Dal “salotto delle muse” all’agorà
Tutto sta nel trasformare il museo da luogo chiuso e contemplativo in agorà, punto di aggregazione dei cittadini. È la riflessione con cui il museologo Fredi Drugman metteva in discussione una concezione ormai obsoleta, arroccata nell’illusione di un presente esteso e immobile. La realtà, al contrario, è un divenire: un futuro incombente, la sfida della postmodernità a cui deve sapersi adeguare anche chi offre il racconto del proprio passato.
Da questa riflessione nasce una museologia “nuova”, che propone, contro l’incalzare ininterrotto di innovazioni e mutamenti sociali, la conservazione della memoria di culture antropologiche in velocissima trasformazione. Non relitti, ma fondamento della nostra identità culturale: è così che si possono definire gli ecomusei, strumenti progressivi di conoscenza e di autoanalisi collettiva.
Che cos’è un ecomuseo
Il modello di ecomuseo è stato elaborato in Francia negli anni Sessanta, dove oggi se ne contano diverse centinaia, e si è poi diffuso in tutta Europa. Alla sua base c’è un’idea precisa: i paesaggi antropizzati, cioè plasmati dall’uomo, esprimono concretamente le culture che li hanno prodotti nel corso dei secoli. Il museo, in questa visione più moderna e aperta, diventa un oggetto comunicativo completo e complesso, che usa codici molteplici legati al vedere, al gustare, al capire.
Il prefisso “eco” racchiude proprio questo: l’ecomuseo pone il visitatore al centro di un intreccio tra uomo e ambiente, in cui il territorio emerge come luogo di vita vissuta, nicchia ecologica dell’uomo a confronto con la sua storia. Non un catalogo di oggetti, ma un sistema di percezioni, attività pratiche e immersioni in un passato che spiega il presente.
Un’esperienza ancora limitata in Italia
Nel nostro Paese l’ecomuseo resta un’esperienza limitata e poco valorizzata, salvo casi sporadici. Pesa una concezione ancora arretrata del museo stesso, per troppo tempo vissuto solo come punto finale della tutela dei beni culturali. Inoltre l’ecomuseo viene oscurato dal giganteggiare delle immense e celebri risorse artistiche di cui l’Italia può vantarsi, e considerato quasi un impercettibile bagliore su un passato rurale ritenuto di minore interesse. Ma proprio questo atteggiamento statico rischia di chiuderci in un “presente eterno”, che guarda con orgogliosa sicurezza solo a ciò che è affermato, diffidando delle sfide poste dalla globalizzazione e da nuovi bisogni.
Il turista postmoderno e il bisogno di autenticità
Il consumatore, o il turista, postmoderno si accontenta sempre meno di una fruizione di massa. Cerca piuttosto il contatto concreto e fisico con realtà minori, di vita quotidiana, da cui ricavare non solo belle fotografie, ma esperienze forti capaci di solcare la memoria. È a questo visitatore che l’ecomuseo può rivolgersi con una proposta allettante: l’acquisizione temporanea dei tratti di una cultura, scoperta vivendola, nel profumo, nel sapore e nel fare del territorio che ospita.
Dietro questo desiderio c’è la ricerca di un freno al minaccioso livellamento culturale: la dimostrazione che, oltre ai tanti non-valori della società odierna, si può ancora trovare nelle radici storiche di un popolo e nel suo rapporto simbiotico con l’ambiente una realtà ricca di senso. È una riconciliazione con la natura e, in fondo, con se stessi. Questo bisogno è particolarmente diffuso tra le popolazioni del centro-nord Europa, spesso più sensibili di noi verso queste realtà minori ma più appaganti: un target che già da tempo si muove su percorsi paralleli a quelli del turismo classico.
Identità aperta, non chiusura
Per rispondere a questi bisogni occorre liberarsi dalla mentalità che concepisce il museo come qualcosa che “congela” un oggetto del passato in una teca. È un’idea superata per qualsiasi museo demologico, e a maggior ragione per un ecomuseo, caratterizzato proprio dalle relazioni con l’ambiente e con le piccole società locali. L’ecomuseo svela senza clamore, con orgogliosa modestia, elementi del passato che diventano radici delle identità locali, capaci di aprire vie di autonomia e innovazione, senza però disperdere l’accumulo prodotto dalle storie precedenti.
In questo concetto di identità non c’è il rischio della chiusura nei propri confini: si tratta di un’identità che, fortificata, genera orgoglio e insieme desiderio di apertura, di dialogo e di confronto, nella prospettiva di una crescita. L’ecomuseo, insomma, dovrebbe generare interesse e piacere sia per chi accoglie, mostrandosi attraverso il proprio passato, sia per chi viene accolto.
Interattività ed educazione
Perché ciò accada, il visitatore deve essere coinvolto. È fondamentale puntare sull’interattività, che rende il museo non più statico ma dinamico, capace di prendere forma tra le mani di chi lo visita, come se lo si calasse in un passato che riprende vita. Fermarsi alla semplice comunicazione visiva, affidata all’esposizione, condanna il visitatore alla passività e, non trovandosi davanti a un capolavoro d’arte celebre, anche al disinteresse. Non serve la logica espositiva dei grandi musei d’arte, ma una logica percettiva che soddisfi, come suggeriva l’antropologo Alberto Mario Cirese, il bisogno del visitatore di “manipolare, sperimentare, usare l’oggetto”.
Tra gli scopi principali dell’ecomuseo c’è quello educativo: sensibilizzare, con la conoscenza e l’esperienza, i ragazzi delle scuole a una cultura nata dalla dura convivenza con elementi primordiali come l’acqua, il fuoco, il freddo e il vento, per secoli minaccia e insieme risorsa. Non a caso, in Italia, la maggior parte degli ecomusei trova nella didattica la propria utenza più numerosa: le scuole arrivano spesso a coprire una quota altissima delle presenze annue. È una risorsa preziosa, perché offre ai ragazzi un approccio concreto e coinvolgente a una dimensione storica che possono ancora sentire viva.
Domande frequenti
Cos’è un ecomuseo?
È un museo diffuso che valorizza il legame tra una comunità, il suo territorio e la sua storia. Nato in Francia negli anni Sessanta, non espone oggetti in teche ma fa vivere le culture antropologiche di un luogo: paesaggi, mestieri, tradizioni e rapporto con l’ambiente.
In cosa si differenzia da un museo tradizionale?
Il museo tradizionale tende a “congelare” oggetti del passato in una logica espositiva; l’ecomuseo punta invece su interattività ed esperienza. Il visitatore non osserva passivamente, ma manipola, sperimenta e si immerge in un contesto vivo di relazioni tra uomo e ambiente.
Perché in Italia gli ecomusei sono poco diffusi?
Perché sono oscurati dalle grandi e celebri risorse artistiche del Paese e da una concezione arretrata del museo. Il passato rurale è spesso ritenuto di minore interesse, così l’ecomuseo resta un’esperienza limitata, valorizzata soprattutto in ambito didattico.
A chi si rivolge principalmente l’ecomuseo?
Al turista postmoderno in cerca di autenticità e di esperienze forti, particolarmente diffuso nel centro-nord Europa, e alle scuole. La didattica, in Italia, rappresenta l’utenza più numerosa, offrendo ai ragazzi un contatto concreto con la storia e le radici del territorio.
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