che dipingono il territorio.
L’acqua, le oasi e la vita preistorica
La vita nel deserto dipende in maniera assoluta dalle oasi e dalla possibilità di recuperare acqua. Quando piove, soprattutto d’inverno, il deserto cambia subito aspetto: si formano grossi corsi d’acqua che nella maggioranza dei casi si esauriscono in bacini interni chiusi (chot) senza arrivare al mare. L’acqua scorre nei letti prosciugati di fiumi (uadian), testimonianza di un’idrografia pregressa: soltanto alcuni millenni fa qui c’era una vegetazione rigogliosa, con fiumi e foreste. Ne sono prova conchiglie fossili, ossa di animali e soprattutto migliaia di pitture rupestri che offrono un quadro vivido della vita preistorica nel Sahara, con scene di caccia al bufalo, all’elefante e alla giraffa.
La maggior concentrazione di pitture si ha nel Tassili algerino, dove si osservano anche gli ultimi esemplari di cipresso, ormai pochi e probabilmente destinati a scomparire, e nell’Akakus libico, tanto che l’UNESCO ha dichiarato quest’area, già parco naturale dal 1973, patrimonio culturale dell’umanità. Le acque piovane che non evaporano rapidamente si infiltrano nel terreno e alimentano le falde acquifere, di cui il Sahara è molto ricco. Affiorando per vie naturali o tramite pozzi, quell’acqua consente agli abitanti del deserto di vivere. E poi ci sono le oasi, dove il terreno si abbassa fino a incontrare la falda: gli unici punti del Sahara dove è possibile praticare l’agricoltura e creare insediamenti fissi, che a volte arrivano a ospitare 40-50 mila persone, e che sono anche stazioni importanti per gli spostamenti lungo le piste.
Gli uomini blu: i tuareg
Il Sahara è fatto anche di uomini, di nomadi. “Forse dovremmo concedere alla natura umana una istintiva voglia di spostarsi, un impulso al movimento nel senso più ampio”, scrive Bruce Chatwin. Storicamente i popoli hanno trovato un impulso a muoversi quando le condizioni ambientali erano difficili: e quale migliore esempio degli abitanti dei deserti? Nel Sahara tutti conoscono i tuareg, gli uomini blu, per il colore del telo con cui si avvolgono testa e viso per ripararsi dal vento e dalla sabbia, che lascia solo una stretta fessura per gli occhi. Furono molto riluttanti a convertirsi all’Islam, e proprio per questo gli Arabi li definirono con un termine che significa “abbandonati”, nel senso di infedeli. Sono una popolazione gelosa della propria autonomia e, pur essendo islamici, strettamente monogamici, e affidano alla donna un ruolo importante: le donne tuareg non portano il velo e hanno il compito di insegnare a leggere e scrivere. Il tuareg, tra le lingue berbere, è l’unico ad avere una propria scrittura. Oggi sono 400mila, organizzati in confederazioni e stanziati nel sud dell’Algeria, nel Niger e nel Mali; solo 50mila vivono nei limiti climatici del Sahara.
Il deserto australiano
Se il Sahara è il paradigma di tutti i deserti, non è certo l’unico. Dall’altra parte del mondo, quasi tutta l’Australia centrale, circa tre quarti dell’intero continente, è occupata da deserto e regioni semidesertiche, per quasi tre milioni e mezzo di chilometri quadrati. Il deserto australiano è la somma di cinque deserti: il Grande Deserto Sabbioso, il Deserto Victoria, il Deserto Simpson, il Deserto Tanami e il Deserto Gibson. La vegetazione è dominata da zone di eucalipti nani o macchie di acacia australiana; ai margini vi sono formazioni aride con erbe perenni a nord, dove piove d’estate, e numerosi cespugli a sud, dove la pioggia cade in inverno.
Questo è il teatro de “Le Vie dei canti”, il libro di Bruce Chatwin che descrive come, per gli aborigeni, la loro terra sia tutta segnata da un intrecciarsi di Vie o “piste del Sogno”, un labirinto di percorsi visibili soltanto ai loro occhi. I Pintupi sono stati l’ultima “tribù selvaggia” a essere sloggiata dal deserto occidentale: niente più cacce ai canguri e agli emù, niente più ripari dietro i frangivento di spinifex. Negli anni Cinquanta furono trasferiti a Papunya, e oggi l’arte astratta delle loro pitture trova estimatori tra i collezionisti.
Il deserto indiano, o Thar
Il deserto indiano, o Thar, si trova tra le montagne a ovest dell’Indo e si estende dalle coste del Mar Arabico quasi fino alle pendici dell’Himalaya. È un bassopiano arido, ricoperto da un profondo manto di depositi trasportati dal vento e di natura alluvionale. Il monsone estivo passa nelle vicinanze, a est, e provoca precipitazioni in luglio e agosto. Ci vivono cammelli, pecore, capre e bovini e, tra i selvatici, asini, iene, sciacalli, volpi, lepri e conigli.
L’Atacama, il più arido, e il Sahel
Il più arido del mondo è però il salar di Atacama, nel nord del Cile. Ci si arriva da Antofagasta, la città più importante del Norte Grande. Le sue miniere di salnitro erano uno dei luoghi più insalubri del pianeta; la vita appare impossibile anche adesso, eppure la terra riarsa è capace di fiorire per un giorno all’anno, quando piove.
Per arrivare all’interno del famigerato Sahel, a Gorom Gorom, da Ouagadougou (abbreviato, anche dai nativi, in Ouaga) si devono percorrere più di trecento chilometri, di cui solo cento asfaltati. Siamo in Burkina Faso, la terra dei burkinabé, e il Sahel è famigerato per la lunga siccità che trent’anni fa causò la morte di intere popolazioni e di uno smisurato numero di capi di bestiame. In novembre qui è primavera, cui seguirà tra gennaio e marzo una torrida estate, e il Sahel non è del tutto arido: quando arrivano le piogge, i barrages raccolgono laghetti con cui irrigare i piccoli campi, fare il bucato, lavarsi e abbeverare animali ed esseri umani. Gorom Gorom è la più grande città del Sahel, e il suo nome, in lingua songhai, significa “sedetevi, sediamoci”. Nel famoso mercato, tra un dedalo di case in mattoni banco (fango) e piccole moschee merlate, si vendono i generi alimentari tipici del deserto: datteri, lait caillé (latte cagliato) e tantissimi dolci.
Wadi Rum, Nazca e Hadramaut
Sir Thomas Edward Lawrence intitolò il suo libro “I sette pilastri della saggezza”, e la roccia dei sette pilastri è proprio all’inizio del Wadi Rum, l’ambiente desertico a metà strada fra Petra, la leggendaria capitale dei Nabatei scavata nell’arenaria rosata, e Aqaba, l’unico sbocco sul Mar Rosso. Siamo in Giordania, dove nei dintorni di Amman, tra colline centrali e terreno stepposo, sono famosi anche i castelli del deserto, costruiti quasi tutti nel VII secolo dai califfi omayyadi, tranne il Qasr Azraq, il castello blu, usato da Lawrence come quartier generale nella fase finale della rivolta araba contro i turchi.
Il deserto più misterioso? Quello di Nazca, in Perù. Dal mini aeroporto di Ica i piccoli aerei a quattro posti (avionetas) portano verso la Pampa di San José, in mezzo al deserto, dove si trovano le celebri linee. La cultura Nazca si sviluppò tra l’inizio dell’era cristiana e il 600 d.C., con centro principale a Cahuachi. Due gli elementi che l’hanno resa celebre: la ceramica policroma e le linee sul deserto, sul cui significato le ipotesi sono numerosissime e alcune molto fantasiose.
Nel sud dello Yemen, l’Arabia Felix dei romani, la valle dell’Hadramaut racchiude villaggi di superba bellezza. Shibam, la “Manhattan di fango”, è la più celebre città araba islamica costruita in stile tradizionale: cinquecento edifici alti fino a otto piani, raccolti in poche centinaia di metri, attaccati l’uno all’altro. I palazzi sono costruiti con mattoni di fango e strutture di legno su fondamenta in pietra, la maggior parte cinquecenteschi, con porte e serrature in legno intagliato.
Il Namib, il deserto nebbioso
E il deserto più nebbioso? Quello del Namib, naturalmente in Namibia. La corrente responsabile del fenomeno è quella del Benguela, il freddo fiume sottomarino proveniente dall’Antartico che, a contatto con le calde masse d’aria tropicali, determina l’umidità oceanica da cui nasce la magica nebbia della Skeleton Coast, la Costa degli Scheletri, così chiamata per i numerosi relitti di imbarcazioni arenate sulla spiaggia. Il Namib si estende su oltre 250.000 chilometri quadrati, quasi come l’Italia: in gran parte è un’area selvaggia e disabitata di dune, montagne e pianure, dove vivono iene e sciacalli e si trovano le più alte dune sabbiose del mondo.
Grazie alle nebbie mattutine, qui si sviluppa una vegetazione particolare: dal dollar bush, un cespuglio con foglie grasse a forma di moneta, al lithops, una pianta che per difendersi dagli animali ha l’aspetto di una roccia e si tradisce solo al momento della fioritura. E poi la Welwitschia mirabilis, un enigma botanico, un fossile vivente: due grandi foglie dall’aspetto di cuoio che crescono da un gambo massiccio, lunghe fino a tre metri, sfrangiate e divise dal vento e dalla sabbia. Un esemplare fotografabile si trova nei pressi di Swakopmund, con un diametro di sei metri. La Welwitschia presenta esemplari maschi e femmine e può superare i duemila anni di età.
Perché andare nel deserto
Parlando di deserto non si possono dimenticare il tenente Giovanni Battista Drogo di Dino Buzzati e la sperduta fortezza Bastiani, dove, ai confini col deserto, una guarnigione attende da mesi l’arrivo di un nemico che sembra non doversi mai materializzare: i Tartari. E c’è il Rub al Khali, in Arabia Saudita, forse il più inospitale, dove non ci sono piste e il vento cambia in continuazione la forma e la disposizione delle dune. Ma tutto il mondo era deserto prima dell’arrivo dell’uomo, e ne sono rimasti sempre meno, di luoghi dove non si fa sentire la pressione della civiltà: sono quelli dove le stelle sono più brillanti nel cielo notturno.
Sorge allora la domanda: perché andarci? Un viaggio nel deserto ha sempre un grande fascino, impossibile da dimenticare e difficile da raccontare senza cadere nei luoghi comuni. La motivazione la spiega bene Paul Bowles, ne “Il battesimo della solitudine”: “Una volta preda dell’incantesimo dello sconfinato, luminoso, muto paese, nessun luogo è per lui abbastanza intenso, nessun altro paesaggio può fornirgli la sensazione estremamente appagante di esistere nel mezzo di qualcosa di assoluto. Ci tornerà, a costo di qualunque spesa e di qualunque disagio, poiché l’assoluto non ha prezzo”.
Domande frequenti
Che cos’è esattamente un deserto?
Un’ampia regione con scarse precipitazioni, vegetazione effimera e vita animale ridotta, in condizioni naturali poco utilizzabile dall’uomo. Esistono deserti sabbiosi, rocciosi, costieri, continentali e freddi: anche il pack polare è un deserto.
Quanto è coperto di sabbia il Sahara?
Solo circa un quarto della sua estensione: il resto è roccia. La sabbia forma dune che, spinte dai venti come l’harmattan, possono raggiungere i 300 metri d’altezza.
Chi sono i tuareg?
Gli “uomini blu” del Sahara, così chiamati per il telo che avvolge testa e viso. Popolazione berbera gelosa della propria autonomia, monogamica, con un ruolo di rilievo affidato alle donne e l’unica lingua berbera dotata di scrittura propria.
Qual è il deserto più arido del mondo?
Il salar di Atacama, nel nord del Cile: un luogo dove la vita appare quasi impossibile, eppure la terra riarsa è capace di fiorire per un giorno all’anno quando piove.
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