Non che cos’è la pigrizia, ma come ci si pone
Vorrei, qui, inquadrarli non sotto parametri psicologici o fisiologici bensì analizzarli sotto un profilo fenomenologico. La domanda, allora, alla quale dovremo rispondere non sarà: cosa è la pigrizia ma come essa a noi si pone. Seguirò in questo breve cammino soprattutto le analisi di un pensatore contemporaneo di origine ebraica (Emmanuel Levinas) che suscitò la mia curiosità per l’ originalità con cui descrisse, tra le altre cose, l’oggetto da noi messo a tema. Di solito, infatti, la pigrizia viene descritta come una mancanza, un bisogno o, comunque, come una lacuna da dover colmare. Levinas, al contrario, cerca di dimostrare come tale categoria corrisponda alla manifestazione di una pienezza, di un peso, di un eccesso d’ essere. La fatica e la pigrizia, cioè, sono analizzate come un atteggiamento di evasione e di rigetto nei confronti dell’essere puro.
La lassitudine riguarda la vita stessa
In queste due categorie «c’è una lassitudine verso tutto e tutti, ma soprattutto verso se stessi. Ma allora ciò che ci stanca non è un particolare aspetto della nostra vita (…), la lassitudine riguarda la vita stessa. Invece di dimenticarsi nell’essenziale leggerezza del sorriso, (…) fluttua nella sua stessa pienezza (…), nella situazione della lassitudine l’esistenza è simile al richiamo di un impegno ad esistere, con tutta la serietà e durezza di un contratto irrescindibile».
La pigrizia è un’impossibilità di cominciare
Ma cos’è, della fatica, che ci interessa; o meglio ancora, quale aspetto di questo fenomeno è a stretto contatto con l’irresistibile pesantezza dell’essere? Ad una riflessione attenta sembra che la pigrizia riguardi un “atteggiamento nei confronti dell’atto”; come il rifiuto di cominciare qualsiasi azione che ci vede legati ad essa e che, a differenza del gioco, non può essere interrotta. Essa «si situa tra il preciso dovere di alzarsi e il momento in cui il piede si posa sullo scendiletto. E tuttavia non consiste nell’impossibilità materiale, dovuta alla perdita delle nostre forze, di compiere un atto, nella coscienza di questa impossibilità. (…) E’ vero che in un certo senso è un’avversione per lo sforzo; (…) ma la pigrizia non è paura del dolore. Essa è fondamentalmente legata al cominciamento dell’atto: scomodarsi, alzarsi. (…) La pigrizia non si pone di fronte al cominciamento come se l’esistenza vi accedesse immediatamente, ma come se lo pre-vivesse in una inibizione, (…) è un impossibilità di cominciare o, se si preferisce, il compiersi del cominciamento».
Il fascino del poltrire
In questa incalzante fenomenologia della pigrizia abbiamo scorto quella che può apparire come il fascino del poltrire al letto; fascino che ci attanaglia proprio perché sembra nasconderci dall’“ingombro dell’eccessiva pienezza d’essere”.
Sembra quasi che la posizione fetale, assunta durante il nostro riposo, crei uno spazio tra noi e lo sforzo della vita che dobbiamo costantemente assumere; sembra anche che la presenza delle lenzuola, oltre a proteggerci dal freddo, creino una sottile ma resistente barriera di fronte all’impossibilità di sfuggire all’essere; barriera che una volta scostata ci proietta ineluttabilmente di fronte al bisogno di “correre fino in fondo l’avventura dell’essere”.
Non è pace: il peso insopportabile della veglia
Ma questo stato di riparo che troviamo tra le lenzuola del nostro giaciglio può essere descritto come uno stato di pace?
Al contrario. Vi è, infatti, una sorta di irrefrenabile esitazione che ci porterà a non rivestirci della nostra, sempre troppo pesante, esistenza; sembra quasi che, insieme ai nostri abiti da lavoro, indossiamo anche la nostra esistenza. La pigrizia, allora, non ha nulla a che vedere con la pace e il ristoro creati dal sonno; in quest’ultima condizione si crea la pace del ristoro, nel poltrire per pigrizia l’insopportabile peso della veglia.
La seconda causa: il timore dell’inconsueto
Abbiamo visto, quindi, che il fenomeno della pigrizia, inteso come incapacità di trascinare un peso, è una delle categorie con cui cerchiamo di uscire dall’essere. Ma, a nostro avviso, vi è un’ulteriore condizione che porta al sorgere di questo fenomeno; si tratta cioè di scoprire, ora, qual è la concausa della nascita di questo poltrire. L’inassumibile presenza dell’essere non basta, infatti perché la pigrizia ci assalga.
Un nostro progetto chiaro e puntuale dei compiti da affrontare durante la giornata smorza il peso dell’essere che abbiamo finora analizzato. Ed allora, l’ulteriore categoria da noi richiesta va ricercata «nel timore per l’inconsueto, per l’avventura e per le sue incognite». Non è solo, infatti, l’impresa dell’esistenza che ci consiglia di rimanere nel nostro giaciglio d’ozio, ma anche l’incognita del suo svolgimento e della sua esecuzione in tutto l’arco della giornata. Per assurdo, quindi, se potessimo conoscere, prima del nostro sforzo esistenziale, le metodiche della nostra giornata, non avremmo di che temere e cominceremmo senza particolari inibizioni o paure il nostro cammino, giornalmente interrotto dal sonno, verso il futuro. «Nella sua pienezza concreta la pigrizia è un’astensione dal futuro. (…) Forse, essa annuncia che il futuro, un istante vergine, è impossibile per un soggetto solo».
La fatica: quando il si deve fare diventa un si deve essere
Un’ulteriore manifestazione dell’ingombro dell’essere è rintracciato da Lévinas nel fenomeno della fatica, cioè «quando al fondo del “si deve fare” abbiamo scorto un “si deve essere”».
Anche con questo secondo fenomeno cercheremo di rintracciare un modo in cui l’essere si fa sentire in tutta la sua pesantezza, ed ancora una volta quest’atteggiamento dovrà interessare le analisi filosofiche e non quelle psicologiche o biologiche. «La fatica, anche e soprattutto quella che, alla leggera, chiamiamo fatica fisica, si manifesta dapprima con un irrigidimento, un modo di rannicchiarsi. Mentre viene considerata come spossatezza o come intossicazione muscolare dallo psicologo e dal fisiologo, s’impone a tutt’altro titolo all’attenzione del filosofo. E’ dovere di quest’ultimo porsi nell’istante della fatica e scoprirne l’evento».
Anche qui, come in precedenza, nostro compito sarà quello di scoprire insieme la comune origine dei suddetti fenomeni. Che cos’è quindi, la fatica? Per quale motivo sentiamo fatica?
Essa è «una impossibilità di seguire, una sfasatura costante e crescente dell’essere rispetto a ciò cui resta attaccato; (…) Questa sfasatura dell’essere rispetto a se stesso, che per noi è la caratteristica principale della fatica, costituisce l’avvento della coscienza, cioè di un potere di sospendere l’essere attraverso il sonno e l’incoscienza».
Pigrizia e futuro, fatica e presente
Abbiamo visto, soffermandoci sul fenomeno della pigrizia, che la categoria temporale, interessante questo stato, era rappresentata dal tempo futuro. Era, cioè, il prefigurarci certi avvenimenti, contestualizzati in un futuro e, soprattutto, la loro inconsueta e incognita avventura che caratterizzava la pigrizia. Ma, ora, dovremmo chiederci se anche nel fenomeno della fatica è il futuro ad interessarci. A dire il vero, nel compiere uno sforzo, allontaniamo il più possibile da noi qualsiasi immaginazione futura e, tanto meno, il passato può interessare lo sforzo che stiamo compiendo. A differenza della pigrizia, infatti, non è l’immaginazione di un atto che ci fa paura, ma l’atto stesso. La fatica ci colpisce, quindi, proprio nel momento in cui la compiamo; è, allora, il presente ad interessare quest’ultimo fenomeno. «Agire, significa assumere un presente. (…) Nel brusio anonimo dell’esistenza, il presente è l’apparizione di un soggetto alle prese con questa esistenza, che è in relazione con essa e che l’assume. L’atto è quest’assunzione. Perciò l’atto è essenzialmente assoggettamento e servitù. (…) Lo sforzo, quindi, condanna proprio perché assume l’istante come un presente inevitabile. E’ l’impossibilità di liberarsi da quell’eternità su cui si apre». Ma di cosa ci si affatica? Ancora una volta, anche nel fenomeno della fatica, ”affaticarsi significa affaticarsi d’essere”.
Domande frequenti
Che cosa distingue uno sguardo fenomenologico sulla pigrizia?
La domanda a cui si risponde non è che cos’è la pigrizia, ma come essa a noi si pone. Non si tratta quindi di parametri psicologici o fisiologici, ma di descrivere il fenomeno così come si manifesta: da qui la tesi di Levinas, per cui la pigrizia non è una lacuna da colmare ma la manifestazione di una pienezza, di un peso, di un eccesso d’essere.
Perché per Levinas la pigrizia non è pigrizia nel senso comune?
Perché non è avversione al dolore né impossibilità materiale di compiere un atto per perdita delle forze. È fondamentalmente legata al cominciamento dell’atto, allo scomodarsi e all’alzarsi: si situa fra il preciso dovere di alzarsi e il momento in cui il piede si posa sullo scendiletto. È un’impossibilità di cominciare, un pre-vivere il cominciamento in una inibizione.
Che differenza c’è fra il poltrire per pigrizia e il sonno?
Nessuna somiglianza, secondo l’analisi proposta: nel sonno si crea la pace del ristoro, nel poltrire per pigrizia c’è invece l’insopportabile peso della veglia. Le lenzuola e la posizione fetale creano una barriera fra noi e lo sforzo dell’esistenza, ma non producono pace: producono un’esitazione a rivestirsi della propria esistenza insieme agli abiti.
L’eccesso d’essere basta a spiegare la pigrizia?
No: un progetto chiaro e puntuale dei compiti da affrontare durante la giornata smorza il peso dell’essere. Serve una seconda condizione, il timore per l’inconsueto, per l’avventura e per le sue incognite. Come scrive Levinas, nella sua pienezza concreta la pigrizia è un’astensione dal futuro, e forse annuncia che il futuro, un istante vergine, è impossibile per un soggetto solo.
Perché la fatica riguarda il presente e non il futuro?
Perché nel compiere uno sforzo allontaniamo da noi ogni immaginazione futura, e il passato non interessa. A differenza della pigrizia non è l’immaginazione di un atto a far paura, ma l’atto stesso: la fatica colpisce nel momento in cui la si compie. Agire significa assumere un presente, e per questo l’atto è essenzialmente assoggettamento e servitù.
Lascia un commento