Dalla vita come necessità alla qualità della vita
Non è possibile, in un breve scritto, una rivisitazione esaustiva della questione della vita e della morte secondo uno dei più grandi filosofi contemporanei. Eppure la questione va considerata soprattutto oggi, quando, nella storia occidentale, parliamo di qualità della vita. Un tempo si diceva che il bisogno primario di ogni essere umano fosse il soddisfacimento di alcune esigenze senza le quali sarebbe stato impossibile rimanere in vita. Oggi la domanda è più raffinata: oltre al rimanere in vita, inteso come diritto inalienabile, come si deve garantire che ci si rimanga? Dalla vita come necessità biologica e culturale siamo passati alla sua considerazione qualitativa, come ulteriore necessità esistenziale.
In questo contesto è utile ragionare sui concetti di sopravvivenza e di “vivenza”. La differenza consiste essenzialmente nelle ore di futuro che ogni essere umano possiede: chi sopravvive non ha un progetto di vita oltre le 24 ore, mentre chi vive ritiene di poter progettare la propria esistenza e quella dei propri figli ben oltre. Questa differenza determina una qualità di vita decisamente diversa, e da qui l’importanza dell’idea di vita e di morte che una cultura sviluppa.
La presenza della morte nella vita
Epicuro raccomandava di ricordare che la morte non esiste: finché siamo vivi, la morte è tenuta lontana, e quando sopraggiungerà noi non ci saremo più. Eppure, seguendo lo stesso ragionamento, come scrive Spaemann, “la presenza della morte nella vita rende possibile l’esperienza del senso della vita stessa”. L’anticipazione mentale della morte rende possibile assumere la vita come un tutto: la vita, in questa accezione, si pone come un atto personale, così come il morire.
Gli uomini, osserva il filosofo, possiedono la propria vita in quanto l’accolgono, senza averla richiesta: essere è per loro qualcosa che accade, ma in un modo che devono realizzare. Vivere nel tempo non ha solo il carattere del dover fare, ma è già sempre anche un morire, nel senso del dover dare. Nel morire, ogni essere umano consegna la propria vita presente e passata, ora posseduta solo nel ricordo di chi sopravvive, che si trasforma gradualmente nel ricordo collettivo di una comunità. Nella caducità dell’esistenza, l’azione del “dare” è l’unica formula attraverso cui possiamo dichiarare di possedere qualcosa, e il morire è, in questa ottica, l’actus humanus per eccellenza. L’anticipazione del morire, la consapevolezza che perderemo tutto, può strutturare le nostre azioni con lo scopo di rendere personale l’esistenza di ogni individuo.
L'”abolizione dell’uomo”
L’indagine di Spaemann si basa sulla nozione di “vita”. Riprendendo il “vivere viventibus esse” di Aristotele, precisa come l’essere sia un derivato della vita, che implica insieme la capacità di riflettere su di essa e quindi una forma di alienazione da se stessi. Il problema più difficile per l’uomo del terzo millennio è ciò che Spaemann definisce “l’abolizione dell’uomo”: la sua spersonalizzazione, a vantaggio di un’assimilazione a “grande macchina”. Da Cartesio in poi si è perso il senso di vita, perché si è creduto che potesse rappresentare sia il vissuto soggettivo sia il processo materiale dello sviluppo somatico, sviluppando la tendenza a spiegare il vissuto come pura funzione di processi concreti. Per Spaemann, invece, il concetto di “persona”, come quello di “vita” che ognuno percepisce, comprende la relazione emotivo-cognitiva che si stabilisce nel rapporto con gli altri.
Bisogni, desideri e ansia della produttività
Il soddisfacimento dei bisogni primari caratterizza il primo stadio evolutivo di ogni gruppo sociale. Ma, come è stato osservato, i bisogni hanno una possibilità di saturazione, i desideri no: anzi, anche quando cresce la disponibilità di beni, aumenta il cosiddetto “coefficiente di insoddisfazione”, perché i desideri soddisfatti generano altri desideri. Le società contemporanee, orientate al consumo, rivelano una forte attitudine al massimo sfruttamento con il minimo sforzo. Se nelle società antiche i ricchi si dedicavano ad attività non prettamente consumistiche, come le lettere, le arti o l’equitazione, oggi anche le persone ricche restano legate a dinamiche consumistiche e, non riuscendo a soddisfare il desiderio sul piano economico, si dedicano al miglioramento della qualità della vita, che assume però connotazioni contraddittorie.
Emerge l’idea di una dimensione personalistica del valore, e sembra oggi lecito distinguere il bisogno dell’avere, dell’amare e dell’essere anche al di fuori delle relazioni sociali. Ci muoviamo verso un individuo individualizzato persino nella formazione dei propri riferimenti valoriali. Il sistema economico globalizzato impone ai giovani una lunga fase di apprendistato e all’adulto il massimo delle energie in un arco lavorativo sempre più ampio, spingendo a considerare l’allungamento della vita in relazione alla sua qualità, utile al consumismo. Anche l’anziano deve ora essere considerato tanto produttore quanto consumatore. In questa dinamica, l’offuscamento dell’essere e della trascendenza nega il respiro alla contemplazione, intesa come capacità interiore di incontrare un proprio Essere Supremo: si tende a perdere il significato della ricerca trascendente, sia essa religiosa o scientifica, con una continua perdita di quell’obiettività e trascendenza insita in una norma etica, giudicata “non consumabile” ma “osservabile”. La posizione di Spaemann si inserisce qui: l’essere è dono, e solo recuperando questa idea è possibile, secondo il filosofo, allontanarci dall’ansia della produttività.
Domande frequenti
Che differenza c’è tra “sopravvivenza” e “vivenza”?
La differenza sta nell’orizzonte temporale: chi sopravvive non ha un progetto di vita oltre le 24 ore, chi vive progetta la propria esistenza e quella dei figli ben oltre. Non è solo una questione di tempo, ma di qualità della vita e di senso.
Perché, secondo Spaemann, la morte dà senso alla vita?
Perché l’anticipazione mentale della morte permette di assumere la vita come un tutto. Sapere che perderemo tutto rende la vita un atto personale e struttura le nostre azioni, dando all’esistenza un carattere autentico e non scontato.
Cosa intende Spaemann per “abolizione dell’uomo”?
La spersonalizzazione dell’essere umano, ridotto a “grande macchina”. Da Cartesio in poi si sarebbe perso il senso della vita, spiegando il vissuto come pura funzione di processi materiali, mentre per Spaemann la persona comprende sempre la relazione emotivo-cognitiva con gli altri.
Cosa significa “l’essere è dono”?
Significa che la vita non è qualcosa che ci procuriamo, ma che accogliamo senza averla richiesta. Recuperare questa idea, secondo Spaemann, permette di liberarsi dall’ansia della produttività e riscoprire la dimensione personale e trascendente dell’esistenza.
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