Globalizzazione e legami affettivi
Parliamo spesso di globalizzazione in termini economici, ma dimentichiamo che essa ha già iniziato a modificare la nostra vita e a ridefinire i nostri rapporti affettivi, cioè i legami che tra le persone si stabiliscono. Non possiamo continuare a discutere di globalizzazione senza renderci conto che i suoi veri protagonisti non sono i mercati, ma gli esseri umani, con la loro complessa trama di relazioni economiche e affettive.
Un elemento distingue l’epoca moderna da quella medievale: la dimensione del rischio. Se in passato il tempo e i progetti di vita erano affidati a un ordine prestabilito, con la modernità il rischio entra a far parte del concetto stesso di progetto. Basti pensare a come le grandi scoperte siano nate proprio dal coraggio di rischiare, di andare in direzioni inesplorate. Nel rischio, dove convivono rassicurazioni e paure, abita l’avvenire dell’umanità, anche se, per contro, si va perdendo il senso del limite che caratterizzava le epoche precedenti.
La fiducia come fondamento
Lo sviluppo dell’umanità è avvenuto grazie alle relazioni affettive tra gli esseri umani. E alla base di ogni relazione c’è la fiducia. Senza questo sentimento (quasi un “contagio” positivo che ci lega gli uni agli altri) non avremmo avuto alcuno sviluppo di socialità né di vita culturale. Non saremmo, in breve, ciò che siamo: l’incontro tra biologia e cultura, tra natura e società, tra pulsione di vita e progettualità.
Questo sentimento si forma nella relazione affettiva primaria: la fiducia del bambino verso la propria figura di cura, senza la quale non avremmo nemmeno la possibilità di iniziare a vivere. È difficile immaginare una relazione affettivamente sana fondata sulla sfiducia reciproca tra genitore e figlio. E la stessa educazione si basa sulla fiducia: l’allievo si affida a chi gli trasmette elementi utili all’esistenza. Senza fiducia non si crea relazione, e nulla può essere trasmesso alle nuove generazioni.
Non “gli altri”, ma funzioni di relazione
Come possiamo, allora, trasferire fiducia agli altri in un mondo globalizzato? Un primo passo è comprendere che ogni altra persona vede noi stessi come “altro”. In questo senso, non esistono davvero “gli altri”, ma piuttosto funzioni di rapporti. Non esiste una madre senza figli, né un figlio senza madre, anche quando questa non è fisicamente presente.
La maternità, come la paternità, non è uno status, ma una funzione, un ruolo. È una distinzione importante: ciò che conta non è il dato biologico in sé, ma la volontà di accogliere, accompagnare, prendersi cura. Riconoscere questo aiuta a comprendere che i legami umani si fondano su una scelta relazionale, su un impegno reciproco, e non su una semplice condizione data.
Sicurezza, dipendenza e crescita
La formazione della fiducia ha a che fare con due sentimenti profondi: la sicurezza e la dipendenza. Lo si comprende bene osservando l’adolescenza, quando i nostri orientamenti cominciano a dipendere da noi stessi più che dai genitori. È in questa fase che si scopre l’esistenza di percorsi da condividere con i pari, con gli amici e i compagni.
Si passa così da una dipendenza “verticale” (quella genitoriale, assolutamente necessaria nell’infanzia) a una dipendenza più paritaria, quella del gruppo. La fiducia matura proprio in questo intreccio: dentro il sentimento di sicurezza e di dipendenza, la persona impara a costruire un cammino che include l’affetto ricevuto dai genitori e quello condiviso con i pari. È un processo psicologico fondamentale, che accompagna la costruzione dell’identità e dell’autonomia.
Tra localizzazione e globalizzazione
Tutto questo, in fondo, è globalizzazione, perché unisce due attenzioni complementari. Da un lato l’attenzione alla propria individualità, che in termini di globalizzazione possiamo chiamare localizzazione; dall’altro l’attenzione a ciò che è diverso da noi, fisicamente lontano ma virtualmente vicino, che è la globalizzazione vera e propria.
La consapevolezza della propria identità ci fa credere di essere unici e originali; la consapevolezza della nostra comune umanità ci fa comprendere quante analogie ci rendano simili. Tenere insieme queste due dimensioni è forse la sfida più importante del nostro tempo. Riscoprire la fiducia (nei legami vicini e in quelli lontani) significa ricordare che, al di là delle differenze, siamo tutti “sotto lo stesso cielo”. “Globalizzare la fiducia” non è un’utopia, ma un invito a estendere quel sentimento fondativo che ci rende umani a una scala più ampia, quella dell’intera famiglia umana.
Domande frequenti
Perché la fiducia è così importante per l’essere umano?
Perché è alla base di ogni relazione: senza fiducia non si crea legame, non c’è educazione né trasmissione culturale. Si forma nella relazione affettiva primaria con la figura di cura ed è il fondamento della socialità e dello sviluppo umano.
Cosa significa che la genitorialità è una “funzione” e non uno status?
Significa che ciò che conta non è il dato biologico in sé, ma la volontà di accogliere, accompagnare e prendersi cura. I legami umani si fondano su una scelta relazionale e su un impegno reciproco, più che su una condizione data.
Che rapporto c’è tra fiducia e adolescenza?
Nell’adolescenza si passa da una dipendenza “verticale” verso i genitori a una più paritaria verso il gruppo dei pari. La fiducia matura in questo intreccio tra sicurezza e dipendenza, accompagnando la costruzione dell’identità e dell’autonomia.
Cosa vuol dire “globalizzare la fiducia”?
Significa estendere alla scala dell’intera umanità quel sentimento fondativo che nasce nei legami vicini. Unisce l’attenzione alla propria identità (localizzazione) e quella verso ciò che è diverso da noi (globalizzazione), riconoscendo la comune umanità.
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