Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

La Finestra di Johari

Ci sono cose di noi che tutti conoscono, cose che teniamo per noi, cose che gli altri vedono e noi no, e cose che nessuno vede. La finestra di Johari organizza queste quattro possibilità in uno schema semplicissimo, e proprio per questo utilissimo per capire come funzionano le relazioni, nei gruppi come nelle coppie. Da […]

Psicolab — La Finestra di Johari
Ci sono cose di noi che tutti conoscono, cose che teniamo per noi, cose che gli altri vedono e noi no, e cose che nessuno vede. La finestra di Johari organizza queste quattro possibilità in uno schema semplicissimo, e proprio per questo utilissimo per capire come funzionano le relazioni, nei gruppi come nelle coppie.

Da dove viene il nome

Il modello prende il nome da un gioco di parole: Joseph Luft e Hari (Harry) Ingham, due ricercatori dell’Università della California che negli anni Sessanta lo elaborarono per studiare le interazioni sociali.

Un chiarimento importante sul suo scopo: la matrice non serve tanto a misurare la personalità, quanto a offrire uno strumento capace di rilevare come la personalità viene espressa. Osserva cioè il rapporto tra noi e gli altri, non un tratto isolato.

L’intuizione di partenza è che esistono aspetti di noi noti sia a noi stessi sia agli altri, aspetti che teniamo solo per noi, cose che gli altri notano e di cui non siamo consapevoli (o che non accettiamo) e infine una zona oscura a tutti.

Le quattro finestre

Lo schema si ottiene dividendo un quadrato in quattro riquadri, incrociando due dimensioni: ciò che è noto o ignoto a noi, ciò che è noto o ignoto agli altri.

Area pubblica (o arena)

Contiene i fatti e le emozioni che volutamente mostriamo, di cui parliamo con disinvoltura. Può comprendere sia i nostri punti di forza sia le nostre debolezze: la caratteristica non è che siano positivi, ma che abbiamo scelto di condividerli.

Area cieca

Contiene ciò che gli altri osservano di noi e che a noi resta ignoto. Anche qui i contenuti possono essere positivi o negativi, e in entrambi i casi incidono sul modo in cui gli altri si relazionano a noi.

È l’area in cui finiscono le osservazioni e le critiche che riceviamo nel corso della vita e che sembrano non corrisponderci. Il fatto che gli altri spesso concordino tra loro è però un segnale: quell’aspetto esiste, e ci sorprende solo perché ci obbliga a constatare che siamo visti diversamente da come ci percepiamo.

L’immagine più efficace è quella del pezzetto di prezzemolo tra i denti: gli altri lo notano e in quel momento ci rappresenta, mentre noi non ce ne accorgiamo. E anche un dettaglio del tutto casuale viene interpretato, magari in modo del tutto arbitrario.

Area privata (o facciata)

Contiene quegli aspetti che conosciamo bene di noi stessi ma che teniamo nascosti agli altri: esperienze, emozioni, opinioni che scegliamo di non condividere.

Area ignota

Contiene ciò che è sconosciuto a noi e agli altri, sepolto nell’inconscio e che si rivela solo in situazioni particolarmente intense dal punto di vista emotivo. È l’area meno accessibile, ma anche quella da cui possono emergere le sorprese più significative.

Anche il corpo ha le sue finestre

Il modello può essere replicato per la comunicazione non verbale, con una corrispondenza piuttosto elegante.

L’io pubblico si esprime attraverso gesti volontari, abbigliamento, modalità di socializzazione: tutto ciò che scegliamo di mostrare. L’io inconscio e l’io occulto si rivelano invece attraverso gesti, postura, tono di voce e movimenti involontari, canali che sfuggono al controllo consapevole ed è per questo che risultano tanto informativi per chi ci osserva.

Come si usa nei gruppi e nelle coppie

La finestra di Johari trova applicazione nelle dinamiche di gruppo, nelle relazioni di coppia e come strumento di autoanalisi. Un coach può utilizzarla nel team building, nel lavoro con le coppie e anche in sessione individuale.

Le interazioni tra i quattro riquadri determinano i tipi di rapporto che si creano: socializzazione aperta e scambio di informazioni, confidenze, empatia. Il principio è che ogni relazione ha una propria configurazione delle quattro aree.

Il punto operativo più interessante è che questa configurazione cambia. Man mano che cresce l’affiatamento di un team o di una coppia (o la fiducia in sé della singola persona) la maggior parte dei contenuti tende a spostarsi verso l’area pubblica, e la comunicazione interpersonale diventa più fluida.

Graficamente il risultato è una finestra pubblica molto ampia, con le altre tre progressivamente ridotte. Ed è esattamente ciò che si osserva nei gruppi che funzionano: meno zone d’ombra, meno facciata, più scambio diretto.

Uno strumento di lavoro concreto

Un uso pratico e immediato consiste nel disegnare le quattro finestre con dimensioni proporzionate all’autovalutazione della persona o del gruppo, e poi ridisegnarle dopo un percorso di lavoro.

Il confronto tra il “prima” e il “dopo” rende visibile qualcosa che altrimenti resterebbe impalpabile: quanto si è ampliata l’area condivisa, quanto si è ridotta la facciata, quanto feedback è stato accolto e ha ridotto l’area cieca.

Ed è qui la lezione di fondo del modello: le due aree che possiamo davvero ridurre sono la privata (scegliendo di condividere di più) e la cieca, accettando di ascoltare come ci vedono gli altri. Entrambe le operazioni richiedono fiducia, ed è per questo che il modello descrive contemporaneamente la qualità di una relazione e il modo per migliorarla.

Domande frequenti

Cos’è la finestra di Johari?

È un modello elaborato negli anni Sessanta da Joseph Luft e Harry Ingham che divide la conoscenza di sé in quattro aree, incrociando ciò che è noto o ignoto a noi con ciò che è noto o ignoto agli altri: area pubblica, cieca, privata e ignota.

Cosa contiene l’area cieca?

Ciò che gli altri osservano di noi e che a noi resta ignoto: osservazioni e critiche che sembrano non corrisponderci. Il fatto che più persone concordino è un indizio che quell’aspetto esiste davvero, anche se non lo riconosciamo.

La finestra di Johari misura la personalità?

No. Non è uno strumento di misurazione dei tratti, ma un modo per osservare come la personalità viene espressa nella relazione con gli altri: descrive il rapporto tra sé e gli altri, non un profilo individuale.

Come si usa nel lavoro di gruppo?

Disegnando le quattro aree con dimensioni proporzionate all’autovalutazione e ridisegnandole dopo un percorso di lavoro. Il confronto rende visibile quanto si è ampliata l’area condivisa e quanto feedback è stato accolto, riducendo l’area cieca.

La finestra di Johari, elaborata negli anni Sessanta da Joseph Luft e Harry Ingham, incrocia ciò che è noto o ignoto a noi con ciò che è noto o ignoto agli altri, generando quattro aree: pubblica (ciò che scegliamo di mostrare), cieca (ciò che gli altri vedono e noi no), privata (ciò che conosciamo e nascondiamo) e ignota (ciò che sfugge a tutti). Non misura la personalità, ma il modo in cui viene espressa nella relazione. Si applica a gruppi, coppie e autoanalisi: quando cresce fiducia e affiatamento, i contenuti si spostano verso l’area pubblica e la comunicazione diventa più fluida. Le due aree riducibili sono la privata (condividendo di più) e la cieca, accogliendo il feedback altrui.
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