Psicologia Clinica e Psicopatologia

Il disgusto nei disturbi psicopatologici

Il disgusto è un’emozione primaria con valore adattivo, utile alla sopravvivenza. Quando però si lega a disturbi come fobie, DOC o anoressia, può amplificare ansia, colpa e rigidità morale. Comprendere i suoi meccanismi neurobiologici e psicodinamici consente di migliorare la diagnosi e l’intervento terapeutico.

Psicolab — Il disgusto nei disturbi psicopatologici

Cos’è il disgusto e come funziona il cervello

In psicologia il disgusto viene considerata un’emozione primaria al pari di felicità, tristezza, rabbia e paura, e la sua presenza, generata da comportamenti non appresi, è legata ad un elevato valore adattivo. Grazie alla repulsione è infatti possibile identificare una fonte di pericolo, potenzialmente dannosa per la sopravvivenza, e avviare istantaneamente processi auto conservativi ( Anolli, 2002; Ekman, 1992).
Il disgusto viene innescato principalmente da stimolazioni sensoriali- olfattive, visive, tattili- in grado di estendersi alla dimensione somatica, causando sudorazione, nausea, malessere gastrico, conati di vomito, mentre il pensiero emotivo matura intenti di fuga ed evitamento.

Disgusto e psicopatologia: le principali correlazioni cliniche

Le aree cerebrali attivate, tutte ricomprese nel sistema limbico, sono:
l’amigdala, che consente l’identificazione dello stimolo in termini di pericolo e minaccia;
l’insula, importante per la classificazione percettivo/emotiva del disgusto;
– i gangli della base, coinvolti nella pianificazione motoria finalizzata all’allontanamento o al rifiuto dell’oggetto disgustoso;
corteccia parietale, situata nella parte superiore del cervello, grazie alla quale è possibile identificare lo spazio specifico coinvolto dallo stimolo ( Anolli, 2002; Curtis, 2004);
Le medesime aree si attivano in caso di disgusto c.d. interpersonale, in cui la repulsione è rivolta ad uno stimolo sociale che, a causa di condizioni visive, olfattive, appare particolarmente sgradevole ( ad esempio una persona sporca o apparentemente malata) Rozin e Fallon, 1987 ), e in caso di disgusto morale, in cui il senso di repulsione è causato da una condotta eticamente riprovevole (Rozin e Fallon, 1987; Haidt, McCauley e Rozin, 1994) .

Il disgusto: quali patologie

La letteratura clinica denota la presenza del disgusto in alcune psicopatologie, tra cui:
fobia specifica, in cui lo stimolo fobico è anche particolarmente disgustoso (pensiamo alla fobia specifica del sangue o di alcuni insetti);
disturbi del desiderio sessuale, in cui il disgusto può essere causato dalla possibilità di trovarsi coinvolti in contesti sessuali specifici ( DeJong and Peters, 2009);
depressione, in cui il senso di repulsione può consistere in una visione del Sé negativa e auto squalificante;
disturbo post traumatico da stress, ove il disgusto può essere indirizzato a determinati stimoli legati all’evento traumatico ( Curtis, 2004);
DOC, in cui il senso di repulsione si presenta attraverso il c.d. disgust propensity, definibile come la propensione ad esperire frequentemente l’emozione di disgusto (David et al., 2009); in special modo, il disgusto viene sperimentato nel sottotipo di Doc da contaminazione, ove si ha paura di entrare in contatto con uno stimolo infetto che potrebbe compromettere la sopravvivenza; in quello con propensione al lavaggio compulsivo, ove il lavaggio delle mani viene ispirato dalla volontà di purificazione dallo sporco; nel Doc con iperinvestimento religioso, in cui la presenza del disgusto è collegata soprattutto alla violazione di norme e precetti morali (Olatunji et al., 2004);
Anoressia: uno studio condotto da Bell (2017) ha riscontrato che i soggetti con Disturbi Alimentari manifestano tassi di disgusto significativamente più elevati rispetto a soggetti non patologici, a testimonianza di un rapporto conflittuale con uno stimolo che, se da una parte viene considerato desiderabile, dall’altro viene identificato con una fonte minacciosa dalla quale è necessario prendere le distanze. In particolare nell’anoressia il disgusto consente l’evitamento del cibo come fonte repulsiva e svolge un ruolo altamente coadiuvante nelle condotte di espulsione ( ad esempio il vomito autoindotto) altrimenti non elicitabili ( Fox et al., 2012).

Il disgusto nell’anoressia e nel doc: possibili punti di contatto

La letteratura riporta come, sia nel Doc sia nell’anoressia, il disgusto sia un modo per gestire la rabbia e l’ansia da prestazione, determinate da tratti di perfezionismo che si descrivono attraverso rigidità morale, inflessibilità di giudizio e intolleranza all’errore (Wensten, Hardnen – Fisher 2001). In entrambe le patologie questo perfezionismo rappresenta uno strumento difensivo contro la rabbia, l’aggressività e la frustrazione nascoste al di là di condotte compiacenti e ben adattate che impediscono l’espressione autentica del Sé;
Studi recenti hanno inoltre evidenziato, sia nel Doc che nell’AN, la presenza di una correlazione positiva tra propensione al disgusto, ossessione e senso di colpa ( Melli, 2015). Fattore, quest’’ultimo, generato più dalla violazione delle proprie regole interiori – not just right expercience- che di quelle socialmente riconosciute ( Melli et al., 2015; Mancini et al, 2008). Ad esempio l’anoressica si sentirà in colpa ogni qualvolta verrà meno ai propri divieti alimentari mangiando qualcosa di proibito. Così come il doc si sentirà in colpa di fronte ad ogni violazione della propria idea ossessiva. Possiamo dunque parlare, in entrambi i casi, di un senso di colpa deontologico, perché sperimentato non tanto di fronte ad una sofferenza causata ad altri con la propria condotta, quanto dal dolore per la violazione di regole considerate prioritarie dal modello di pensiero patologico. Diverse anche le zone cerebrali coinvolte: se il senso di colpa deontologico si attiva soprattutto a livello di zona limbica- insula, la stessa del disgusto come emozione primaria innata, quella del senso di colpa altruistico richiede il coinvolgimento dell’area fronto temporale e della zona corticale.
Infine, sia nel Doc che nell’anoressia, la presenza del disgusto agevola la permanenza della compulsività e rende difficoltoso il lavoro di setting, da cui la necessità di identificarne precocemente la presenza e lavorare per la sua pronta neutralizzazione.

Bibliografia
Anolli, L. (2002) Le emozioni, Carocci, Roma;
Bell K, Coulthard H, Wildbur D (2017). Self-Disgust within Eating Disordered Groups: Associations with Anxiety, Disgust Sensitivity and Sensory Processing. European Eating Disorders Review; 25(5):373-380.
Berle, D. Starcevic, V. (2012) Disgust propensity in obsessive-compulsive disorder: Cross-sectional and prospective relationships,in Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, 43:1, 656-663;
Curtis, V., Aunger, R., Rabie T., (2004) Evidence that disgust evolved to protect from risk of disease. Proc. Biol. Science, May 7;271- 4, pp. 131–133.
Ekman, P. (1992). An argument for basic emotions. Cognition and Emotion, 6, 169–200.
Fox, J. R.E., Harrison, A., (2008) The relation of anger to disgust: The potential role of coupled emotions within eating pathology, in Clinical Psychology and Psychotherapy, 15(2):86-95
Haidt, J., Rozin, P., McCauley, C., & Imada, S. (1997). Body, psyche, and culture: The relationship of disgust to morality. Psychology and Developing Societies, 9, 107- 131
Mancini, F. (2008) I sensi di colpa altruistico e deontologico, in Cognitivismo clinico, 5, 2, 123-144;
Melli, G., Chiorri, C., Carraresi, C., Stopani, E., Bulli, F. (2015). The role of disgust propensity and trait guilt in OCD symptoms: A multiple regression model in a clinical sample. Journal of Obsessive-Compulsive and Related Disorders, 5: 43 – 48.
Olatunji, B. O., & Sawchuk, C. N. (2005). Disgust: Characteristic features, social manifestations, and clinical implications. Journal of Social and Clinical Psychology, 24, 932-962
Rozin, P., & Fallon, A. E. (1987). A perspective on disgust. Psychological Review, 94(1), 23–41.
Westen, D., & Harnden-Fischer, J. (2001). Personality profiles in eating disorders: Rethinking the distinction between axis I and axis II. The American Journal of Psychiatry, 158(4), 547–562.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *