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Mente

Godot e l’Assenza di Scopo

Uno dei testi più famosi e più discussi della produzione Beckettiana è senz’altro “Waiting for Godot” , primo testo redatto per il teatro, che Beckett scrisse nel 1949, mentre stava ultimando la redazione dell’innominabile, ultimo romanzo della trilogia.
Considerato che questo testo è forse il più analizzato e studiato dei testi Beckettiani, lo prenderemo in considerazione, solo per evidenziarne alcuni aspetti utili a comprendere il rapporto fra intenzione e azione.
Quando nel 1953, fu messa in scena a Parigi la prima di aspettando Godot, molti critici sostennero che si trattava di una commedia dove, in entrambi gli atti di cui era composta, non succedeva niente.
In effetti succede poco, o meglio, si aspetta che succeda qualcosa; questo vale non solo per gli spettatori che sono andati a teatro ma anche e soprattutto per i personaggi della pièce. Vladimiro ed Estragone, due barboni con la bombetta, aspettano, in un paesaggio arido, l’arrivo di Godot, con cui sembra abbiano preso appuntamento. Chi sia Godot nessuno lo sa, e a quanto pare, non lo sanno nemmeno Didi e Gogo, come si chiamano affettuosamente fra di loro i due clochard. Non sanno neanche perché l’aspettano, si ricordano a stento quando lo hanno incontrato per fissare quel fatidico appuntamento.

VLADIMIRO Sono curioso di sapere cos’è che ha da offrirci.
Poi vedremo se prendere o lasciare
ESTRAGONE Cos’è che gli abbiamo chiesto esattamente?
VLADIMIRO Ma non c’eri anche tu?
ESTRAGONE Non stavo attento.
VLADIMIRO Bé…ecco….niente di preciso…
ESTRAGONE Una specie di preghiera
VLADIMIRO Una vaga supplica
ESTRAGONE Appunto.

Sta di fatto che i giorni in “Waiting for Godot” sembrano tutti uguali. Il passato e il futuro si dilatano nel presente, caratterizzato solo da una lunga e interminabile attesa. Sotto lo spoglio albero sulla scena, i due cercano un modo per fare passare il tempo il più velocemente possibile. Allora s’inventano un teatrino, approfittando del fatto che sono in due e si possono “passare la palla”.

VLADIMIRO Che cosa facciamo adesso?
ESTRAGONE Aspettiamo
VLADIMIRO Si, ma mentre aspettiamo.
ESTRAGONE E se ci impiccassimo?
VLADIMIRO Bè…sarebbe un modo per farselo venire duro.
(…)
ESTRAGONE Impicchiamoci subito!
VLADIMIRO a un ramo?
ESTRAGONE Io non mi fiderei…
VLADIMIRO Si può sempre provare…

In questa pièce non si agisce per ottenere qualcosa, dato che l’unico evento che
potrebbe modificare la situazione iniziale è l’arrivo di Godot. Visto che lui non arriva, di fronte all’impossibilità di Didi e Gogo di fare qualcosa per facilitare la sua venuta, ogni atto, ogni parola, rimane li fine a se stessa, non porta da nessuna parte.
Anche in questo caso, Beckett non opera la sottrazione direttamente sull’agente, il quale rimane totalmente svincolato e libero. Didi e Gogo non sono fantocci, fanno quello che vogliono; la sottrazione viene operata a livello della fabula. Per
innescare il meccanismo della narrazione è necessario un punto di rottura con l’ordinario, un evento che turbi la situazione iniziale. Serve un evento che modifichi il contesto in cui gli attori si trovano ad agire, sviluppando ipotesi e intenzioni, che poi si tramutano in atti. In Godot questo evento è sottratto, eternamente rimandato; Godot non arriverà mai.
Questa mancanza, non solo genera l’inazione dei personaggi sulla scena, ridotti letteralmente a “mettere in scena” se stessi per giustificare la loro presenza sul palcoscenico, ma soprattutto anhttp:\\/\\/psicolab.neta il concetto di tempo: il prima e il dopo si possono determinare solo se esiste un evento cardine che faccia da punto di
riferimento. Con il tempo si perde anche la memoria e la capacità affabulatrice, capacità che aveva caratterizzato tutti i personaggi precedenti e che caratterizzerà quelli successivi.

ESTRAGONE siamo già venuti ieri
VLADIMIRO Ah! No! Qui ti sbagli
ESTRAGONE cosa abbiamo fatto ieri?
VLADIMIRO cosa abbiamo fatto ieri?
ESTRAGONE Si.
VLADIMIRO Bè…(arrabbiandosi) per seminare il dubbio sei un campione…
ESTRAGONE Io dico che eravamo qui?
VLADIMIRO (occhiata circolare) forse il posto ti sembra familiare?
ESTRAGONE Non dico questo
VLADIMIRO E allora?
ESTRAGONE Ma non vuol dire.
VLADIMIRO Sei sicuro che era stasera?
ESTRAGONE cosa?
VLADIMIRO Che bisognava aspettarlo?
ESTRAGONE Ha detto sabato. (pausa) Mi pare.
VLADIMIRO Ti pare
ESTRAGONE Devo aver preso nota.(frugandosi nella tasche)
VLADIMIRO Ma quale sabato? E poi è sabato oggi? Non sarà piuttosto
domenica? Lunedì? O venerdì?

Didi e Gogo non sono in grado di raccontare alcuna storia. Il loro passato, affiora ogni tanto, come cristallizzato, fuoriuscito da una vita precedente. Sono immagini di tempo spazializzato. Frammenti che non possono essere ricollegati insieme.

ESTRAGONE TI ricordi quel giorno che mi sono gettato nella Durance?
VLADIMIRO Facevamo la vendemmia
ESTRAGONE e tu mi hai ripescato
VLADIMIRO Sono cose morte e sepolte
ESTRAGONE i miei vestiti si sono asciugati al sole
VLADIMIRO Non pensarci più, vieni.

Non a caso tutta la pièce è articolata in fitti dialoghi “botta-e-risposta” , utili solo a riempire “la scena” e mai a raccontare. La breve storiella sui ladroni, che Vladimiro racconta a Estragone, si perde in un calcolo probabilistico fra le possibilità di essere salvati o di essere dannati. Didi la racconta nello stesso tono
in cui subito dopo racconta la barzelletta de “l’inglese al bordello”. Non hanno nessuna funzione comunicativa, non sono narrazioni, è intrattenimento.
Gli altri due personaggi, che compariranno sulla scena a metà del primo atto, Pozzo e il suo servo Lucky, sono in tutto simili a Didi e Gogo: quando parlano, parlano “come se fossero su un palcoscenico”, fanno le prove, s’interrogano su come sono andati, si danno un tono drammatico. Basta pensare a pozzo che “spiega” ai due barboni, la particolarità del cielo delle sue terre: “…capisco
benissimo, voi non siete di qui, non sapete ancora che cos’è il crepuscolo da noi.
Volete che ve lo dica io?”

Nessuno risponde, ognuno perso nei drammi delle loro scarpe, delle loro caccole, de loro cappelli. Nonostante questo, Pozzo esclama:
“Sarò lieto di accontentarvi!”
Si spruzza un colpo di vaporizzatore come fanno i divi della lirica, poi ricerca l’attenzione degli astanti, assume l’aria del narratore, e comincia:
Dunque il cielo…che cosa ha di tanto straordinario? Come cielo voglio dire? È pallido e luminoso come qualsiasi altro cielo a quest’ora del giorno. (pausa) A queste latitudini. (pausa) Quando fa bello (cantilenando). Un’ora fa (guarda
l’orologio, tono prosaico) circa (di nuovo tono lirico) dopo averci inondato fin dalle.. (esita, il tono cala) diciamo…dalle dieci del mattino (il tono s’alza) senza requie di torrenti di luce rossa e bianca, ha cominciato a perdere il suo fulgore, a impallidire!”

E avanti così. Una volta finito il suo show, chiede alla sua platea come è andato:
“Come mi avete trovato? Bravo? Discreto? Passabile?Mediocre? Decisamente cattivo?”
Pozzo, parla raccontando di avere altri schiavi nel suo castello, mette in mostra la cipolla, la sua pipa, il suo vaporizzatore. Quello che sfoggia con continua ostentazione, sono brandelli di simboli che richiamano un’appartenenza alla media borghesia di signorotti e salotti per bene. Simboli usati come toppe, a coprire un’identità che sta andando in frantumi in maniera irreversibile.
Infine Lucky, che “pensa” a comando. Il pensare non è più attività umana, in quanto inutile. Senza obbiettivi non serve a niente pensare, ti complica solo la vita.
Allora il pensare diviene uguale al ballo: una performance.
Lucky è un clown come gli altri, e il suo “pensiero a comando” ricorda il gorgo psicotico dell’innominabile chiuso dentro la sua urna. Parole, nozioni, personaggi illustri, eruttano dalla mente di Lucky in articolazioni complesse, caotiche. Beckett ha saputo rendere in maniera squisita quel lunghissimo monologo, dando letteralmente l’idea di un uomo che apre un rubinetto nella propria testa, per far fuoriuscire il liquido spumoso e informe, di quelle cose ormai inutilizzabili chiamate “parole”.
In un contesto omogeneo non c’è scopo, senza scopo non c’è azione. Senza
azione non c’è narrazione. Come gli altri labirinti beckettiani, “ Waiting for Godot” non ammette soluzioni. Alla fine della giornata, arriva un bambino che dice di essere mandato dal signor Godot. Comunica ai due che oggi, il signor Godot non è potuto venire e che verrà sicuramente domani. Il giorno dopo torna lo stesso bambino e la situazione si ripropone identica. Neanche lui si ricorda del giorno precedente. Tutto ricomincia da capo all’infinito. Godot come il signor Knott, rappresentano due assenze, ovvero il buco lasciato dalla sottrazione Beckettiana.
Intorno a questi vuoti semantici si regola la ripetizione e lo scacco di coloro che mutilati fuori, sono mutilati anche dentro.

ESTRAGONE Allora andiamo?
VLADIMIRO Andiamo.
Non si muovono.

Staff

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