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Dante Gabriel Rossetti: l’Uomo che Seppellì la Bellezza che Aveva Dentro

Nei quadri di Dante Gabriel Rossetti torna sempre lo stesso volto: quello di Elizabeth Siddal, musa e moglie, morta giovanissima. Fondatore dei preraffaelliti, poeta e traduttore di Dante, Rossetti fu un artista controverso, capace di rapire la bellezza da un mondo ideale e di consegnarcela con un’intensità quasi febbrile. Ma dietro quella pienezza si nasconde […]

Psicolab — Dante Gabriel Rossetti: l’Uomo che Seppellì la Bellezza che Aveva Dentro
Nei quadri di Dante Gabriel Rossetti torna sempre lo stesso volto: quello di Elizabeth Siddal, musa e moglie, morta giovanissima. Fondatore dei preraffaelliti, poeta e traduttore di Dante, Rossetti fu un artista controverso, capace di rapire la bellezza da un mondo ideale e di consegnarcela con un’intensità quasi febbrile. Ma dietro quella pienezza si nasconde un vuoto perenne. La sua vita è il ritratto di un uomo che, per amore, seppellì letteralmente la bellezza che aveva dentro.

Un iniziatore scomodo

Basta osservare la sua giovane Maria dell’Annunciazione: quasi spaventata, con nello sguardo un rifiuto, una domanda muta, “perché a me?”. Non è la classica rappresentazione dell’annuncio dell’Arcangelo, ma qualcosa di più inquieto, di quasi condannato. Un dettaglio che dice molto dell’autore.

Dante Gabriel Rossetti fu un personaggio complesso e controverso, considerato dai contemporanei un iniziatore geniale ma anche un provocatore, quasi un sacrilego. Con le sue stravaganze e le sue debolezze, difficilmente la società vittoriana, perbenista e ipocrita, avrebbe potuto comprenderlo o perdonarlo.

Il talento e i preraffaelliti

Nato a Londra nel 1828 da padre italiano, Rossetti mostrò da subito un carattere adattissimo alla vena romantica in voga, con una particolare predisposizione per i temi soprannaturali: una passione che, come tutti i suoi interessi, tendeva a diventare ossessione. In lui non c’era la capacità di frenare un’emotività enorme, pari solo al suo talento.

Quel talento lo portò ad avere come maestro Ford Madox Brown e a fondare, con l’amico William Holman Hunt, la celebre confraternita dei preraffaelliti. Già il nome del movimento manifestava la volontà di essere quasi un culto elitario. In realtà non proponeva temi morali, non voleva educare né denunciare: rifiutava l’accademia e la mancanza di freschezza di tutto ciò che è dogmatico nell’arte, e propugnava un ritorno alle tematiche medievali e alla pittura precedente a Raffaello.

Il gruppo, inizialmente coeso, coltivava opere che riproponevano la quotidianità perfino nel sacro, creando scene bibliche in una maniera quasi profana. Una familiarità che scandalizzava, senza però rinunciare a un’idealizzazione puramente estetica, difficilmente conciliabile con il modo di sentire la religione nell’Ottocento. Col tempo questi artisti si sarebbero allontanati e riavvicinati, ma Rossetti restò la figura più emblematica, per il suo tocco e per la sua stessa esistenza.

Elizabeth Siddal: la musa e la tragedia

Metafora e amore dei suoi giorni fu la modella Elizabeth Siddal, il cui volto ci affascina ancora oggi dalla tela, con i magnifici capelli rossi preraffaelliti che già nella loro tonalità avevano una carica erotica difficilmente accettabile per i benpensanti inglesi. La femminilità che ci osserva dai suoi quadri ha colori accesi, forme opulente, un estetismo puro che non nasconde una sensualità allora disapprovata.

Dietro la compulsiva ripetizione di quei tratti si cela però una storia tragica. Elizabeth, di semplici origini, accanto a Rossetti aveva studiato e si era affinata, mostrando a sua volta una notevole vena creativa. Da musa divenne moglie, per poi togliersi la vita giovanissima, con il laudano, dopo una gravidanza finita male e una profonda depressione.

Rossetti non era stato un uomo fedele, cosa abbastanza usuale per l’epoca se trattata con riservatezza. Eppure amava intensamente, col suo modo quasi morboso, quella fanciulla. La sua morte segnò una svolta: da lì in poi lei sarebbe rimasta per sempre nei suoi quadri, come fermata in quel tempo che era riuscita crudelmente a sfuggire. L’artista non si sarebbe mai davvero ripreso da quell’assenza, perdendosi in tematiche ripetitive e interessi astrusi, come la passione per gli animali esotici: tutto ciò che potesse ricordare una bellezza rara e lontana.

Il gesto: seppellire le poesie

Un gesto più di ogni altro racconta Rossetti. Poeta oltre che pittore, seppellì nella tomba della moglie, infilato tra i suoi capelli, il quaderno con le sue poesie incompiute e a lei dedicate. Solo anni dopo si lasciò convincere a riesumare quel corpo per riprendere possesso di quelle parole e pubblicarle, suscitando lo scandalo dei benpensanti: erano versi che trattavano la sessualità e l’amore in tutta la loro completezza, con un tono a tratti quasi gotico, forse debitore di quell’Edgar Allan Poe che tanto amava.

È un gesto emblematico. Quelle poesie erano incompiute, come incompiuta era stata la loro storia, la loro vita, il loro futuro: mezze poesie nascoste in una chioma tanto dipinta e idealizzata da diventare il segno distintivo di un intero movimento. Il resto sarebbe stato una perpetua ripetizione, finché un ripensamento lo portò a recuperare quelle parole, quei sentimenti e quella profondità di sé che aveva sepolto insieme alla donna.

La pienezza dei quadri e il vuoto interiore

Dopo la morte di Elizabeth, Rossetti si dedicò in particolare al ciclo di re Artù e al tema della morte di Beatrice, in cui sublimava il proprio dolore per la perdita di quel viso, diventato simbolo universale della pittura preraffaellita. Incompreso all’inizio dal grande pubblico, pur sostenuto dal celebre critico John Ruskin, depresso al punto di tentare il suicidio da vedovo e incline ad abusare di sostanze, trascorse gli ultimi anni ritirato. Morì nel Kent nel 1882, a soli cinquantaquattro anni.

Il volto di Proserpina e di tutte le sue protagoniste è quello di Elizabeth, che non è più solo l’amata, ma diventa il simbolo stesso della natura di Rossetti: inquieta, morbosa, talvolta fosca. I suoi attaccamenti erano totali e quasi patologici, rivolti a un tema o a una persona. La ricerca continua dell’oggetto d’amore sembra il suo motivo costante: in amicizia, nella pittura, nel matrimonio, questa mente brillante pareva inseguire l’angoscia. Non solo perché figlio di un’epoca dedita al languore, ma per un’afflizione continua che non voleva esorcizzare, e che anzi coltivava.

Da qui il contrasto più profondo: la pienezza dei suoi quadri, in cui non esiste un dettaglio tralasciato o un angolo libero, convive con un vuoto perenne, presente prima e dopo Elizabeth. Un vuoto che sembra riecheggiare anche negli scritti della sorella, la celebre poetessa Christina Rossetti.

La bellezza come consolazione impossibile

Nella sua concezione della vita, come si intuisce dal quadro sulla giovinezza della Madonna, emerge la tendenza ad abbellire un quotidiano che, per la stessa natura umana, così perfetto non è. Una natura ombrosa, affine a quella evocata dagli scritti di Poe, e proprio per questo bisognosa delle tonalità dense e magnetiche delle sue pennellate.

Rossetti percepiva l’inadeguatezza della vita e cercava di ricostruirla nella mente e negli affetti come avrebbe voluto che fosse. Ma non è possibile. Elizabeth, con la sua bellezza eternata e intatta, morta prematuramente coi suoi capelli rossi, è la fine di un ciclo: il venir meno delle illusioni, degli appigli, di quella perfezione che l’artista sentiva il bisogno di ricamare nei propri giorni. Scesa lei nella terra, non restava che un vivere che non poteva più essere né fuga né fiaba, né rifugio nei miti del passato. La consolazione offerta dalla crudele bellezza dei suoi lavori è, per sua natura, momentanea e irrealizzabile.

Eppure, proprio per questo, lui che non cercava grandi messaggi ci ha lasciato il suo talento in tutto il suo vigore: la luce quasi soffocante che esce dai dipinti, quelle labbra carnose che all’infinito ci osservano, quelle figure da cui non si riesce a distogliere lo sguardo. Ha rapito la bellezza da un mondo ideale e, con gesto quasi prepotente, ce l’ha lasciata con tutta l’estasi della sua intensità. E proprio lì, in quella terra, ha sepolto le proprie emozioni e sé stesso.

Domande frequenti

Chi era Dante Gabriel Rossetti?

Un pittore e poeta inglese di origine italiana, nato nel 1828, tra i fondatori della confraternita dei preraffaelliti. Fu anche traduttore di Dante Alighieri. La sua arte, sensuale e idealizzata, scandalizzò la società vittoriana, e la sua vita fu segnata da amori totali e da una profonda inquietudine.

Chi era Elizabeth Siddal?

La modella, musa e poi moglie di Rossetti, il cui volto dai capelli rossi divenne il simbolo della pittura preraffaellita. Dotata di una propria vena creativa, morì giovanissima suicida. La sua perdita segnò per sempre l’arte e la vita di Rossetti.

Cosa fu la confraternita dei preraffaelliti?

Un movimento artistico che rifiutava l’accademia e i dogmi dell’arte del tempo, proponendo un ritorno alle tematiche medievali e alla pittura precedente a Raffaello. Riproponeva la quotidianità anche nel sacro, con un’idealizzazione estetica che scandalizzava l’Ottocento.

Perché “seppellì la bellezza che aveva dentro”?

Perché, alla morte della moglie, seppellì con lei nella tomba il quaderno delle sue poesie incompiute, riesumandole solo anni dopo. È l’immagine di un uomo che, con quel gesto, seppellì insieme all’amata anche le proprie emozioni e una parte profonda di sé.

Dante Gabriel Rossetti, fondatore dei preraffaelliti, trasformò il volto della moglie Elizabeth Siddal nel simbolo di un intero movimento artistico. Ma dietro la pienezza estatica dei suoi quadri, in cui nessun dettaglio è lasciato al caso, si nasconde un vuoto perenne e un’inquietudine che coltivava senza esorcizzarla. Il gesto di seppellire con la moglie le proprie poesie, per poi riesumarle, ne è la metafora più potente: un uomo che seppellì la bellezza che aveva dentro. La sua arte resta una consolazione intensa e impossibile, capace ancora oggi di rapire lo sguardo.
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