Psicologia dello Sviluppo ed Educazione

Il Fascino del Rischio e della Sfida dell’Adolescente

Che gli adolescenti corrano rischi è un dato di fatto. Le spiegazioni correnti (cervello immaturo, incapacità di valutare il pericolo) sono però in gran parte sbagliate, e questo cambia cosa conviene fare. Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione professionale. Se sei in difficoltà o preoccupato per qualcuno: Telefono Azzurro 19696, Telefono Amico 02 2327 2327, […]

Psicolab — Il Fascino del Rischio e della Sfida dell’Adolescente
Che gli adolescenti corrano rischi è un dato di fatto. Le spiegazioni correnti (cervello immaturo, incapacità di valutare il pericolo) sono però in gran parte sbagliate, e questo cambia cosa conviene fare.
Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione professionale. Se sei in difficoltà o preoccupato per qualcuno: Telefono Azzurro 19696, Telefono Amico 02 2327 2327, emergenze 112.

Cosa non spiega il rischio adolescenziale

Due convinzioni molto diffuse non reggono ai dati.

La prima: che gli adolescenti sottovalutino i rischi. Quando vengono interrogati in condizioni di calma, la loro valutazione dei pericoli è accurata quanto quella degli adulti, e in alcuni casi li sovrastimano.

La seconda: che si sentano invulnerabili. Anche questo non trova conferma sistematica.

Va ridimensionata anche la formula secondo cui la corteccia prefrontale è “immatura” fino a una certa età. È una semplificazione: lo sviluppo cerebrale è graduale, prosegue oltre l’adolescenza e non spiega da solo il comportamento, tanto che l’entità dei comportamenti rischiosi varia molto fra culture e periodi storici, mentre lo sviluppo cerebrale no.

La spiegazione che regge meglio

Il modello con più supporto descrive uno sfasamento temporale fra due sistemi.

I circuiti che rispondono alla ricompensa e alla novità aumentano la propria sensibilità presto, con la pubertà. Le capacità di controllo cognitivo maturano più gradualmente.

Ne risulta una finestra in cui l’attrazione per la ricompensa è massima e la regolazione non è ancora al suo massimo.

Due precisazioni rendono il modello utilizzabile. La prima: in condizioni di calma gli adolescenti si autoregolano bene; la differenza emerge in situazioni emotivamente attivanti. La seconda, dimostrata sperimentalmente: la presenza dei coetanei aumenta la propensione al rischio negli adolescenti e non negli adulti.

Ne segue che il rischio adolescenziale è largamente un fenomeno sociale e situazionale: non riguarda cosa sanno, ma dove sono e con chi.

Cosa non funziona nella prevenzione

È la parte con le evidenze più nette, e va contro l’intuizione.

  • Le campagne basate sulla paura hanno effetti trascurabili o nulli sui comportamenti, e possono risultare controproducenti.
  • La sola informazione sui rischi non modifica il comportamento: il divario fra ciò che si sa e ciò che si fa è il nodo, e l’informazione non lo colma.
  • Gli interventi che raggruppano ragazzi con comportamenti problematici possono peggiorare gli esiti, per effetto del rinforzo reciproco.
  • Le testimonianze shock e le simulazioni drammatiche non hanno mostrato efficacia duratura.

Ciò che invece funziona: gli interventi sulle norme percepite, poiché i ragazzi sovrastimano sistematicamente quanto i coetanei bevano, fumino o siano sessualmente attivi, e correggere quella stima riduce i comportamenti; le competenze pratiche di rifiuto in situazione; il coinvolgimento dei genitori; e (con le evidenze più forti in assoluto) le misure ambientali, come limiti di accesso, prezzi, controlli e regole sulla guida per neopatentati.

Il ruolo dei genitori

Un elemento documentato e spesso frainteso: il monitoraggio parentale è protettivo, ma il fattore attivo non è la sorveglianza.

Ciò che protegge è la disponibilità del ragazzo a raccontare, che dipende dalla qualità della relazione. Il controllo intrusivo ottiene meno informazioni, non di più.

Restano protettivi anche regole chiare e negoziate, presenza affettiva costante e la possibilità di chiedere aiuto senza temere una punizione: in particolare per situazioni come il rientro da una serata.

Quando non è più sperimentazione

Va distinto il rischio esplorativo, che è normativo e transitorio, da segnali che richiedono attenzione.

Meritano una valutazione: comportamenti che si intensificano anziché ridursi, uso di sostanze in solitudine, ritiro sociale, cambiamenti marcati e persistenti dell’umore, restrizioni alimentari, e qualunque forma di autolesività.

Va sottolineato che autolesività e ideazione suicidaria non sono ricerca di attenzione né sperimentazione: sono segnali che richiedono un intervento professionale, e chiedere direttamente e con calma se una persona sta pensando a farsi del male non aumenta il rischio, è anzi ciò che consente di intervenire.

Domande frequenti

Gli adolescenti sottovalutano i rischi?

No: in condizioni di calma li valutano accuratamente quanto gli adulti, e talvolta li sovrastimano. Il problema non e la conoscenza.

Perche allora rischiano di piu?

Per uno sfasamento fra la sensibilita alla ricompensa, che aumenta presto, e il controllo, che matura gradualmente. E soprattutto in situazioni attivanti e in presenza di coetanei.

Le campagne shock funzionano?

No: gli approcci basati sulla paura hanno effetti trascurabili o controproducenti, come la sola informazione sui rischi.

Cosa funziona davvero?

Correggere le norme percepite, insegnare competenze di rifiuto, coinvolgere i genitori e soprattutto agire sull’ambiente: accesso, prezzi, controlli e regole per i neopatentati.

Gli adolescenti conoscono i rischi: cio che li distingue e uno sfasamento fra sensibilita alla ricompensa e controllo, che emerge nelle situazioni attivanti e in presenza dei coetanei. Per questo la prevenzione informativa e le campagne shock non funzionano, mentre correggere le norme percepite e agire sull’ambiente si. Il monitoraggio dei genitori protegge attraverso la disponibilita a raccontare, non attraverso il controllo. E autolesivita e pensieri suicidari non sono sperimentazione.
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