Abstract
E’ sostenibile quel turismo che tiene conto delle risorse. L’accumulazione di strategie tese ad eliminare le anomalie del tessuto territoriale vengono così sostituite da un approccio sistemico tributario dell’ecologia del paesaggio, che rigetta la concezione estetico-percettiva dello spazio e s’identifica nella corrente del “Paesaggio come processo evolutivo della biosfera, i cui significati intimi appartengono alle leggi naturali che governano il divenire vitale”.
Nel nostro Paese tale concezione stenta a decollare, opposta al consenso della definizione estetica, che nega un’esistenza reale al Paesaggio. Nell’analisi di Kierkegaard l’estetizzazione del Paesaggio equivale all’estetizzazione dell’esistenza, alla svendita al mondo demoniaco dell’immagine patinata, immediatamente consumabile.
Nel 1991 la rivista Airone faceva i primi passi nel campo del turismo sostenibile, pubblicando un “diario” minimo per un turismo responsabile. Erano inviti al rispetto della natura e delle culture incontrate, suggerimenti alternativi e critici. In questo decennio l’ecoturismo, da pratica elitaria, è divenuto patrimonio popolare a causa delle insospettate emozioni del turismo in natura, trasformandosi in strumento di conservazione.
Anche l’escalation del turismo sessuale ha scosso l’opinione pubblica, tanto da inaugurare un nuovo campo di applicazione psichiatrica che s’interroga sul patologico desiderio di trasgressione che ci coglie in vacanza.
Il modello turistico dominante colpisce per il suo autogoal: un turismo che non guarda al futuro, che brucia i luoghi che tocca, che distrugge le sue stesse condizioni d’essere, che non pone limiti alla propria crescita, che rende avulso dal contesto culturale su cui insiste, è il risultato di un fenomeno contemporaneo di inconsapevolezza sociale.
Definire un turismo sostenibile non vuol dire condannare il turismo di massa, ma valutare la capacità di carico delle destinazioni turistiche intese come ecosistemi naturali, culturali, antropologici ed equi. Il concetto di ecosostenibilità è diventato una moda, che a furia di essere ripetuto si è inflazionato prima di essere applicato.
La formula turismo sostenibile è dedotta dal concetto di sviluppo sostenibile, auspicato nel 1987 dalla commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo, nel rapporto Our Common Future, in cui il principio cardine di sostenibilità rimanda al significato delle risorse future. Non esiste un turismo verde, culturale, buono e sostenibile e per converso un turismo di massa cattivo. E’ sostenibile solo quel turismo che tiene conto del fatto che le risorse su cui poggia sono limitate. Troppo spesso, invece, ci si accontenta di chiamare sostenibile un turismo dalle mete “giuste” (parchi naturali, musei, città d’arte, ecc.), che invece poggia sugli stessi presupposti insostenibili del turismo di massa. Sostenibile non è un concetto “colto”; non deriva dalla qualità della visita e Firenze ne è l’esempio più significativo: a fronte di una fantastica quantità di opportunità turistico-culturali si deve registrare un’esiguità del consumo “colto” cittadino a beneficio quasi esclusivo del mercato di scala, indotto dall’immagine e dall’immaginario che questa città evoca in tutto il mondo. Risultato, nonostante alcune lodevoli iniziative da parte dell´amministrazione pubblica, il tessuto storico fiorentino è sottoposto a sollecitazioni ecologicamente incontrollabili, a squilibri energetici intollerabili, alla progressiva contrazione di spazi destinati alla vivibilità prossemica, all’incremento esponenziale dei costi di utilizzazione della città da parte del visitatore, come del cittadino, all’elevazione del potenziale gravitazionale geografico del centro urbano nei confronti dei fenomeni migratori regionali (già avviatisi negli anni Sessanta secondo una vettorialità montagna/valle e campagna/periferia cementificata), nazionali (da sud come da nord ) e internazionali.
Tale spostamento di paesaggi culturali e umani favorirebbe la società multietnica, con i suoi contributi socio-culturali e globalizzanti ma, ad uno sguardo suppletivo, i soli beneficiari del rimescolamento migratorio appaiono essere le iniziative, trite, dozzinali, massificanti appunto, che abilmente sfruttano il messaggio storico e artistico di questa città, che si traduce in una presenza eccessiva, insostenibile, antiecologica, dissipativa e non entropica di attività che non rispettano e non preservano le risorse culturali, sociali e naturali degli individui che vivono e lavorano in questi spazi, tanto da offrire allo stesso turista un approccio riduttivo, stereotipo, enucleato, impermeabile al reale portato antropologico del luogo. I visitatori che scelgono Firenze (per tornare a quell’esempio) non riescono, nella maggior parte dei casi, a vivere un’esperienza di qualità e la comunità locale non beneficia di questo tipo di turismo né in termini di reddito, né in termini di qualità della vita.
Ad analogo depauperamento, intristimento e banalizzazione fruitoria sono attualmente assoggettate realtà di incomparabile bellezza della “nuova” Europa comunitaria e non, come le “liberate” città di Praga o San Pietroburgo o, per fare un esempio esotico, le fragili comunità vietnamite o malesiane.
Educare gli individui alla tutela, alla valorizzazione e alla fruizione diventa tanto più urgente se si pensa che, secondo una ricerca Censis, l’andamento delle spese delle famiglie destinate ai consumi culturali rimane ancorato ad un valore pari al 5-6 % dei consumi non alimentari: il più basso dell’Europa comunitaria. Tali segnali, dunque, suggeriscono il paradosso di una società inondata di cultura, ma che ne rimane impermeabile. La cultura tende ad essere considerata un costo improduttivo, un mero consumo, teso alla metabolizzazione dei prodotti secondo una logica superficiale, in una generica massificazione. La soddisfazione dei bisogni culturali primari è demandata alla scuola ma, oltre tale ambito di dovere supino e passivo, la cultura resta un bisogno privato, soggettivo, voluttuario, elitario.
Oggi assistiamo, forse, ad una maggiore consapevolezza da parte del consumatore dei processi di produzione dei pacchetti viaggio sulla destinazione ultima dei flussi di denaro che essi generano. Di fronte a tale viraggio culturale è chiaro che l’industria del turismo di massa voglia corteggiare i turisti ecosostenibili: assistiamo cioè a ciò che gli inglesi definiscono Green Washing, mediante il quale i grandi Tour Operator cuciono il termine sostenibiltà sui propri viaggi, dandosi una mano di verde, per guadagnare, con i medesimi tradizionali prodotti, nuove fette di mercato.
I modelli d’intervento che nel corso degli anni sono stati adottati per colmare il divario nello sviluppo economico e turistico tra Nord e Sud del mondo, tra Nord e Sud d’Italia, hanno sortito effetti controproducenti, non avendo tenuto conto della sostenibilità degli interventi. Fino agli anni Settanta si è tentato di sviluppare il Mezzogiorno mediante piani d’industrializzazione subitamente e miseramente falliti, mentre la pressione turistica locale ha creato uno sviluppo casuale, disorganico, scoordinato economicamente. Gli insediamenti industriali e petroliferi in corrispondenza di aree a forte vocazione turistica ne hanno compromesso l’appetibilità turistica e la vivibilità generale. La speculazione edilizia ha deturpato, se non cancellato, il paesaggio ed i modelli di sviluppo abitativo hanno fatto ricorso a paradigmi ricettivi poco commerciabili o addirittura dannosi come le seconde case. Il sistema dei trasporti ha giocato il suo ruolo con i binari ferroviari a lambire le immacolate spiagge della Calabria e della Sicilia. Si è così puntato esclusivamente su pochi poli tradizionalmente venduti come immagine (Capri, Taormina, Costa Smeralda, ecc.), senza dare adeguato rilievo ai centri minori. Questo modello di sviluppo ha toccato solo in parte le grandi realtà metropolitane, ha sfiorato alcuni insediamenti archeologici importanti, lambito appena i parchi naturali, ha disatteso del tutto il territorio interno e rurale, denso di piccoli e grandi tesori artistici ed ambientali quasi del tutto sconosciuti. E tutto ciò senza che le località circostanti potessero indirettamente godere degli effetti indotti dal flusso dei visitatori.
Per inciso, nel Mezzogiorno d’Italia esiste un notevole numero di miniere e d’impianti industriali dismessi (carbone e rame in Sicilia, d’epoca preistorica in Puglia e in Sardegna). Ovunque rimangono testimonianze di archeologia mineraria e industriale, un patrimonio edilizio di enorme interesse architettonico, ma spesso abbandonato, vandalizzato ed in rovina. Per tamponare tale disastro sarebbero auspicabili interventi che riuscissero a promuovere l’istituzione di ecomusei, a recuperare le strutture architettoniche, a valorizzare le esperienze comunque esistenti diffusamente sul territorio, anche con l’ausilio dei risultati degli interventi realizzati in altri paesi Europei, avendo però cura di adattarli alla particolare realtà dell’Italia meridionale.
I modelli di sviluppo turistico del Mezzogiorno, dunque, devono essere abbracciati dalla teoria dello sviluppo sostenibile nell’ottica del lungo periodo, consentendo così di realizzare sistemi profittevoli a basso impatto, che potranno essere fruiti anche dalle generazioni future, ovvero caratterizzati da:
• Sostenibilità ambientale: rispetto e preservazione del rapporto natura/cultura.
• Sostenibilità tecnica: rispetto della soglia di capacità di carico e del tasso di riproducibilità biologica.
• Sostenibilità socioculturale: rispetto, difesa e valorizzazione delle specificità locali; preservazione dell’identità socioculturale; coinvolgimento della comunità autoctona.
• Sostenibilità economica: restauro, recupero e riconversione dell’esistente.
La cultura non è una merce e il turismo sostenibile rischia di venir scippato da Tour Operator eco-furbi. Ecco allora che, dopo anni di esperienze continentali, anche in Italia assistiamo al consolidamento dei principi identificativi del turista sostenibile: la neonata Associazione Italiana Turismo Responsabile analizza le tre fasi di un ideale viaggio intrapreso da un eco-turista, che noi in questa sede possiamo così riassumere:
• chiediti perché viaggi: è importante saperlo;
• studia la storia e la cultura del paese di destinazione, ragionevolmente prima di partire;
• fatti spiegare dal tuo agente di viaggio il perché di quella scelta all’interno del pacchetto offerto;
• chiedi quale percentuale del costo va alle comunità ospitanti;
• metti in valigia lo spirito di adattamento;
• lascia a casa le certezze;
• rispetta persone, ambiente e cultura locale;
• non chiedere privilegi o servizi che causino impatto negativo;
• se possibile, arrangiati con la lingua locale senza imporre la tua;
• non ostentare ricchezza;
• chiedi sempre il permesso di effettuare riprese video o foto;
• non cercare l’esotico, cerca l’autentico;
• non accontentarti di “ vedere” ed instaura rapporti umani;
• coltiva le relazioni una volta rientrato;
• mantieni le promesse fatte in viaggio.
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