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I Visual Studies

Che cosa significa davvero “guardare” un’immagine? I visual studies, o studi sulla cultura visuale, rispondono che vedere non è mai un atto neutro e passivo, ma una pratica culturale carica di significati. Nata sulla scia degli studi culturali anglosassoni, questa area di ricerca interdisciplinare ha ridefinito il modo di analizzare quadri, fotografie e immagini di […]

Psicolab — I Visual Studies
Che cosa significa davvero “guardare” un’immagine? I visual studies, o studi sulla cultura visuale, rispondono che vedere non è mai un atto neutro e passivo, ma una pratica culturale carica di significati. Nata sulla scia degli studi culturali anglosassoni, questa area di ricerca interdisciplinare ha ridefinito il modo di analizzare quadri, fotografie e immagini di ogni tipo, spostando l’attenzione dall’opera isolata al contesto e ai soggetti che la producono e la interpretano. Un percorso che tocca da vicino anche la psicologia dello sguardo e la formazione delle identità.

Che cosa sono i visual studies

I visual studies sono un’area di ricerca interdisciplinare sviluppatasi sulla scia degli studi culturali anglosassoni, al cui centro sta l’indagine della visual culture. Il termine fu utilizzato per la prima volta da Svetlana Alpers nel 1972 per indicare un approccio all’analisi delle opere d’arte attento non solo alla storia che le precede e le influenza, ma anche alla cultura che le circonda. Il testo visivo va dunque interpretato rispetto al modo in cui una cultura non solo si rappresenta visivamente, ma concepisce la rappresentazione stessa, regolandola e rendendola così possibile e praticabile.

La pittura, in questa prospettiva, non è comprensibile solo ripercorrendone la specifica evoluzione interna: è parte di un contesto più generale, di una mappa entro cui trovano posto le diverse risorse culturali e le pratiche collegate alla visione e alla sua rappresentazione. Un quadro diventa allora un oggetto che circola in un’economia nata dall’articolazione tra sistemi di rappresentazione, immagini effettive e soggetti che tali immagini producono e fruiscono.

Dall’opera al sistema testuale

Nella cultura visuale il quadro diventa un sistema testuale e, in quanto tale, un oggetto culturale regolato da specifici meccanismi della visione. La visione stessa si pone come un’attività che trasforma il materiale pittorico in pratica significante, all’interno di un processo che non ha mai fine. Come sintetizza lo storico dell’arte Norman Bryson, “colui che guarda è innanzitutto un interprete”. Parlare di visuale significa dunque abbandonare un’idea positivista della percezione, per riflettere sullo sguardo come pratica di interpretazione, di cui l’immagine, il quadro o la fotografia, è solo una delle molte componenti.

Le immagini, di conseguenza, non vanno studiate isolatamente, come oggetti circoscritti, bensì come insiemi di pratiche che ne variano non solo l’uso ma anche il significato. Il senso di un’immagine si lega alle sue diverse pratiche di fruizione, e queste a loro volta alle istituzioni in cui tali pratiche si consolidano o mutano. È un cambiamento di sguardo profondo: dall’oggetto in sé alle relazioni che lo rendono leggibile.

Una disciplina giovane ma pervasiva

Benché la proposta di Alpers risalga agli anni Settanta, è solo in tempi relativamente recenti che la cultura visuale ha assunto uno statuto accademico e una legittimità scientifica. In Gran Bretagna, Nord America e Australia si è affiancata e in parte sostituita ai corsi di storia dell’arte, che hanno iniziato a contemplare anche design e architettura, un tempo considerate arti minori, ma anche a quelli di storia del cinema e, più in generale, delle scienze umane.

La cultura visuale è così divenuta un progetto interdisciplinare di analisi e critica dei linguaggi visivi, con una spiccata prospettiva antropologica attenta ai processi culturali in cui qualsiasi immagine viene prodotta e interpretata, diffusa e trasformata. Per comprenderla a fondo occorre collocarla nell’orizzonte più ampio degli studi culturali e della mediologia, con cui si intreccia e a volte si confonde, in una voluta mescolanza dei confini tra discipline e metodi di indagine.

La specificità rispetto ai media studies

Ci sono continuità e sovrapposizioni tra studi culturali, media studies e cultura visuale, ma anche una specificità di quest’ultima: quella di applicarsi a un oggetto non solo variegato e complesso, ma estremamente problematico, che mantiene un doppio statuto di mezzo di comunicazione e di principale accesso al piano simbolico dei contenuti culturali, individuali e collettivi. Fin dagli anni Sessanta la mediologia e gli studi culturali si erano dedicati alle rappresentazioni visive della cultura di massa, per poi concentrarsi quasi esclusivamente sulle pratiche di fruizione, per esempio della televisione. Ne derivava una concezione dello spettatore ferma ad analisi empiriche o a indagini etnografiche della ricezione, da cui però era esclusa ogni riflessione sull’immagine come testo significante.

Lo sguardo che forma i soggetti

Nei visual studies diventano centrali sia il significato delle immagini sia il loro uso: i sensi che esse assumono a seconda dei contesti (apparati, istituzioni, media) in cui sono prodotte e fruite, ma soprattutto i soggetti che tali significati costituiscono e da cui sono a loro volta ridefiniti. Il significato di un segno visivo non sta solo nell’immagine, né esclusivamente nelle identità sociali del pubblico, bensì nell’articolazione tra osservatore e osservato: tra il potere che un’immagine ha di significare qualcosa e la capacità dell’osservatore di interpretare quel significato.

Il passaggio decisivo va dalla comprensione dei significati testuali alla questione della formazione dei soggetti. È a questo livello che l’analisi della cultura visuale diventa anche indagine sulla formazione delle identità e delle differenze culturali: le differenze di genere e di etnia, gli stereotipi visivi, le metafore con cui si rappresenta la marginalità. Il soggetto è in parte formato da che cosa e da come vede, dal modo in cui il suo campo di visione è costituito. Il testo visivo si trova così all’incrocio di più formazioni discorsive, e guardare, vedere e interpretare diventano pratiche culturali che presuppongono una posizione sociale, ma anche competenze e desideri. È così che la lettura delle immagini diventa essa stessa una pratica culturale.

Domande frequenti

Cos’è la “visual culture”?

È il concetto al centro dei visual studies, introdotto da Svetlana Alpers nel 1972. Indica un approccio che analizza le immagini non solo per la loro storia interna, ma per la cultura che le circonda e per il modo in cui una società concepisce e regola la rappresentazione stessa.

In cosa i visual studies si distinguono dalla storia dell’arte?

La storia dell’arte tende a studiare l’opera nella sua evoluzione specifica; i visual studies la collocano in un contesto più ampio di pratiche e istituzioni, trattando il quadro come sistema testuale e allargando lo sguardo a design, cinema, fotografia e immagini di massa.

Perché si dice che “guardare” è una pratica culturale?

Perché la visione non è una percezione neutra: è interpretazione. Il significato di un’immagine nasce dall’incontro tra ciò che essa può significare e le competenze, la posizione sociale e i desideri di chi la osserva. Vedere, quindi, dipende dalla cultura.

Che rapporto c’è tra immagini e identità?

Secondo i visual studies, il soggetto è in parte formato da ciò che e da come vede. Analizzare le immagini permette di studiare la formazione delle identità e delle differenze culturali, inclusi stereotipi visivi e rappresentazioni di genere, etnia e marginalità.

I visual studies hanno cambiato il modo di guardare le immagini: non più oggetti isolati da analizzare per la sola storia interna, ma sistemi testuali immersi in pratiche, istituzioni e contesti culturali. Al centro c’è l’idea che vedere sia sempre interpretare, e che il significato nasca nell’incontro tra l’immagine e l’osservatore. Per questo la cultura visuale è anche uno strumento per capire come si formano le identità e le differenze culturali: la lettura delle immagini è, a tutti gli effetti, una pratica culturale.
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