Il cinema del “ritorno a casa”
Accanto ai film di guerra veri e propri esiste un filone diverso: il cinema che nasce dalla figura del reduce. Invece di raccontare il fronte, questi film costruiscono la loro storia sull’esperienza specifica del reinserimento, sulla vita quotidiana, sulle ambizioni e sulle disillusioni di chi è tornato dal Vietnam.
Due pellicole risultano particolarmente interessanti perché non incentrano del tutto la storia sul passato in Vietnam, ma ne fanno un punto cardine del racconto: “Forrest Gump” di Robert Zemeckis e “Il Grande Lebowski” di Joel Coen. Due film lontanissimi per tono e intenzione, che offrono però due sguardi complementari sulla stessa ferita.
“Forrest Gump”: la guerra dentro la storia americana
“Forrest Gump” non è un film dedicato esclusivamente al Vietnam, ma ospita una lunga parte ambientata nel conflitto e una, altrettanto importante, sul reinserimento dei soldati. Il protagonista, personaggio surreale, attraversa senza volerlo tutta la storia americana da protagonista. In battaglia salva la vita al tenente Dan, che invece chiedeva solo di morire.
È proprio Dan a diventare una sorta di “contropersonaggio” di Forrest: affronta numerosi drammi, come l’alcolismo, l’abbandono e la sofferenza psichica, prima di ritrovare la propria forza grazie all’amicizia con Gump. Nel film la guerra del Vietnam appare come un episodio quasi “neutro” nella lunga e incredibile storia americana, ma offre molti spunti di riflessione.
Un “film nel film” sul Vietnam
L’episodio vietnamita funziona quasi come un “film nel film”, che tocca temi importanti: la cultura bellica della società americana, il coinvolgimento degli afroamericani, il ruolo (spesso ottuso) delle istituzioni, le proteste e i movimenti per la pace. In alcune scene emergono i toni del film di guerra classico, come nell’ospedale militare curato e pulito dove Forrest è ricoverato; in contrasto, le parole e le azioni ingenue del protagonista mettono in evidenza quello “scarto di senso” che aveva caratterizzato le posizioni degli oppositori al conflitto.
Mentre Forrest non assume quasi mai gli attributi tipici del veterano, è il tenente Dan a incarnare quella figura. Significativa è la sua rabbia iniziale per essere stato strappato a una morte “eroica” sul campo. Un breve montaggio mostra i suoi antenati caduti nelle principali guerre a cui gli Stati Uniti hanno partecipato: un modo per illustrare quell’identità bellica che ha segnato la civiltà americana del Novecento. Il destino di Dan, sopravvissuto e ferito, in contrasto con quello dei suoi antenati, diventa l’immagine di una cultura che con il Vietnam si è trovata di fronte, per la prima volta, a qualcosa di radicalmente diverso: una guerra di cui si negava la legittimità, segnata da lacerazioni interne, dal fallimento dei modelli bellici e dalla sconfitta della tecnologia. Un’esperienza profondamente diversa da ogni conflitto precedente.
Il Vietnam come “cesura”
Un altro personaggio, il commilitone afroamericano Bubba, permette al film di toccare il particolare rapporto tra la comunità nera e la “sporca guerra”. La sua morte sul campo rimanda a un dato reale: gli afroamericani erano statisticamente tra i gruppi più numerosi nelle prime file dei combattenti. Con gli anni, sulla scia di posizioni radicali come quelle espresse da figure come Malcolm X, la cultura nera americana ha sviluppato un rapporto fortemente conflittuale con il Vietnam, percepito come la “guerra dei bianchi” combattuta da “fratelli neri”, con conseguenze pesanti sull’integrità stessa della comunità. Il Vietnam diventa così una cesura, il luogo oscuro da cui, in questa lettura, si sarebbero generati fenomeni come il mercato della droga o la violenza metropolitana.
Infine, il film tocca anche il “fronte interno”, con le marce per la pace, le fughe nei paesi neutrali dei giovani renitenti e forme di lotta più radicali. Anche qui Forrest resta un testimone degli eventi che gli si succedono caoticamente intorno: invitato a parlare davanti ai manifestanti a Washington, vede le sue innocue parole rese incandescenti dal sabotaggio di un militare.
“Il Grande Lebowski”: il reduce grottesco
Molto diverso è lo sguardo dei fratelli Coen in “Il Grande Lebowski”, film che si presenta quasi come una “summa” della controcultura americana del dopoguerra. Qui il personaggio di Walter, che porta la dimensione comica del film, è un esempio clamoroso e quasi unico di veterano “ridicolo” nel cinema americano.
Non c’è traccia di codici melodrammatici: il reduce di Lebowski è quello che ha elaborato peggio i traumi del passato e la percezione della guerra. Rissoso, paranoico, autoritario, rischia più volte di farsi ammazzare e finisce per diventare un personaggio patetico, incapace di reinserirsi, che oppone a ogni situazione una retorica da “giovane guerriero” di un tempo. Ambientato negli anni della guerra del Golfo, Walter è un reduce che non perde occasione per ricordare in modo esasperato la propria esperienza in Vietnam: ed è proprio questo eccesso, questo continuo richiamo fuori luogo, a renderlo grottesco e bizzarro, convinto com’è che con la forza o una pistola si risolva tutto. Perfino mentre gioca a bowling, il suo passatempo preferito, ribadisce che quello è il bowling, non il Vietnam, e che ci sono regole da rispettare: una battuta che condensa tutta la comica inadeguatezza del personaggio.
Attraverso la parodia, i Coen dicono qualcosa di serio: mostrano come, per alcuni reduci, il trauma non elaborato si cristallizzi in un’identità rigida e anacronistica, incapace di vivere il presente. Dove “Forrest Gump” usa la dolcezza e l’ingenuità, Lebowski usa il grottesco, ma entrambi raccontano, a modo loro, la difficoltà di tornare davvero “a casa”.
Domande frequenti
Cos’è il “cinema dei reduci” dal Vietnam?
È un filone che, invece di raccontare il fronte, si concentra sulla figura del reduce e sul suo difficile reinserimento nella vita quotidiana. Racconta le disillusioni, i traumi e le ambizioni di chi è tornato dalla guerra profondamente cambiato.
Come rappresenta il reduce “Forrest Gump”?
Attraverso il tenente Dan, contropersonaggio di Forrest: sopravvissuto controvoglia a una morte “eroica”, attraversa dramma, alcolismo e sofferenza psichica prima di ritrovare la forza. Il film usa la sua storia per riflettere sull’identità bellica americana e sulla frattura rappresentata dal Vietnam.
Perché il Vietnam è definito una “cesura”?
Perché fu una guerra radicalmente diversa dalle precedenti: se ne negava la legittimità, generò profonde lacerazioni interne e segnò il fallimento dei modelli bellici. Per la comunità afroamericana, in particolare, divenne una ferita profonda, percepita come “guerra dei bianchi” combattuta dai neri.
In cosa è diverso il reduce de “Il Grande Lebowski”?
È un veterano “ridicolo” e grottesco, non melodrammatico. Walter ha elaborato malissimo il trauma: rissoso e anacronistico, richiama in modo esasperato il Vietnam anche fuori contesto. Attraverso la parodia, i Coen mostrano come un trauma non elaborato possa cristallizzarsi in un’identità rigida.
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