Non sempre demenza: bradifrenia e disturbi cognitivi nella malattia di Parkinson
La malattia di Parkinson presenta spesso un’associazione con quadri di demenza e con deficit cognitivi specifici, già notati verso la metà del secolo scorso da Trousseau e Charcot. In circa il 10-15% dei pazienti con morbo di Parkinson si sviluppa una demenza. La demenza associata a malattia di Parkinson è caratterizzata da rallentamento cognitivo e motorio, da compromissione delle funzioni esecutive e da deficit della memoria di recupero [Text Revised, American Psychiatric Association, 2000]. Tuttavia, il quadro clinico della demenza, nei pazienti affetti da malattia di Parkinson, è molto variabile e le sue caratteristiche non sono uniformi. Si fa riferimento, in merito, alla “demenza sottocorticale”, categoria diagnostica che include, insieme ad altre patologie, il morbo di Parkinson [Della Sala, 1990]. Negli ultimi anni si è assistito ad una graduale medicalizzazione della demenza trascurandone la psicopatologia. Questa negligenza è evidente nell’impostazione diagnostica ma soprattutto nella condotta terapeutico-assistenziale [Fossi, et al., 1994], includendo in essa quegli aspetti propri della relazione del paziente con i familiari e col medico curante.
I principali fattori di rischio legati allo sviluppo di disfunzioni cognitive e di demenza nei pazienti con MP sono l’età avanzata, l’esordio della sintomatologia motoria in età avanzata, i precoci eventi confusionali o psicotici correlati alla terapia dopaminergica, il coinvolgimento assiale e del linguaggio, i disturbi motori severi (specialmente bradicinesia), i bassi punteggi a test cognitivi (specialmente alla fluenza verbale e ai test esecutivi), la depressione e il fumo. Deficit cognitivi settoriali (esecutivo-frontali, mnesico-rievocativi, visuo-spaziali) sono rilevabili ancora più frequentemente e si sono recentemente dimostrati assai predittivi per la successiva evoluzione dementigena; essi appaiono pertanto meglio definibili, oggi, come deterioramento cognitivo lieve o Mild Cognitive Impairment (MCI) [Isella et al., 2004]. In recenti lavori è emerso, infatti, che fra i pazienti con lieve decadimento cognitivo si possono già identificare diversi profili neuropsicologici: un deterioramento interessante soprattutto la memoria verbale; alterazioni delle sole funzioni esecutive; deficit delle abilità visuo-spaziali e di memoria visiva; variabili combinazioni di questi tre aspetti, non tali comunque da produrre una demenza franca [Janvin et al., 2003; Green et al., 2002]. La degenerazione che investe i gangli della base ha infatti la tendenza, in alcuni casi, ad estendersi a sistemi di neuroni, sia dopaminergici che non, responsabili del controllo della memoria, del pensiero astratto, delle funzioni visuo-spaziali e così via.
La bradifrenia
I disturbi cognitivi si presentano con prevalenza del 40%, possono comparire anche in uno stadio iniziale della malattia e, quindi, in assenza di una vera demenza. Il disturbo cognitivo più caratteristico e frequente della MP viene spesso individuato nella cosiddetta bradifrenia o acinesia psichica, considerata come il corrispettivo cognitivo della bradicinesia (rallentamento nell’esecuzione del movimento). Il termine bradifrenia venne introdotto dal neurologo francese Naville nel 1922, e viene usato per indicare molteplici difficoltà, intellettuali e psicologiche che, nei pazienti affetti da malattia di Parkinson, si evidenziano come perdita di concentrazione, incapacità a creare nessi logici, tendenza alla perseverazione e rallentamento generalizzato dei processi di pensiero [Boller, 1996]. Quest’ultimo si rende evidente con un’anomala lentezza, da parte del malato, nell’afferrare ed elaborare i concetti, pur senza deficit nell’accuratezza degli stessi. Va infatti sottolineato che, pur potendo determinare un’impressione di apparente demenza, la bradifrenia non corrisponde di per sé (o necessariamente) ad un deterioramento diffuso delle capacità cognitive.
Attenzione e funzioni esecutive
Caratteristiche dei disturbi legati a disfunzione dei lobi frontali sono le alterazioni delle funzioni attentive, regolate dal “Sistema Supervisore Attenzionale” prefrontale, come la tendenza ad essere facilmente e tenacemente attratti da aspetti irrilevanti dell’ambiente e l’incapacità di dirigere volontariamente l’attenzione su stimoli ed eventi interessanti (set-shifting) [Isella et al., 2004]. I risultati di studi dei potenziali evocati evento-correlati (ERPs), combinati ai dati derivanti da misurazioni neuropsicologiche, sono stati rispettivamente interpretati come conferma della presenza di un disturbo di natura frontale della regolazione dei processi attenzionali e di un possibile deficit nei meccanismi frontali di controllo, mantenimento e shifting dell’attenzione [Stam, e coll., 1993; Caltagirone, e coll., 1989; Brown e Mardsen, 1988; Taylor, e coll., 1986]. Anomalie delle funzioni esecutive di pianificazione (strategia che permette la corretta esecuzione di un compito), problem solving e set-shifting sono disturbi cognitivi caratteristici della malattia di Parkinson [Mc Namara, 2003]. Il paziente affetto dalla malattia mostra incapacità a passare in modo agile e spontaneo da un concetto o da un comportamento ad un altro, non riuscendo quindi ad abbandonare prontamente un’idea o un compito, anche semplice, in risposta al modificarsi delle condizioni ambientali (perseverazione). È stato anche descritto un significativo deficit del ragionamento astratto, che fa sì che il paziente colga solo gli aspetti più concreti e semplici della realtà [Levy et al., 2002].
Memoria, apprendimento e linguaggio
La memoria, e più precisamente la “memoria di lavoro”, ovvero quel sistema di ripasso delle informazioni appena acquisite, nonché le operazioni di recall e dating, appaiono compromessi; i deficit interessano non tanto la capacità di memorizzare quanto la possibilità di accedere ai dati memorizzati. Migliore diviene la capacità di richiamo attraverso il riconoscimento, in presenza di qualche elemento esterno che faciliti la ricerca del materiale da rievocare. In sintesi, in questa malattia non si verifica una perdita delle tracce mnesiche e dei ricordi immagazzinati, ma una difficoltà ad elaborare e mettere in atto spontaneamente le strategie adeguate per accedere a tali ricordi. Numerosi sono gli Autori che hanno riscontrato prestazioni deficitarie della memoria a breve termine e verso compiti messi a punto per l’indagine della memoria di lavoro in pazienti affetti dalla malattia [Panisset, e coll., 1994; Marini, et al., 2003; Kensinger, et al., 2003; Tamura, et al., 2003; Lewis, et al., 2003]. La memoria a lungo termine appare compromessa, specie per quanto riguarda la memoria episodica e la memoria procedurale [El-Awar, e coll., 1987; Saint-Cyr, e coll., 1988], quel particolare tipo di memoria implicita (inconsapevole) che conserva ed attiva la procedura necessaria per lo svolgimento di prestazioni, motorie o cognitive più o meno complesse. Anche l’apprendimento di nuovo materiale, comunque, appare compromesso, in parte a causa di una carenza di attenzione e in parte per la mancanza di un’efficiente strategia d’immagazzinamento del materiale. Sebbene in pazienti non dementi disturbi del linguaggio non influiscano in genere sull’efficacia complessiva della comunicazione, essi caratterizzano la malattia di Parkinson. Tali disturbi riguardano la comprensione di frasi, il processo semantico e l’integrazione lessico-grammaticale. Esistono dati che suggeriscono come alla base delle cadute di prestazione ai compiti proposti per la ricerca di disturbi visuo-spaziali, nel caso di pazienti non dementi, possa esserci un generico aumento dei tempi di reazione, o comunque un deficit di natura attentiva, e non un disturbo specifico delle funzioni visuo-spaziali, che non appaiono differire dalla norma [Della Sala e coll., 1986; Della Sala, 1990].
L’assenza di correlazione tra deficit cognitivi e la gravità dei sintomi motori ed il fatto che i deficit cognitivi non migliorano dopo la terapia farmacologica anche quando quest’ultima riesce invece a migliorare di molto la compromissione motoria, fa ritenere che le stesse lesioni sottocorticali non siano responsabili di entrambi i tipi di deficit. Il parziale danno delle vie noradrenergiche che dal locus coeruleus vanno alla corteccia e la diminuzione delle concentrazioni di noradrenalina in molte aree corticali (particolarmente amigdala, ippocampo e corteccia frontale) possono rappresentare le cause di deficit cognitivi in pazienti con PD [Garghentini et al., 1999].
I disturbi affettivi nella malattia di Parkinson
La depressione
Già Parkinson, pur sottolineando la rilevanza del quadro motorio, aveva descritto i suoi pazienti come infelici, scoraggiati e melanconici. Ball, psichiatra a Sainte Anne, fu probabilmente il primo a registrare la frequenza delle manifestazioni psichiatriche in questa malattia [Ball, 1882]. La più comune complicanza psicologica nel morbo di Parkinson è rappresentata dalla depressione. Sintomi depressivi sono presenti nel 25-40% dei casi e possono essere precedenti o concomitanti al quadro neurologico. Si tratta per lo più di una depressione di lieve o moderata entità. Essa ha più spesso caratteristiche omogenee; più comuni sono i disturbi distimici e le depressioni maggiori, mentre il disturbo bipolare si ritrova eccezionalmente [Pavan, et al., 1999]. Tuttavia, quando la depressione compare in forma lieve, in uno stadio iniziale della malattia e prima del caratteristico quadro sintomatologico motorio, la diagnosi di un concomitante stato depressivo può divenire difficoltosa; infatti molti segni, quali il rallentamento psicomotorio, l’espressione facciale, il tono della voce, la variazione del ritmo sonno-veglia, dell’appetito e della libido, fanno parte della sintomatologia propria del Parkinson o sono attribuibili a farmaci utilizzati per il trattamento. Ecco perché la necessità di una corretta scelta e impiego di strumenti psicometrici in grado di misurare separatamente i sintomi affettivi da quelli della malattia e di sottolinearne l’autenticità del quadro depressivo nel Parkinson. Secondo alcuni Autori [Santamaria, e coll., 1986; Starkstein, et al., 1990; Starkstein, e coll., 1992; Uekermann, et al., 2003; Burn, 2002] la presenza di depressione si assocerebbe ad un più rapido declino cognitivo.
Il fatto che la depressione possa precedere il quadro neurologico, possa non essere correlata alla gravità della malattia e al quadro di inabilità funzionale, sia di intensità maggiore rispetto ad altre malattie croniche invalidanti, fa pensare ad una patogenesi endogena del quadro affettivo collegato alla malattia, anche se alcuni Autori ne hanno sostenuto una genesi reattiva o un’origine endogena concomitante ma separata [Pavan, et al., 1999]. Pertanto la depressione nella malattia di Parkinson è stata attribuita da parte di alcuni ricercatori alle conseguenze della diminuita capacità di movimento e al generale stato di stress conseguente a tale inabilità; da parte di altri, invece, a una diminuita capacità di risposta del sistema serotoninergico [Sano, et al., 1991]. I pazienti depressi con Parkinson mostrano livelli dei metaboliti della serotonina più bassi di quanto non accada ai pazienti con Parkinson non depressi. La ridotta attività nella corteccia prefrontale suggerisce inoltre che l’alterazione dell’umore è associata a un danno a carico dei lobi frontali, il quale contribuisce anche ad alcune modificazioni affettive e comportamentali osservabili con alta frequenza: la tendenza ad abbandonare le proprie attività quotidiane ed i propri interessi, la perdita di iniziativa, un atteggiamento apatico e abulico [Isella et al., 2002]. Dato che alcune di queste manifestazioni, come l’anedonia, possono anche rappresentare uno stato depressivo, ritengo corretto ribadire l’importanza di una maggior attenzione, da parte del clinico, verso questi aspetti.
Ansia, disturbi psicotici e fluttuazioni on-off
Talora si accompagnano alla depressione pessimismo, mancanza di interesse, autosvalutazione, tendenza al suicidio, disforia e sintomi somatici con anoressia e insonnia, oltre alla presenza di una componente ansiosa. I disturbi ansiosi, per lo più disturbi fobici, come l’irrazionale paura di cadere (a causa dell’instabilità posturale: i pazienti con morbo di Parkinson perdono i riflessi di raddrizzamento, cosicché, se spinti od urtati con forza, facilmente cadono) e le fobie sociali, ma anche quadri di ansia generalizzata e attacchi di panico, sono abbastanza comuni. Frequenti i disturbi psicotici quali allucinazioni specie visive e disturbi del pensiero, attribuiti alla terapia farmacologica. Marcate oscillazioni del tono dell’umore (da eutimia a sintomi d’ansia e/o depressione) si notano anche in relazione al fenomeno “on-off” (modificazione della funzionalità motoria da normale “on” per 1-2 ore dopo l’assunzione del farmaco, all’immobilità quasi totale “off”). In questo caso fluttuazioni d’umore e della motilità spesso procedono parallelamente [Pavan, et al., 1999].
Conclusioni
Ho voluto riportare l’attenzione sui disturbi cognitivi ed affettivi che compaiono nella malattia di Parkinson al fine di ribadire la necessità di un approccio multidisciplinare, quindi di integrazione, non solo durante la fase di assessment clinico ma soprattutto nel corso dell’intero processo di “presa in carico” del paziente, di strumenti derivanti da diverse discipline (neurologia, psicofisiologia, neuropsicologia e psicologia) in grado di monitorare costantemente le numerose “fluttuazioni”, non solo motorie, ma, come abbiamo visto, legate a numerosi processi e dinamiche psicologici che caratterizzano la complessità della malattia di Parkinson.
Domande frequenti
Che cos’è la bradifrenia nella malattia di Parkinson?
La bradifrenia, o acinesia psichica, è il rallentamento dei processi di pensiero considerato il corrispettivo cognitivo della bradicinesia motoria. Si manifesta con perdita di concentrazione, difficoltà a creare nessi logici e lentezza nell’afferrare i concetti, senza però corrispondere necessariamente a un deterioramento diffuso delle capacità cognitive.
Tutti i pazienti con Parkinson sviluppano demenza?
No. Una demenza si sviluppa in circa il 10-15% dei pazienti, di solito nelle fasi più avanzate. Sono invece molto più frequenti i disturbi cognitivi settoriali, presenti con una prevalenza intorno al 40%, che possono comparire anche in stadi iniziali e in assenza di una vera demenza.
Quanto è frequente la depressione nel Parkinson?
Sintomi depressivi sono presenti nel 25-40% dei casi, in genere di entità lieve o moderata. La depressione può precedere il quadro motorio e non è necessariamente correlata alla gravità della malattia, il che suggerisce un legame con gli stessi meccanismi neurobiologici della patologia.
Perché è importante valutare gli aspetti psicologici del Parkinson?
Perché i disturbi cognitivi e affettivi incidono in modo diretto sulla qualità della vita del paziente e sul decorso della malattia. Riconoscerli e trattarli richiede un approccio multidisciplinare che integri neurologia, neuropsicologia e psicologia lungo tutto il percorso di presa in carico.
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