Psicoterapia e Psicoanalisi

Einstein non Era Autistico

Einstein era autistico? Molti lo hanno sostenuto, leggendo le sue “stranezze” come segni della sindrome di Asperger. Questo saggio confuta l’ipotesi: proprio la sua ricerca dell’unità, il suo essere “nemico della dualità”, lo colloca all’opposto del funzionamento autistico. Ma l’analisi va oltre, e propone per il grande scienziato una diversa lettura, quella di una “sindrome […]

Psicolab — Einstein non Era Autistico
Einstein era autistico? Molti lo hanno sostenuto, leggendo le sue “stranezze” come segni della sindrome di Asperger. Questo saggio confuta l’ipotesi: proprio la sua ricerca dell’unità, il suo essere “nemico della dualità”, lo colloca all’opposto del funzionamento autistico. Ma l’analisi va oltre, e propone per il grande scienziato una diversa lettura, quella di una “sindrome da iperdimensionamento razionale”, in cui la superiorità della ragione soffoca la vita affettiva. Un viaggio nei meccanismi della mente, tra emozione, affetto e cognizione.

Il “nemico della dualità”

Giovanni Papini, nel suo straordinario libro “Gog”, racconta un incontro immaginario con Albert Einstein che, per chiarire subito il nucleo del suo pensiero, dice: “per natura io sono nemico della dualità”. Proprio questa dichiarazione spiega perché lo scienziato non possa essere autistico: il suo scopo supremo, il suo modello mentale, è sopprimere le differenze, cercare l’unità nello spirito della scienza, nella vita e nell’arte, nell’amore, nella metafora poetica. Significa superare il dilemma esistenziale del bambino nella fase primitiva dello sviluppo.

In quello stadio è invece confinato l’autistico: nella sindrome di Kanner non possiede oggetti stabili, e quindi la realtà è sempre posta di fronte al precipizio, al terrore di dissolversi nel nulla; nella sindrome di Asperger non riesce più a scegliere e a unificare la realtà, perché gli opposti (bene e male, giusto e ingiusto, bello e brutto) invadono contemporaneamente gli oggetti, che perdono valore e vengono rifiutati. Quando Einstein conclude che spazio e tempo sono aspetti indissolubili di una sola realtà, ed enuncia la teoria del campo unitario, non proclama solo il suo non essere autistico, ma anche la sua creazione mentale: dare al mondo un senso e un significato che sono il vero paradigma del diventare uomo, che proprio nell’unità trova l’amore.

Nel colloquio, Einstein dice che le scienze, la natura e l’uomo possono essere tradotti in una sola formula: “qualcosa si muove”. Papini è sconcertato di fronte a una frase tanto semplice, che però per Einstein contiene il senso della vita, il Moto; come per San Giovanni era il Verbo e per Goethe l’Azione. Da Dio-Verbo, unità iniziale, nasce l’Uomo che scopre l’azione, il “fare”, ma questo acquista significato solo se posto al servizio dell’unità e dell’amore. Il bambino autistico kanneriano non può “fare”, cioè agire, creare, vivere, perché è limitato al gesto ripetitivo, alla coazione: deve “fare per non fare”. Solo con la terapia, acquisendo prerogative relazionali e sociali, comincerà a dare un calcio alla palla, primo passo verso il proprio Sé e verso l’uscita dall’autismo.

Le fantasie sul “genio nascosto”

Se sicuramente Einstein non era autistico nel senso della sindrome di Kanner, restano tuttavia congetture e tentennamenti. Ci sono molte madri che vedono nei loro bambini autistici quel “genio nascosto” che fa parte della loro fantasia primitiva, dalla quale non riescono a staccarsi. In questi casi c’è una negazione della realtà, tristissima e angosciante, che porta a progettare una “evoluzione dell’autismo” in una fantasticheria. Spesso l’autismo viene visto come un’esperienza di vita particolarissima e misteriosa, quasi da accettare per ciò che è. È interessante anche la posizione genitoriale secondo cui gli autistici possiederebbero un altro tipo di intelligenza, più vicina all’emozionale che alla logica intellettiva, e da questo punto di vista Einstein potrebbe essere catalogato come autistico, essendosi allontanato dalle pastoie della cultura per mettersi in sintonia con l’Universo.

Per non cedere sul fatto che Einstein fosse autistico, molti trovano nelle sue stranezze la giustificazione per definirlo tale, e così il grande scienziato diventa spesso un caso di sindrome di Asperger. Certo, era un soggetto molto particolare per l’attitudine a isolarsi nei suoi difficilissimi pensieri matematici, poteva essere definito “raro” e si sapeva che si lavava poco e aveva una presenza maleodorante; eppure riuscì a stabilire buone relazioni con la famiglia, con gli amici e con chi lo visitava costantemente. Non possiamo però considerare autistica una persona solo perché “troppo personalistica”.

Perché non era Asperger

In realtà Einstein non mostrava i segni caratteristici dell’autistico, nemmeno di quello Asperger: isolamento affettivo; sentimenti di opposizione verso i genitori, soprattutto il padre; svalorizzazione degli oggetti, delle persone, della cultura e del sapere; sensi di onnipotenza che portano a considerare inutile andare a scuola, perché “sanno già tutto” e possiedono un sapere istintivo tanto ampio da farsi fondamento di etica e morale. Questa visione fantastica di sé si basa non su un’intelligenza da coltivare, ma su una particolare furbizia innata e istintiva che permetterebbe di essere superiori ai più intelligenti. In questa caratteristica paranoica entrano anche sentimenti di superiorità legati alla bellezza, all’immunità dalle malattie, all’immortalità: non accettano di poter invecchiare.

Einstein pacifista e l’etica della scienza

Einstein, al contrario, molto impegnato intellettualmente, era pacifista, e non accettava che uno scienziato mettesse le proprie capacità al servizio della violenza e della distruzione. Insieme a Bertrand Russell organizzò un’associazione per la responsabilità sociale dell’uomo di scienza, che si proponeva di dare un nuovo impiego agli scienziati che lavoravano per produrre armi. Le esperienze etico-umanistiche di questi grandi pensatori hanno influito tanto sulla cultura scientifica che oggi molte università includono nei loro corsi lo studio degli aspetti etici delle professioni. È ormai pensiero comune che un professionista non possa limitarsi all’erudizione scientifica e tecnica, ma debba possedere anche una coscienza etica, centrata sui problemi della vita, dell’uguaglianza, della pace e della collaborazione.

In uno dei suoi scritti Einstein osservava che l’essere umano fa parte di una totalità limitata nello spazio e nel tempo, l’universo, ma per una sorta di illusione ottica della coscienza sperimenta se stesso, i propri pensieri e sentimenti come qualcosa di separato dal resto. Quell’illusione è una prigione che ci circoscrive ai desideri personali e all’affetto per chi ci è più vicino; il nostro compito è liberarci da quel carcere e ampliare il cerchio della compassione fino ad abbracciare tutte le creature viventi e l’intera natura, in tutto il suo splendore. Un brano importante, che evidenzia la cultura umanistica del grande scienziato, ma che stride in modo particolare con la sua vita affettiva.

La contraddizione affettiva

È significativa la dichiarazione secondo cui non esistono grandi sviluppi né vero progresso finché ci sono fanciulli infelici. Come si spiega, allora, che i suoi figli abbiano sofferto una grande mancanza nella relazione con il padre famoso? Nelle lettere al figlio Hans Albert si leggono solo temi matematici, mai familiari o affettivi: Einstein rimase sempre un estraneo per i figli. Il contatto con Eduard si interruppe per vent’anni a partire dalla scoperta del suo stato schizofrenico, tema su cui scrisse parole durissime. Dove si trovi la figlia Lieserl resta un mistero, e il padre non si interessò mai del suo benessere.

Peculiare è anche la storia con le figlie della seconda moglie Elsa. E la relazione con l’altro sesso va ricordata alla luce di una sua dichiarazione, per cui il comportamento etico dovrebbe basarsi sulla misericordia, l’educazione e le relazioni sociali, senza bisogno di una base religiosa. Principi che contrastano con il comportamento verso la prima moglie, Mileva Marić, alla quale, in una lettera, inviava le sue “regole”, trattandola poco più di una domestica:

  • i miei vestiti devono essere collocati in buon ordine;
  • ogni giorno devono essere servite, nel mio studio, tre bevande rinfrescanti;
  • le nostre relazioni si limiteranno agli obblighi sociali: non ci sono più relazioni personali tra noi;
  • non deve aspettarsi affetto da parte mia;
  • per ordinare la mia stanza o la mia scrivania devo essere ubbidito senza proteste e immediatamente.

Di fronte a queste righe ci si chiede se siamo davanti a un genio, a un ipocrita, a un fanatico o a un borderline. È lo spunto per affrontare un tema fondamentale: i meccanismi di funzionamento della mente.

Emozione, affetto, cognizione

L’organizzazione psico-mentale trae i suoi fondamenti dalle funzioni emotive, affettive e cognitive, che corrispondono a un’intelligenza rispettivamente emotiva, affettiva e razionale o simbolica. Ognuna risponde a una specifica struttura cerebrale: il lobo limbico, deputato all’attivazione emotiva, ha connessioni a doppia via con le strutture frontali, ma non con le altre aree corticali; le aree frontali e pre-frontali, che nell’uomo rappresentano il 60% del mantello, hanno connessioni complesse con tutte le altre aree. Come osservano alcuni autori, la questione relazionale è una categoria fondante dei processi psichici: il soggetto esiste, evolve, si conosce e può essere conosciuto solo in un contesto intersoggettivo. Un buon funzionamento psico-mentale richiede dunque la partecipazione di tre elementi: gli elementi emotivi, che danno energia e carica; le intenzioni affettive, che creano le significazioni relazionali; le logiche cognitivo-razionalistiche, che danno significato simbolico all’insieme.

Quando le tre funzioni non interagiscono

Possiamo capire cosa accade quando le tre funzioni di base non interagiscono correttamente. Quando prevale nettamente l’attività emotiva, come nella sindrome dell’X-fragile, si ha un’incontinenza emotiva che scarica sul corpo e sulla psiche: l’emotività libera non può essere controllata e dilaga, generando incapacità di organizzare gli affetti e blocco delle funzioni superiori, fino a trasformarsi, nel periodo puberale, in insufficienza mentale grave. Quando prevale l’incapacità di strutturare gli affetti, come nella sindrome borderline, si hanno difficoltà nelle attività relazionali e sociali e una notevole debolezza dell’autostima, sostituita da sentimenti egocentrici fondati su una falsa onnipotenza infantile, che spingono all’isolamento, all’intolleranza e alla rottura dei legami.

Il terzo caso è quello in cui la razionalizzazione sovrasta completamente le altre funzioni. Vivendosi come “super-razionali”, questi soggetti sottovalutano gli elementi affettivi, sovrastati da un senso di giustizia, eticità e moralità che ne fa dei “giudici inflessibili”. La razionalità diventa una funzione vorace che annienta ogni altra capacità: l’affettività non riesce più a liberarsi da una lettura personalistica ed egocentrica, e la relazione è sottoposta a una legge inflessibile che non perdona all’altro la minima vacillazione. Si crea così un “mondo affettivo senza oggetti”, perché la razionalità genera una propria “affettività ideologica” in cui gli oggetti perdono valore. Sembra quasi di vedere Einstein stretto nel suo amore incondizionato per l’umanità e nell’incapacità di dare valore all’Altro, alla propria compagna, togliendole persino il diritto di partecipare ai successi che, come con la prima moglie, aveva contribuito a creare.

Il gigante razionale dai piedi d’argilla

L’inibizione delle funzioni affettive porta con sé una freddezza emotiva. La superiorità razionale reca in sé una sorta di “cancro”: si accompagna inevitabilmente al sentimento distruttivo di svalorizzare l’Altro, considerarlo inferiore, desiderarlo eliminabile. Se pensiamo a chi vedeva nella guerra il risultato del meccanismo di “mettere la colpa nell’altro”, o alla follia di voler creare la razza superiore uccidendo l’altra metà dell’umanità, capiamo quanto possa diventare violenta una razionalità delirante. Nella pratica clinica, la superiorità razionale si accompagna sempre a sentimenti abbandonici: l’Altro, considerato inferiore, viene anche vissuto come pericoloso perché può abbandonare o preferire qualcun altro. L’iper-razionalità crea nuovi affetti: minimizza l’amore per le persone, idealizzandolo nell’amore per l’umanità, ma genera un sentimento subdolo e distruttivo, fatto di invidia per chi gode del piacere di amare, odio verso chi può abbandonare, paura di essere ridicolizzato da un Altro superiore. Una paura leggibile come angoscia di castrazione, derivante dalla permanenza nell’inconscio di un Altro-Padre arcaico, violento e perverso. Sono questi affetti negativi a inibire le emozioni e a creare “super-uomini dagli occhi di ghiaccio”, incapaci di vedere nell’Altro un soggetto da amare e difendere.

Spesso, in questi casi psicopatologici, troviamo comportamenti emotivamente carichi e incontrollabili: vere crisi di rabbia e violenza con cui il soggetto aggredisce l’Altro anche per motivi futili. Si può sempre risalire a sensazioni abbandoniche o denigratorie che fungono da “grilletto”: il super-razionale non riesce a contenere le frustrazioni. La neurofisiologia lo spiega: il gigante razionale ha i piedi d’argilla, perché quando i sentimenti abbandonici attivano le emozioni negative, queste non possono essere controllate dalla razionalità, dato che la corteccia cerebrale non ha connessioni dirette con il lobo limbico.

Conclusioni: la sindrome da iperdimensionamento razionale

Nel confutare le dichiarazioni superficiali che vorrebbero ridurre un gigante del pensiero a un semplice soggetto autistico o Asperger, è emersa la comprensione di specifici meccanismi psico-mentali. Su questa base potremmo vedere in Einstein non un autistico, ma l’espressione di una “sindrome da iperdimensionamento razionale”. Ne deriva un insegnamento importante: genitori, docenti e tutti coloro che accompagnano lo sviluppo di un bambino devono curarsi anche degli aspetti psico-affettivi, e non solo di quelli cognitivi. Un gigante razionale può nascondere in sé un “nano affettivo”, pronto a complicare la vita e a creare pericoli: la storia è piena di giganti che hanno seviziato l’umanità quando hanno posto le proprie capacità non al servizio del prossimo, ma solo per glorificare le proprie idee.

Diversi casi clinici di giovani in cui predominava nettamente la parte razionale mostrano come le problematiche relazionali restino nascoste nell’inconscio, suscitando tensioni continue mitigate solo dall’impegno intellettuale. L’affettività idealizzata e spostata verso il mondo non libera dalla solitudine, ma genera posizioni rigide del tipo “se mi vogliono devono accettarmi come sono”, “io non chiedo nulla perché non ho bisogno di nulla”: il che fa pensare all’abitudine di Einstein di lavarsi poco e presentarsi trasandato. Nei disegni di questi pazienti si osserva una dicotomia mentale: la parte destra vuota, piena di luce, che simboleggia l’affettività idealizzata senza oggetti; la sinistra piena di ricordi e pensieri. Come se il soggetto iper-razionale svuotasse il proprio emisfero destro, deputato alle emozioni, per riempire quello sinistro, che così può dedicarsi senza interferenze allo studio e alla ricerca.

Questi soggetti difficilmente intraprendono una psicoterapia, trovando in sé molte giustificazioni razionali. Nei casi seguiti, il trattamento è iniziato per le difficoltà relazionali e per esplosioni di aggressività quasi ingiustificate, con buoni risultati nel ridurre l’impulsività e la tendenza a interrompere le relazioni affettive. Le parole di Einstein alla moglie, “non si aspetti da me qualche espressione d’affetto”, diventano paradigmatiche: il passaggio dall’azione all’ideazione equivale a perdere il senso del reale, che è piacere e corpo, per stabilire dei tabù. Il “corpo sessuale” si ritira nel “corpo sociale”, resistendo alle richieste naturali di moglie, figli e amici, che invocano invano una partecipazione che sarebbe crescita e libertà. Un modello che parla di affetti e valori oltre che di ragione, e che ci ricorda come un abbraccio allontani dall’ideale per avvicinarci al reale: è qui il senso della vita, ed è per questo che dobbiamo rifiutare l’affettività ideologica, non perché falsa, ma perché non è giusta.

Domande frequenti

Einstein era davvero autistico?

Secondo l’autore no: la sua ricerca dell’unità e il suo essere “nemico della dualità” sono l’opposto del funzionamento autistico, che resta bloccato nella frammentazione della realtà. Le sue “stranezze” non bastano a diagnosticare né la sindrome di Kanner né quella di Asperger.

Cos’è la “sindrome da iperdimensionamento razionale”?

È la lettura proposta per Einstein: una condizione in cui la razionalità sovrasta e soffoca le funzioni emotive e affettive, creando un “mondo affettivo senza oggetti”, un amore idealizzato per l’umanità unito all’incapacità di dare valore alle persone concrete.

Quali sono le tre funzioni di base della mente descritte?

Gli elementi emotivi, che danno energia e carica; le intenzioni affettive, che creano le significazioni relazionali; le logiche cognitivo-razionali, che danno significato simbolico. Un buon funzionamento psichico richiede l’equilibrio e l’integrazione di tutte e tre.

Qual è l’insegnamento educativo del saggio?

Che nello sviluppo di un bambino non vanno curati solo gli aspetti cognitivi, ma anche quelli affettivi ed emotivi. Un “gigante razionale” può nascondere un “nano affettivo”: trascurare la dimensione relazionale può generare sofferenza e pericoli, anche in menti brillanti.

Einstein non era autistico: la sua tensione all’unità lo colloca all’opposto della frammentazione autistica. Ma le contraddizioni della sua vita affettiva suggeriscono un’altra lettura, quella di una razionalità ipertrofica che soffoca emozioni e affetti. Il vero insegnamento è educativo: la genialità cognitiva non basta, perché una mente in cui la ragione annienta l’affettività può diventare fonte di solitudine e di distruttività. Coltivare, fin da bambini, la dimensione emotiva e relazionale è essenziale quanto quella intellettuale.
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