Psicologia Sociale e del Comportamento

Esiste il figlio prediletto?

Quasi tutti i genitori negano di avere preferenze, e quasi tutti i figli sospettano il contrario. La ricerca dice che hanno ragione entrambi, e che ciò che conta non è la preferenza in sé. Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione professionale. Il trattamento differenziale esiste La domanda va riformulata, e su questo il testo originale […]

Esiste il figlio prediletto?
Quasi tutti i genitori negano di avere preferenze, e quasi tutti i figli sospettano il contrario. La ricerca dice che hanno ragione entrambi, e che ciò che conta non è la preferenza in sé.
Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione professionale.

Il trattamento differenziale esiste

La domanda va riformulata, e su questo il testo originale ha ragione: non «esiste un figlio preferito», ma i genitori trattano i figli in modo diverso?

La risposta della ricerca è affermativa e piuttosto netta: il trattamento differenziale è la norma, non l’eccezione. Studi che hanno interrogato genitori di più figli riportano che una quota consistente ammette una preferenza, e la percentuale sale quando si garantisce l’anonimato.

Va aggiunto che il fenomeno è in parte inevitabile: i figli hanno temperamenti, età ed esigenze diverse, e rispondere allo stesso modo a persone diverse non è trattamento equo, è indifferenza alle loro caratteristiche.

La distinzione utile è dunque fra differenziazione giustificata (adattarsi ai bisogni di ciascuno) e differenziazione arbitraria, percepita come favoritismo.

Cosa incide sugli esiti

Qui la ricerca offre il risultato più utile.

Ciò che si associa a esiti peggiori non è il trattamento differenziale in sé, ma la sua percezione come ingiusto. Quando i figli comprendono le ragioni della differenza (l’età, una difficoltà specifica, un bisogno temporaneo) gli effetti negativi si riducono nettamente.

Il trattamento differenziale percepito come iniquo è associato a maggiore conflittualità fra fratelli, peggiore qualità della relazione con i genitori e, in alcuni studi, a sintomi depressivi e problemi comportamentali.

Un dato interessante riguarda i fratelli favoriti: anche loro riportano costi, in termini di conflitto con i fratelli, senso di colpa e pressione a corrispondere alle aspettative. Il vantaggio non è privo di prezzo.

Va segnalato inoltre che genitori e figli non concordano nel valutare quanto trattamento differenziale ci sia: i genitori tendono a sottostimarlo. È un dato utile perché rende la negazione poco informativa.

Cosa lo produce

Alcuni fattori sono documentati.

  • La somiglianza percepita: si tende a sentirsi più in sintonia con il figlio che si assomiglia per temperamento o interessi.
  • La facilità della relazione: un figlio con temperamento più regolabile genera meno attrito, e questo si traduce in interazioni più positive.
  • L’ordine di nascita e l’età, che modificano le richieste rivolte a ciascuno.
  • La presenza di una difficoltà (malattia, disturbo dell’apprendimento, disabilità) che concentra attenzione e risorse.
  • Il momento della vita familiare: stress, difficoltà economiche o conflitti di coppia aumentano la differenziazione arbitraria.

Va sottolineato un punto che riduce la colpa: il trattamento differenziale è in parte una risposta alle caratteristiche del figlio, non solo una scelta del genitore. Gli studi che hanno seguito le famiglie nel tempo mostrano che le due direzioni si influenzano a vicenda.

Cosa aiuta

Le indicazioni pratiche sono poche e coerenti.

Nominare le differenze anziché negarle: i figli le percepiscono comunque, e la negazione produce sfiducia. Spiegare la ragione di una differenza riduce l’effetto negativo più del pretendere di non farne.

Distinguere equità da uguaglianza: dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno non è la stessa cosa che dare a tutti la stessa cosa, e i bambini comprendono questa distinzione prima di quanto si pensi.

Garantire a ciascuno un tempo esclusivo, anche breve e regolare: è la misura più concretamente associata alla percezione di essere visti.

Evitare i confronti espliciti fra fratelli, che sono associati a maggiore rivalità indipendentemente dalla direzione in cui vengono formulati.

E riconoscere, per chi è cresciuto sentendosi meno favorito, che quella percezione è reale e frequente: non è un’invenzione, ed è uno dei temi che più spesso compaiono nei percorsi psicologici in età adulta.

Domande frequenti

I genitori hanno davvero un figlio preferito?

Il trattamento differenziale e la norma, non l’eccezione, e una quota consistente di genitori ammette una preferenza quando l’anonimato e garantito.

E sempre dannoso?

No: cio che incide sugli esiti e la percezione di ingiustizia. Quando i figli comprendono le ragioni della differenza, gli effetti negativi si riducono nettamente.

Il figlio favorito sta meglio?

Non del tutto: riporta costi in termini di conflitto con i fratelli, senso di colpa e pressione a corrispondere alle aspettative.

Cosa possono fare i genitori?

Nominare le differenze anziche negarle, distinguere equita da uguaglianza, garantire a ciascuno un tempo esclusivo ed evitare confronti espliciti fra fratelli.

Il trattamento differenziale fra figli e la norma, in parte inevitabile e in parte una risposta alle loro caratteristiche. Cio che incide sugli esiti non e la differenza ma la percezione di ingiustizia: spiegarne le ragioni riduce nettamente il danno. Anche il figlio favorito paga un costo, e genitori e figli non concordano su quanta differenziazione ci sia. Cio che aiuta e nominarla, distinguere equita da uguaglianza e garantire a ciascuno tempo esclusivo.
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