Oggetti che diventano invisibili
Siamo circondati da una quantità sterminata di cose, alcune così integrate nella nostra vita da essere diventate quasi un’assenza in presenza: le usiamo senza pensarci, con gesti meccanici che ci fanno assomigliare a macchine con compiti precisi in momenti precisi della giornata. Eppure, dietro questa apparente banalità, gli oggetti conservano una funzione tutt’altro che secondaria: quella significante, cioè la capacità di “parlare”.
Un oggetto rivela lo stile di vita e la personalità di chi lo possiede, la sua collocazione economica, le sue aspirazioni. Ma non solo: conserva in sé la memoria del passato, testimonia il presente e proietta il futuro, le aspettative, l’immaginario di chi lo usa. In questo senso, ogni cosa è molto più della sua materialità: è un frammento della nostra storia.
La funzione ludica: gioco, regole e libertà
Un aspetto affascinante del nostro rapporto con gli oggetti è quello ludico. Il filosofo Johan Huizinga sosteneva che la cultura, nelle sue fasi originarie, porta il carattere di un gioco: il gioco viene prima, come fatto concreto e osservabile, mentre la cultura è la qualifica che il nostro giudizio storico gli applica. Il gioco, come gli oggetti, ha un ordine, delle regole e degli ambiti di applicazione, ed è insieme vincolo e libertà.
Allo stesso modo, l’essere umano si arricchisce nel rapporto con le cose che riesce a plasmare. Possono nascere anche momenti di tensione, in cui vengono messi alla prova la costanza e il vigore della persona; ma, superato il conflitto, se ne esce rafforzati e più consapevoli. Gli oggetti, in fondo, funzionano da intermediari tra noi e il mondo: costruiscono rapporti, seminano principi, e possono rivelarsi armi a doppio taglio a seconda di come li usiamo.
Il valore simbolico delle cose
Che gli oggetti abbiano un significato che va oltre l’utilità è dimostrato da un dato antichissimo: fin dai tempi remoti gli esseri umani venivano sepolti con il proprio corredo di oggetti e utensili, che assumevano così un valore simbolico e spirituale, ben al di là della loro funzione materiale.
Un oggetto non è mai una cosa sola, ma “infinite cose in una”. Basti pensare a come offrire qualcosa in una situazione pubblica (una sigaretta, una gomma da masticare) possa innescare relazioni personali prima inesistenti, dando il via a episodi che altrimenti non sarebbero accaduti. Per questo alcuni studiosi definiscono certi oggetti come “pure strutture relazionali”: veri e propri ponti tra le persone.
Un rapporto corporeo e tattile
Il rapporto che abbiamo con gli oggetti è profondamente corporeo e tattile. Nel contatto, noi modifichiamo le cose e le cose modificano noi: questo vale soprattutto per gli oggetti che si indossano o si adoperano, che ci circondano e ci avvolgono. Incorporandoli nelle nostre pratiche sociali, li rendiamo specchio delle nostre capacità, abitudini e usi.
Si instaura così un rapporto duale: interagendo con gli oggetti scopriamo molto di noi stessi, ma allo stesso tempo gli oggetti si arricchiscono di “sapori, odori, rumori, gesti, sensazioni” che ci appartengono. Alcuni pensatori hanno paragonato le cose a vere e proprie membra umane, elementi che completano e rinforzano le nostre capacità naturali; altri le hanno chiamate la “carne del mondo”. Accezioni che rimandano tutte alla pelle, al tatto, il senso più intimo del nostro quotidiano.
Il “nuovo oggetto”: una seconda pelle
Questa attenzione al contatto si riflette anche nel modo in cui gli oggetti vengono progettati, soprattutto quelli tecnologici, che affidano alle superfici le loro prestazioni e capacità espressive. L’assenza di spigoli, l’uso di materiali “caldi”, del colore e della trasparenza costruiscono un nuovo linguaggio: un oggetto che “parla” e un nuovo modo di vivere.
Si diffondono plastiche morbide, rivestimenti gommosi e piacevoli al tatto, che stimolano un legame affettivo con l’oggetto: persino la vibrazione di uno smartphone è un modo tattile di comunicare. La leggerezza e la trasparenza diventano valori, e la possibilità di vedere ciò che si compra va di pari passo con la fiducia nel prodotto. Il cosiddetto “nuovo oggetto” non si usa soltanto: si indossa, diventa parte organica del nostro corpo e della nostra mente, quasi un “corpo-mente aggiunto”. Un’evoluzione che ci invita a guardare con più consapevolezza al modo in cui le cose che possediamo definiscono, in parte, chi siamo.
Domande frequenti
In che senso gli oggetti “parlano” di noi?
Perché hanno una funzione significante: rivelano lo stile di vita, la personalità, le aspirazioni e la collocazione economica di chi li possiede. Conservano inoltre la memoria del passato e proiettano aspettative future, diventando frammenti della nostra storia.
Cos’è la funzione “ludica” degli oggetti?
È legata all’idea, sviluppata da Huizinga, che la cultura porti in origine il carattere del gioco. Come il gioco, gli oggetti hanno regole, ordine e ambiti d’uso, e sono insieme vincolo e libertà. Nel rapporto con essi la persona si arricchisce e diventa più consapevole.
Perché si parla di rapporto “corporeo” con gli oggetti?
Perché il contatto tattile è centrale: nel toccarli e usarli, noi modifichiamo gli oggetti e loro modificano noi. Diventano specchio delle nostre abitudini e si arricchiscono di sensazioni che ci appartengono, in un rapporto duale e reciproco.
Cos’è il “nuovo oggetto”?
È l’oggetto contemporaneo, spesso tecnologico, che non si limita a essere usato ma si indossa e diventa una sorta di “seconda pelle”, parte organica del nostro corpo e della nostra mente. Le sue superfici, i materiali e la loro piacevolezza al tatto ne sono protagoniste.
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