Cosa non spiega il rischio adolescenziale
Due convinzioni molto diffuse non reggono ai dati.
La prima: che gli adolescenti sottovalutino i rischi. Quando vengono interrogati in condizioni di calma, la loro valutazione dei pericoli è accurata quanto quella degli adulti, e in alcuni casi li sovrastimano.
La seconda: che si sentano invulnerabili. Anche questo non trova conferma sistematica.
Va ridimensionata anche la formula secondo cui la corteccia prefrontale è “immatura” fino a una certa età. È una semplificazione: lo sviluppo cerebrale è graduale, prosegue oltre l’adolescenza e non spiega da solo il comportamento, tanto che l’entità dei comportamenti rischiosi varia molto fra culture e periodi storici, mentre lo sviluppo cerebrale no.
La spiegazione che regge meglio
Il modello con più supporto descrive uno sfasamento temporale fra due sistemi.
I circuiti che rispondono alla ricompensa e alla novità aumentano la propria sensibilità presto, con la pubertà. Le capacità di controllo cognitivo maturano più gradualmente.
Ne risulta una finestra in cui l’attrazione per la ricompensa è massima e la regolazione non è ancora al suo massimo.
Due precisazioni rendono il modello utilizzabile. La prima: in condizioni di calma gli adolescenti si autoregolano bene; la differenza emerge in situazioni emotivamente attivanti. La seconda, dimostrata sperimentalmente: la presenza dei coetanei aumenta la propensione al rischio negli adolescenti e non negli adulti.
Ne segue che il rischio adolescenziale è largamente un fenomeno sociale e situazionale: non riguarda cosa sanno, ma dove sono e con chi.
Cosa non funziona nella prevenzione
È la parte con le evidenze più nette, e va contro l’intuizione.
- Le campagne basate sulla paura hanno effetti trascurabili o nulli sui comportamenti, e possono risultare controproducenti.
- La sola informazione sui rischi non modifica il comportamento: il divario fra ciò che si sa e ciò che si fa è il nodo, e l’informazione non lo colma.
- Gli interventi che raggruppano ragazzi con comportamenti problematici possono peggiorare gli esiti, per effetto del rinforzo reciproco.
- Le testimonianze shock e le simulazioni drammatiche non hanno mostrato efficacia duratura.
Ciò che invece funziona: gli interventi sulle norme percepite, poiché i ragazzi sovrastimano sistematicamente quanto i coetanei bevano, fumino o siano sessualmente attivi, e correggere quella stima riduce i comportamenti; le competenze pratiche di rifiuto in situazione; il coinvolgimento dei genitori; e (con le evidenze più forti in assoluto) le misure ambientali, come limiti di accesso, prezzi, controlli e regole sulla guida per neopatentati.
Il ruolo dei genitori
Un elemento documentato e spesso frainteso: il monitoraggio parentale è protettivo, ma il fattore attivo non è la sorveglianza.
Ciò che protegge è la disponibilità del ragazzo a raccontare, che dipende dalla qualità della relazione. Il controllo intrusivo ottiene meno informazioni, non di più.
Restano protettivi anche regole chiare e negoziate, presenza affettiva costante e la possibilità di chiedere aiuto senza temere una punizione: in particolare per situazioni come il rientro da una serata.
Quando non è più sperimentazione
Va distinto il rischio esplorativo, che è normativo e transitorio, da segnali che richiedono attenzione.
Meritano una valutazione: comportamenti che si intensificano anziché ridursi, uso di sostanze in solitudine, ritiro sociale, cambiamenti marcati e persistenti dell’umore, restrizioni alimentari, e qualunque forma di autolesività.
Va sottolineato che autolesività e ideazione suicidaria non sono ricerca di attenzione né sperimentazione: sono segnali che richiedono un intervento professionale, e chiedere direttamente e con calma se una persona sta pensando a farsi del male non aumenta il rischio, è anzi ciò che consente di intervenire.
Domande frequenti
Gli adolescenti sottovalutano i rischi?
No: in condizioni di calma li valutano accuratamente quanto gli adulti, e talvolta li sovrastimano. Il problema non e la conoscenza.
Perche allora rischiano di piu?
Per uno sfasamento fra la sensibilita alla ricompensa, che aumenta presto, e il controllo, che matura gradualmente. E soprattutto in situazioni attivanti e in presenza di coetanei.
Le campagne shock funzionano?
No: gli approcci basati sulla paura hanno effetti trascurabili o controproducenti, come la sola informazione sui rischi.
Cosa funziona davvero?
Correggere le norme percepite, insegnare competenze di rifiuto, coinvolgere i genitori e soprattutto agire sull’ambiente: accesso, prezzi, controlli e regole per i neopatentati.