Due tipi di stress
La distinzione fondamentale, e la più utile da conoscere, riguarda due condizioni molto diverse tra loro.
Lo stress acuto
È quello che predispone l’organismo ad affrontare e risolvere eventi esterni. Va considerato normale, ed è spesso indicato con il termine eustress.
Ha una funzione precisa: mobilita risorse fisiche e attentive nel momento in cui servono. Una scadenza impegnativa, una prova da sostenere, una situazione da gestire richiedono esattamente questo tipo di attivazione.
Lo stress cronico
È quello che permane oltre le reali esigenze esterne: indicato come distress.
La differenza non è di intensità ma di durata: non è che sia “troppo stress”, è che l’attivazione non si spegne quando la situazione che l’aveva richiesta è terminata.
Ed è questa persistenza a produrre effetti dannosi, anche sul piano fisiologico e organico.
I segnali da riconoscere
I sintomi più diffusi dello stress cronico sono:
- un costante senso di allarme;
- ansia non riferita a una situazione specifica;
- insonnia o sonno non ristoratore;
- irritabilità;
- difficoltà di concentrazione.
Vale la pena notare che questi segnali vengono spesso attribuiti a cause diverse (al carattere, alla stanchezza, all’età) anziché riconosciuti come manifestazioni di un unico meccanismo.
Il “senso di allarme costante” è forse il più indicativo: descrive la condizione di chi resta mobilitato anche in assenza di qualcosa da affrontare.
Le conseguenze a lungo termine
Protraendosi nel tempo, la condizione può associarsi a manifestazioni più serie: disturbi dermatologici, patologie cardiovascolari, riduzione dell’efficienza del sistema immunitario.
Il collegamento non è metaforico. L’attivazione prolungata comporta modificazioni ormonali e fisiologiche sostenute, che nel tempo incidono su apparati diversi, ed è la ragione per cui lo stress cronico è considerato un fattore di rischio a tutti gli effetti.
Perché il recupero è la parte decisiva
Ne discende un’indicazione che rovescia il modo comune di affrontare il problema.
La domanda utile non è “come ridurre lo stress”, ma “come favorire il recupero”. Perché l’attivazione, di per sé, non è patologica: lo diventa in assenza della fase opposta.
È lo stesso principio che vale per l’allenamento fisico: lo sforzo produce adattamento solo se seguito da un recupero adeguato. Senza, produce logoramento.
Su questo intervengono i percorsi strutturati di gestione dello stress, che lavorano tipicamente su respirazione, rilassamento muscolare, organizzazione del tempo e riconoscimento precoce dei segnali.
Come scegliere un percorso
Trattandosi di un ambito in cui le proposte sono numerose e disomogenee, alcuni criteri sono utili.
Verificare la formazione di chi conduce e l’esistenza di un percorso riconoscibile e verificabile. Verificare l’appartenenza a organismi professionali di riferimento, che comportano codici deontologici e requisiti di aggiornamento.
E soprattutto tenere presente la distinzione professionale: percorsi di questo tipo hanno finalità di gestione e prevenzione, e non sostituiscono una valutazione clinica quando i sintomi sono importanti o persistenti.
È un criterio che vale anche come indicatore di serietà: un professionista corretto indica lui stesso quando la propria competenza non è sufficiente.
Domande frequenti
Lo stress è sempre negativo?
No. Lo stress acuto predispone l’organismo ad affrontare eventi esterni ed è una risposta normale e funzionale. È quello cronico, che permane oltre le reali esigenze, a produrre effetti dannosi.
Quali sono i segnali dello stress cronico?
Un costante senso di allarme, ansia non riferita a situazioni specifiche, insonnia, irritabilità e difficoltà di concentrazione. Spesso vengono attribuiti al carattere o alla stanchezza anziché riconosciuti come un unico quadro.
Quali conseguenze può avere a lungo termine?
Può associarsi a disturbi dermatologici, patologie cardiovascolari e riduzione dell’efficienza immunitaria, per effetto delle modificazioni fisiologiche sostenute nel tempo.
Qual è l’approccio più efficace?
Concentrarsi sul recupero più che sulla riduzione dell’attivazione. Lo stress diventa dannoso in assenza della fase opposta, secondo lo stesso principio per cui lo sforzo fisico produce adattamento solo se seguito da riposo adeguato.