Un’attesa senza oggetto
Beckett scrisse “Waiting for Godot”, il suo primo testo teatrale, nel 1949, mentre completava L’innominabile, ultimo romanzo della sua trilogia. La trama, se così si può chiamare, è essenziale: due vagabondi con la bombetta, Vladimiro ed Estragone, che si chiamano affettuosamente Didi e Gogo, aspettano in un paesaggio arido l’arrivo di un certo Godot, con cui sembra abbiano un appuntamento.
Chi sia Godot non lo sa nessuno, e a quanto pare non lo sanno neppure i due protagonisti. Non ricordano con precisione perché lo aspettino, né quando abbiano fissato quell’incontro. Ciò che gli hanno chiesto è vago, poco più di una supplica indistinta. L’attesa, insomma, non ha un oggetto definito: è un’attesa allo stato puro.
Quando manca lo scopo, manca l’azione
In questa pièce non si agisce per ottenere qualcosa, perché l’unico evento capace di modificare la situazione, l’arrivo di Godot, non si verifica mai. Di fronte all’impossibilità di fare qualcosa per affrettarne la venuta, ogni gesto e ogni parola restano fini a sé stessi: non portano da nessuna parte. I due riempiono il tempo inventando piccoli teatrini, giochi verbali, ipotesi assurde su come far passare le ore, semplicemente perché sono in due e possono “passarsi la palla”.
È qui che emerge la peculiarità di Beckett. La “sottrazione” non viene operata direttamente sui personaggi, che restano liberi di fare ciò che vogliono: non sono fantocci. La sottrazione avviene a livello della trama, della fabula. Per innescare una narrazione serve un punto di rottura con l’ordinario, un evento che turbi la situazione iniziale e spinga gli attori a sviluppare intenzioni, che poi si traducono in atti. In Godot questo evento è eternamente rimandato. Godot non arriverà mai. E questa mancanza genera l’inazione: i personaggi sono ridotti a “mettere in scena” sé stessi per giustificare la propria presenza sul palcoscenico.
La logica: niente scopo, niente storia
Se ne ricava una catena quasi sillogistica, che è il cuore concettuale dell’opera: in un contesto omogeneo, senza fratture, non c’è scopo; senza scopo non c’è azione; senza azione non c’è narrazione. È il motivo per cui “Aspettando Godot”, come altri “labirinti” beckettiani, non ammette soluzioni. La stessa logica vale, sul piano psicologico, per l’agire umano: è l’intenzione orientata a un fine a trasformare un gesto in un’azione dotata di senso.
Il crollo del tempo e della memoria
L’assenza dell’evento cardine non annulla soltanto l’azione: annulla anche il concetto di tempo. Il “prima” e il “dopo” possono determinarsi solo se esiste un evento di riferimento. Senza di esso, i giorni diventano tutti uguali, passato e futuro si dilatano in un presente fatto di pura attesa. I due protagonisti non sono sicuri di quale giorno sia, né se siano già stati in quel luogo il giorno prima.
Con il tempo si perde anche la memoria, e con essa la capacità di raccontare. Didi e Gogo non sono in grado di costruire alcuna storia. Il loro passato affiora solo a tratti, cristallizzato, come frammenti di una vita precedente che non possono essere ricollegati tra loro: immagini di tempo “spazializzato”, schegge isolate. È una perdita significativa, perché la capacità di affabulazione aveva caratterizzato i personaggi beckettiani precedenti e caratterizzerà quelli successivi.
Parlare senza comunicare
Non a caso l’intera pièce è costruita su fitti dialoghi a botta e risposta, utili solo a riempire la scena e mai a raccontare davvero. Quando Vladimiro accenna a una storiella o a una barzelletta, lo fa con lo stesso tono neutro, senza alcuna funzione comunicativa: è intrattenimento, non narrazione. Le parole hanno perso il loro scopo, esattamente come i gesti.
Lo stesso vale per gli altri due personaggi, Pozzo e il suo servo Lucky, che entrano in scena a metà del primo atto. Anche loro parlano “come se fossero su un palcoscenico”: fanno le prove, si interrogano su come sono andati, cercano un tono drammatico. Pozzo, in particolare, quando “spiega” ai due vagabondi la particolarità del cielo delle sue terre, assume l’aria del narratore, si atteggia a divo, e alla fine chiede alla sua platea come sia stata la sua performance. Ostenta di continuo oggetti, la pipa, il vaporizzatore, i suoi presunti possedimenti: brandelli di simboli borghesi usati come toppe per coprire un’identità che va in frantumi in modo irreversibile.
Lucky: il pensiero come performance
Il caso più estremo è quello di Lucky, che “pensa” a comando. Il pensare non è più un’attività umana, perché è diventato inutile: senza obiettivi non serve a nulla, complica soltanto la vita. Così il pensiero si riduce a una performance, esattamente come una danza. Il celebre monologo di Lucky, in cui parole, nozioni e nomi illustri erompono in articolazioni caotiche, dà l’impressione di un uomo che apre un rubinetto nella propria testa per lasciar fuoriuscire un liquido informe: le parole, ormai divenute inutilizzabili.
Un finale che ricomincia da capo
Alla fine della giornata arriva un bambino, messaggero di Godot: il signore non potrà venire oggi, ma verrà di certo domani. Il giorno seguente torna lo stesso bambino, e la scena si ripete identica; nemmeno lui ricorda il giorno precedente. Tutto ricomincia da capo, all’infinito. Godot, come il signor Knott di un altro testo beckettiano, rappresenta un’assenza: il vuoto lasciato dalla sottrazione. Intorno a questi vuoti si organizza la ripetizione e lo scacco di personaggi che, mutilati fuori, lo sono anche dentro. L’opera si chiude con l’immagine più emblematica del teatro del Novecento: i due decidono di andare, ma restano immobili.
Domande frequenti
Di cosa parla “Aspettando Godot”?
Due vagabondi, Vladimiro ed Estragone, attendono in un paesaggio spoglio l’arrivo di un certo Godot, che non si presenta mai. Non ricordano perché lo aspettino né quando abbiano fissato l’appuntamento. È un’opera sull’attesa, l’assenza di scopo e il rapporto tra intenzione e azione.
Perché si dice che “non succede niente”?
Perché l’unico evento capace di modificare la situazione, l’arrivo di Godot, è eternamente rimandato. Senza quell’evento non c’è azione, e senza azione non c’è narrazione: i personaggi si limitano a riempire il tempo, mettendo in scena sé stessi.
Cosa significa la “sottrazione” di Beckett?
Beckett non priva i personaggi della libertà di agire, ma sottrae alla trama l’evento che darebbe senso all’azione. Questo vuoto travolge anche il tempo e la memoria: senza un evento di riferimento, i giorni diventano indistinguibili e il passato si frammenta.
Che ruolo hanno Pozzo e Lucky?
Rappresentano varianti della stessa condizione. Pozzo ostenta simboli borghesi per mascherare un’identità in frantumi; Lucky “pensa a comando”, trasformando il pensiero in pura performance priva di scopo. Entrambi confermano il tema centrale: senza fine, ogni attività umana perde senso.
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