Psicoterapia e Psicoanalisi

Il Caregiver: l’esperienza di un “Centro Ascolto Psicoeducativo” in un Servizio di Assistenza Domiciliare Integrata

Quando un familiare si ammala a lungo, il peso maggiore ricade su una persona: il caregiver, chi si prende cura in modo continuativo. È attorno a lui, o più spesso a lei, che si costruisce una “impalcatura psicologica” capace di sostenere l’intera famiglia. Ma questa figura è anche la più esposta al rischio di crollo. […]

Psicolab — Il Caregiver: l’esperienza di un “Centro Ascolto Psicoeducativo” in un Servizio di Assistenza Domiciliare Integrata
Quando un familiare si ammala a lungo, il peso maggiore ricade su una persona: il caregiver, chi si prende cura in modo continuativo. È attorno a lui, o più spesso a lei, che si costruisce una “impalcatura psicologica” capace di sostenere l’intera famiglia. Ma questa figura è anche la più esposta al rischio di crollo. L’esperienza di un “Centro Ascolto Psicoeducativo” in un servizio di assistenza domiciliare mostra quanto sia importante sostenere non solo il malato, ma anche chi lo assiste.

Chi è il caregiver e perché è centrale

La malattia di un familiare, con tutti i suoi risvolti psicologici ed emozionali, colpisce in primo luogo il caregiver: la persona attorno alla quale, sostenendola e potenziandola, si può costruire una sorta di “impalcatura psicologica” in grado di reggere il peso della situazione e ridistribuirlo, emotivamente compensato, agli altri componenti del nucleo.

Se la malattia si protrae a lungo, subentra quasi immancabilmente la “crisi del caregiver”. Questa non è tanto legata agli aspetti clinici della malattia (gravità, disturbi comportamentali, perdita dell’autosufficienza), quanto alla sensazione, avvertita dal caregiver, di non riuscire più a svolgere la propria funzione. Si sente sopraffatto, ha l’impressione di perdere il controllo sul comportamento del paziente e, soprattutto, sulle proprie reazioni emotive, arrivando a un punto di rottura. La “resistenza” varia molto da persona a persona, e dipende da età, condizioni di salute, motivazioni psicologiche, relazioni preesistenti, convinzioni morali e religiose, condizioni economiche e aspettative individuali.

Il “Centro Ascolto”: monitorare anche la famiglia

Nell’ambito di un Servizio di Assistenza Domiciliare Integrata, è nata l’idea di monitorare non solo l’assistito, ma anche la famiglia, per individuare precocemente difficoltà e pericoli lungo il percorso assistenziale, che può rivelarsi rischioso per il benessere psicologico di chi assiste.

L’intervento di sostegno e consulenza psico-educativa mira a individuare, valutare e modificare le situazioni di disagio e i sentimenti di emarginazione, a livello individuale o familiare, attraverso il recupero delle risorse personali e familiari spesso latenti e la responsabilizzazione dell’utenza. È spesso un lavoro “nascosto”, fatto di colloqui e visite domiciliari, in cui l’operatore diventa stimolo di crescita e cambiamento, aiutando le persone ad attivarsi da sole per trovare le soluzioni più idonee.

Nell’arco di circa tre anni, l’intervento ha coinvolto circa 170 nuclei familiari e oltre 180 caregiver, studiati attraverso interviste, colloqui diretti e una scheda di valutazione dello stress del caregiver.

Il “carattere familiare” della malattia

Il quadro emerso conferma, a volte in modo drammatico, il carattere familiare delle malattie, sotto un duplice aspetto. Da un lato, il coinvolgimento della famiglia nella cura, nell’assistenza e nel sostegno psicologico del congiunto è risultato pressoché totale: la grande maggioranza dei caregiver è un familiare, e solo una minoranza è assistenza a pagamento. Dall’altro, i servizi territoriali faticano quotidianamente a soddisfare bisogni sempre più pressanti. Le risposte istituzionali insufficienti accentuano il peso sulla famiglia, provocando reazioni emotive negative e alterando la “temperatura emotiva” del micro-clima familiare.

Le valutazioni della dipendenza del paziente, condotte con strumenti standardizzati sulle attività della vita quotidiana, hanno mostrato quote elevate di persone totalmente o parzialmente dipendenti, con una parte consistente che necessita di sorveglianza continua anche solo per muoversi. Curare a domicilio, del resto, comporta un cambio di prospettiva: dal modello in cui il malato ruota attorno alle strutture, si passa a un modello in cui strutture e professioni ruotano attorno alla persona assistita e ai suoi bisogni. Questo richiede valutazioni multidimensionali, attente a tutti gli aspetti della qualità di vita dell’assistito e della sua famiglia.

Il carico sul caregiver: tempo, salute, emozioni

I dati raccolti rendono evidente l’onerosità dell’impegno. I familiari dedicano mediamente diverse ore al giorno all’assistenza diretta e ancora di più alla sorveglianza. Le conseguenze fisiche, come la perdita di sonno e la stanchezza cronica, danneggiano la loro salute; la vita sociale si riduce e molti si sentono isolati. Lo stress mentale, fisico e sociale può compromettere la loro capacità di far fronte alla situazione, con ricadute anche sul benessere del malato.

Sul piano psicologico, la ricerca ha evidenziato livelli molto elevati di ansia (nervosismo, paura, agitazione) e quote significative di sintomi depressivi, da lievi a moderati fino, in una minoranza, a forme gravi. L’impatto è tanto maggiore quanto più l’assistenza si somma ad altri ruoli, professionali, familiari, genitoriali, con conseguenze sulla dimensione affettiva, sul tempo disponibile e sullo stress psicofisico.

Un volto preciso: donne, figlie, spesso conviventi

Il profilo del caregiver è abbastanza definito. Si tratta in prevalenza di donne con famiglia e figli, che soprattutto nei casi gravi ospitano il malato in casa. La maggioranza è di sesso femminile e convive con l’assistito. La solidarietà intergenerazionale è confermata dal fatto che i soggetti più attivi sono i figli, e soprattutto le figlie, dei malati, seguiti da coniugi e altri familiari.

Rilevanti anche le conseguenze sulla vita lavorativa: un’alta percentuale di chi lavora si è trovata ad affrontare incomprensioni, richieste di part-time, modifiche del rapporto di lavoro o perdita di ore. A ciò si aggiunge l’impatto economico, sia sulle entrate sia sulle uscite per l’assistenza a pagamento, e i cosiddetti costi “intangibili”, cioè il carico psicologico. Sul piano fisico, la maggior parte lamenta sonno insufficiente, stanchezza e una salute generale peggiorata.

Sostenere la famiglia, non solo il malato

La conclusione è chiara: di fronte all’impossibilità delle istituzioni di farsi pienamente carico di questi malati, e alla disponibilità dei familiari ad assumersi gran parte dell’impegno, diventa indispensabile un sostegno che metta al centro non solo il malato, ma anche la famiglia.

Sono auspicabili programmi di educazione per operatori e caregiver, gruppi di incontro per le famiglie, raccordi con il volontariato e una migliore informazione. La componente psicoeducativa e sociale deve essere integrata e resa sinergica al trattamento medico, per garantire un’assistenza unitaria e potenziare la capacità di cura di sé e degli altri. Valorizzare il ruolo attivo della famiglia, stimolandone la partecipazione e offrendole sostegno e consulenza, permette di ridurre le tensioni che pesano negativamente sul clima familiare. Il vero “luogo” dell’intervento, in fondo, è la comunità nel suo insieme, e in essa la famiglia è un soggetto fondamentale, da sostenere ed educare.

Domande frequenti

Chi è il caregiver?

È il familiare che si prende cura in modo continuativo di una persona malata o non autosufficiente. Attorno a lui si costruisce l'”impalcatura psicologica” che sostiene l’intera famiglia, ed è per questo la figura più esposta al rischio di crollo emotivo e fisico.

Cos’è la “crisi del caregiver”?

È il punto di rottura che subentra quando la malattia si protrae a lungo. Non dipende tanto dalla gravità clinica quanto dalla sensazione di non farcela più: il caregiver si sente sopraffatto e teme di perdere il controllo sulle proprie reazioni emotive.

Quali conseguenze subisce chi assiste un familiare?

Molte: ansia diffusa e sintomi depressivi, perdita di sonno e stanchezza, riduzione della vita sociale e isolamento, ricadute sul lavoro e sull’economia familiare. Il carico è maggiore quando l’assistenza si somma ad altri ruoli professionali e familiari.

Come si può aiutare il caregiver?

Integrando il sostegno psicoeducativo e sociale al trattamento medico: programmi di formazione, gruppi di incontro per le famiglie, consulenza, raccordo con il volontariato. L’obiettivo è sostenere non solo il malato ma anche chi lo assiste, migliorando la qualità di vita di entrambi.

Quando una malattia si protrae, il peso ricade soprattutto sul caregiver, in prevalenza donne, figlie o coniugi conviventi, che dedicano molte ore all’assistenza a scapito di salute, lavoro e vita sociale. Da qui la “crisi del caregiver”, con alti livelli di ansia e sintomi depressivi. L’esperienza del Centro Ascolto mostra che sostenere solo il malato non basta: occorre mettere al centro anche la famiglia, integrando la componente psicoeducativa con quella medica. Programmi di formazione, gruppi di incontro e consulenza migliorano la qualità di vita del caregiver e, di riflesso, quella dell’assistito.
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