Un’infanzia negata
Il film inizia con una giornata di sole, durante una gita domenicale di Antonio bambino, costretto a seguire silenziosamente i genitori che litigano, con il padre che fa scenate di gelosia alla madre, mentre la voce di Antonio adulto racconta la propria storia con l’intensità di chi si confida con uno psicologo. Antonio riflette sulla non facile infanzia del bambino dalla dentatura enorme che è stato: la sana abitudine di riflettere con la fantasia e di esprimere con la poesia gli consentirà una certa sopravvivenza da bambino e lo aiuterà, da adulto, ad affrontare il viaggio dell’esistenza.
Il corpo possiede una memoria stomatologica? Cosa contengono i denti? Riflessioni dotate di coerenza bioenergetica e liriche cariche di consapevolezza si intrecciano con immagini che conducono alla scoperta di un’infanzia probabilmente negata. L’ennesimo litigio dei genitori viene interrotto dal bambino, che prende di mira una roccia sporgente e vi sbatte violentemente i suoi dentoni, come fanno certi bambini quando hanno una crisi, come se il dolore riguardasse tutti tranne loro. La madre accorre e abbraccia il figlio sanguinante ma in estasi per le attenzioni guadagnate: con quel gesto ha ottenuto due vantaggi, interrompere il litigio dei genitori fuori e dentro di sé e ottenere tutta l’attenzione materna. La donna, consapevolmente o meno, sembra starci volentieri nella dinamica edipica, quasi a compensare altre mancanze affettive usando il figlio come sostituto.
Antonio e Mara: la coppia in crisi
Salvatores sottolinea la continuità psicologica tra padre e figlio spostando l’attenzione sull’Antonio adulto, che litiga con Mara con le stesse modalità del padre, il quale con le sue scenate di gelosia rendeva impossibile la vita di tutti. Antonio ritiene che Mara lo tradisca con il dentista Luca De Rosa e provoca pesantemente la giovane e bellissima donna. Mara, esasperata, cerca di evitare il conflitto guardando un film in televisione, ma Antonio insiste, per sondare quanto è profonda la tana del Bianconiglio. La tensione sale finché la donna lo minaccia: “se continui ti spacco i denti”. Quale invito migliore per chi odia i suoi denti? Antonio esagera e la insulta; Mara esplode, afferra il posacenere di cristallo e glielo scaglia sugli incisivi superiori, fracassandoglieli.
Segue la quiete apparente dopo la tempesta, e il gioco di coppia non sufficientemente consapevole torna sulla dinamica vittima-carnefice, sui sensi di colpa, sui ruoli espliciti e latenti. Qualcosa complica ancora la trama: Antonio appoggia la lingua sugli alveoli ed ecco partire dei filmati interni relativi alla sua infanzia, la madre che sorride, il padre che lo sgrida con violenza. Incuriosito, chiede a Mara: “è possibile che il mio corpo possieda una memoria stomatologica?”. Mara però se ne esce con un “amore non lo so, ma è meglio se vedi un dentista”. Il commento di Antonio fa riflettere sulla differenza tra dolore fisico e dolore psichico: “dolore fisico, concreto, molto più sopportabile di quell’altro, fatto di immagini”.
Il “demone” che informa
Il subconscio di Antonio comunica dati, ma l’Antonio cosciente non è ancora capace di valutarne la portata. Quello che Platone nel Teeteto chiama “quel demone che alberga in me” forse sta agendo anche in Antonio, cercando di informarlo sugli aspetti qualitativi della sua relazione con Mara. Quel demone, vissuto da molti come un fastidio, potrebbe invece essere la nostra guida, il sintomo, e la nostra salvezza dalla nevrosi. Antonio è ormai giunto alla paranoia e a quella fetta di verità che si nasconde tra i pensieri: Mara gli ha fissato un appuntamento proprio con Luca De Rosa. Tutti tendiamo, consciamente o no, alla verità: se non siamo noi a cercarla, sarà lei a cercare noi e a chiederci il conto.
Il duello con il dentista
Nello studio del dentista-psicologo Luca De Rosa, che con voce da “master” impone ad Antonio un “apra la bocca” sopra le righe, si svolge una specie di duello. Antonio ha imparato a controllare il dolore e lo affronta come un lama tibetano, senza battere ciglio, per mostrare a quello che crede l’amante della sua fidanzata quanto sia forte e determinato. La diagnosi non è tranquillizzante: “con una bocca come la sua, mi preoccuperei”, che potrebbe anche suonare “con un inconscio come il suo”. Uscito di lì, Antonio parla di “Mammagia”, la magia della mamma che pervade la vita di chi non ha superato il complesso edipico. Ogni volta che vuole uscire dalla realtà o tornare nel passato, gli basta poggiare la lingua sugli alveoli, ed ecco la madre che gli dice: “Antonio, le cose cambiano, i denti ricrescono, tutto cambia”. Da Newton a Einstein: da universo meccanico a flussi di pura energia in movimento.
Mara è indecisa tra Antonio, il sentimento e l’emotività, e Luca, la prestazione e la ragione, e a un certo punto manifesta la sua insoddisfazione: “perché sono finita con uno come te?”. In realtà ragione e sentimento andrebbero armonizzati dentro di noi. Luca invita i due a cena; Antonio si arrabbia ma accompagna Mara. Luca fa il perfetto, cucina in modo impeccabile e amoreggia con Mara, che sta al gioco; quando la abbraccia, Antonio si infuria e nel film si verifica un salto spazio-temporale, quasi l’esplosione di un buco nero, che fa fondere la pellicola stessa. In auto Antonio le fa una scenata: “come facevi a sapere che il gatto di Luca si chiama Suk?”. Mara minimizza, non ancora pronta ad abbandonare il suo fidanzato-cucciolo.
Cosa nascondono i denti
Antonio bisbiglia fuori campo: “cosa nascondono i miei denti? Cosa abita nel mio corpo? Qualcuno mi aiuti a scoprire cosa si nasconde nel mio corpo”. La bioenergetica e la psicosomatica sono solo due delle chiavi possibili. La psiche influenza il corpo o viceversa? Di certo c’è un ponte tra le due dimensioni, di certo c’è l’inconscio, di certo siamo contenitori e contenuto di un mondo fatto di luce e ombra. Davanti a un quadro nella sala d’aspetto del secondo dentista, Antonio sfiora gli alveoli ed esclama: “Zio Nino!”.
Irrompe nel film lo zio Nino, il maestro che trasmette al nipote la sua sensibilità maschile: un personaggio che integra in qualche modo il maschile mancante del padre di Antonio. Dal secondo dentista Antonio pretende ancora una protesi, ma la vita sembra aver scelto per lui qualcosa di più: non si rende conto che proprio quei dubbi e quelle incertezze rappresentano una “forza-debole” capace di condurlo verso livelli più profondi di consapevolezza. Nega l’eredità genetica (“i miei figli non hanno denti così grossi”), come se le “bolle di sofferenza” che i genitori non riescono a sciogliere non venissero poi passate ai figli. Il secondo dentista, mentre lavora distrattamente, avvia un monologo sulle dinamiche di dipendenza uomo-donna: interessante notare la sua aggressività, quella di una persona sola che non trova un interlocutore capace di ascoltare il suo dolore, e che per trovare sollievo usa i pazienti.
Trovare un maestro, diventare padri
Lo zio Nino viene evocato più volte: gli insegna come rispondere a chi lo prende in giro per i denti, gli insegna a ballare il tango. Antonio si chiede: “perché è così difficile trovare un maestro, smettere di essere figli e diventare padri?”. Ma è davvero necessario smettere di essere figli? Nell’analisi transazionale ci sono un “bambino”, un “adulto” e un “genitore”, istanze da armonizzare, non da eliminare; anche la psicosintesi parla di subpersonalità che lavorano dentro di noi. Forse c’è semplicemente da lavorare di più sull’adulto. Antonio va a trovare i figli dalla ex moglie e, giocando con la figlia, scopre che Michela ha i denti come i suoi, e ci resta malissimo. La catena della sofferenza di cui parla Alice Miller, per ora, è intatta: cosa ha passato Antonio a Michela, solo i denti da pescecane o qualcosa di più profondo?
Durante l’acceso dialogo con la ex moglie, Antonio sfiora gli alveoli e appare la madre che tuona: “se fai piangere la mamma, qualcuno farà piangere te”. Mamma o ex moglie? I ruoli sono stravolti in una personalità in cui l’età anagrafica e quella mentale non si armonizzano. Una cosa è chiara: la legge del destino chiede giustizia, e Antonio sembra in debito. Il viaggio iniziatico prosegue, da dentista a dentista, alla ricerca di un contenitore tanto grande e buono da poter contenere tutto quel dolore. “Mi sento solo”, dice alla madre, e lei: “ma non sei il solo”. Dallo specchietto retrovisore, da dove poco prima vedeva il fantasma materno, Antonio vede l’immagine di se stesso: non ha avuto un padre, perché la presenza fisica non è automaticamente sufficiente e può persino essere dannosa. Il padre era troppo occupato con i propri fantasmi per occuparsi del figlio.
Il viaggio tra i dentisti e l’Ade
Antonio incontra spesso lo zio Nino, fantasma vitale che dona, e solo alla fine del film il padre-vampiro consumato dalla sete di sangue, che prende. Con il terzo dentista, il dottor Lotto, interessato più alle impronte che alle persone, arrivano critiche e sensi di colpa: “si occupi di sua figlia; noi la nostra vita l’abbiamo già vissuta, abbiamo le nostre difese”. Il dottor Lotto tocca corde giuste ma non va oltre la colpa. Antonio procede come i “globetrotter” di cui parla Antonio Alberto Semi, quei pazienti che girano da tutti gli psicologi in cerca di chi dica loro ciò che vogliono sentirsi dire senza intaccare lo status quo.
La segretaria gli consiglia il dottor Cagnano, uno degli odiati dentisti che “trapanavano” la madre di Antonio. Il complesso edipico è palese: nel ricordo, Antonio è geloso della madre, che appare improvvisamente vulnerabile agli occhi del figlio. L’indirizzo di Cagnano corrisponde a un luogo malfamato: si ha la sensazione di entrare nell’Ade. Cagnano ricorda l’archetipo del demone costretto a obbedire alle leggi divine e a promuovere, forse, lo sviluppo spirituale di Antonio. Lungo la strada Antonio incontra un indovino che “vede” alcune cose: “sei cuspide, vero? Tra sagittario e capricorno”. Antonio cerca di liquidarlo, ma quello lo saluta con un sibillino “tutto si scioglierà danzando”, al quale Antonio risponde: “non so ballare io”.
Cagnano e la seconda dentizione
Antonio prende la figlia e insieme scendono negli inferi. Cagnano, interpretato da un eccellente Paolo Villaggio, è un po’ maniaco e un po’ serial killer: “io i dentisti li ammazzerei tutti”, “i padri vengono sempre prima dei figli”. Toglie ad Antonio entrambi gli incisivi: un momento importante, perché è proprio la seconda dentizione, utile in apparenza, che impedirà ad Antonio di andare oltre nel suo viaggio. “Odio i miei denti”, dice: non ha ancora conquistato l’amore di sé, spara sui denti per sparare su se stesso, ma non è questa la strada per uscirne. Alla figlia impaurita che chiede “ti ha fatto male?”, Antonio mente per darsi un’immagine di invulnerabilità: “nessuno può fare del male al tuo papà”.
Compare Beluga, un altro dentista della madre, e la moglie Fiorenza, giovanissima e infelice. La voce fuori campo: “non durò a lungo”. Beluga aveva scoperto che la moglie aveva un amante e l’aveva uccisa, prima di togliersi la vita. Cagnano, tolti i denti, riflette: “una radice così piccola per dei denti così grandi; là sotto potrebbe esserci anche una terza dentizione, ma non lo sapremo mai”. Antonio protegge la figlia: da piccolo non era riuscito a proteggere la madre, e ora che può scegliere interrompe l’esperienza con Cagnano. Nella vasca da bagno di Mara riflette: “il primo abbandono è quando nasci, il secondo quando muori: la vita è fatta di abbandoni”. Lutto e accettazione del lutto, tematiche centrali nella psicologia del profondo.
Il gran finale: la terza dentizione
Mara vuole andare alla festa di compleanno di Luca, e Antonio, nonostante il dolore, l’accompagna. Luca canta in francese e suona il pianoforte, perfettamente a suo agio, e Mara è in estasi. Antonio è arrabbiato e su di giri per antidolorifici e alcol. A uno a uno arrivano i fantasmi del passato: lo zio Nino, il padre, il dentista Beluga. Mara balla il tango con Luca come i ballerini di un carillon. Antonio, stremato, vede lo zio Nino nel bicchiere di whisky e vi si tuffa: “la magia è magia, Antonio, anche il dolore è magia; se non li sai guardare certi dolori ti fanno perdere il mondo, ma se li riconosci possono ristabilire un contatto”.
Il fantasma del padre, che in vita non era riuscito a conoscere né la moglie né il figlio, chiede: “volevo sapere se tua madre mi ha amato davvero?”. Ma i due non danzano. La voce fuori campo è implacabile: “questo continuo bisogno di amore che ci fa diventare fragili e violenti”. Arriva anche Beluga, che finalmente può parlare: “l’ho uccisa perché così era totalmente mia; forse quando si possiede totalmente una persona questa scompare, e allora a cosa serve?”. Non sapeva come esprimere l’amore, non aveva le parole. Antonio torna tra i vivi e aggredisce Luca, ma questi si rivela molto più psicologo che dentista: contiene la rabbia e, invece di arrivare alla rissa, lo aiuta a “tirare fuori” la terza dentizione. Lo psicologo facilita la trasformazione della rabbia in qualcosa di positivo: una terapia ben condotta, non senza dolore, perché partorire i nuovi denti, e la nuova persona, è il mezzo attraverso cui si compie il sacrificio, dal latino “sacrum facere”, rendere sacro.
Ora Antonio ha i denti nuovi e un gran buon umore. Ma Mara, la ex Mammagia, è arrabbiata e lo lascia, e lui accetta l’abbandono di buon grado, forse sentendo la speranza di una relazione più soddisfacente. “Tutto si scioglierà danzando”, aveva detto l’indovino, ed è proprio danzando con i suoi fantasmi che si scioglie il complesso edipico: l’ultima danza di Antonio è con la madre che deve andarsene. La madre se ne va e Antonio continua a danzare la vita, dalla nevrosi alla salute psichica, oltre i condizionamenti, fino alla danza individuale e, per chi lo desidera, alla danza cosmica, l’armonia di sé con la natura e l’universo. “Voglio essere felice” è la frase che Antonio scrive su un foglietto, nascosto tra i fiori della tomba della madre. “Dov’è Mara? Per adesso mi godo questa giornata di sole”.
Domande frequenti
Cosa rappresentano i denti nel film di Salvatores?
I denti sono una metafora di ciò che il corpo custodisce e la psiche fatica a elaborare: l’infanzia negata, il complesso edipico, il dolore non detto. Toccando gli alveoli, Antonio accede a una “memoria stomatologica” che riporta a galla il suo passato.
Che ruolo ha il complesso edipico nella storia di Antonio?
È centrale: il legame irrisolto con la madre (“Mammagia”) condiziona le relazioni di Antonio, in particolare quella con Mara, vissuta con dinamiche materne e gelosie ereditate dal padre. Il suo scioglimento avviene solo nel finale, danzando con il fantasma della madre.
Perché nel film ci sono così tanti dentisti?
Il viaggio da un dentista all’altro è un percorso iniziatico: ciascuno rappresenta una tappa e una figura interiore, fino a Luca che, più psicologo che dentista, aiuta Antonio a trasformare la rabbia e a “partorire” la terza dentizione, simbolo di rinascita.
Qual è il significato della “terza dentizione”?
Rappresenta la nascita di una nuova persona, oltre la nevrosi e i condizionamenti. Non è la protesi che Antonio cercava, ma una trasformazione autentica, un sacrificio nel senso di “rendere sacro”, che gli permette di accettare gli abbandoni e tornare a danzare la vita.
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