La parola come strumento di cambiamento
Fin dai tempi di Freud, la comunicazione è stata il pilastro di ogni psicoterapia. La parola è il tramite attraverso cui può veicolarsi il cambiamento. Nel classico modello della “cura attraverso la parola”, è il paziente stesso a curarsi parlando, guidato da un terapeuta che possiede la “mappa” per arrivare all’insight, la comprensione profonda di sé.
Un approccio diverso è quello sviluppato dal celebre Gruppo di Milano, legato al nome di Mara Selvini Palazzoli. Qui il terapeuta usa la parola in modo sostanzialmente differente. La logica potrebbe essere sintetizzata così: “poche parole, stai andando bene, ecco cosa fare per continuare così”. Attraverso strumenti come la comunicazione paradossale e la prescrizione del sintomo, il terapeuta cerca di stabilire una sorta di alleanza con il sintomo stesso, un modo per aggirare la naturale resistenza al cambiamento.
Il sintomo come risposta a una comunicazione “malata”
Ecco il punto cruciale: se in seduta la comunicazione è usata dal terapeuta per sciogliere il nodo del sintomo, all’interno della famiglia è proprio la comunicazione a essere vista come possibile responsabile della sua nascita. Il sintomo, in questa prospettiva, rappresenta una risposta “naturale” a un contesto comunicativo problematico.
Un concetto chiave è quello del “doppio legame”, elaborato da Gregory Bateson: una situazione di comunicazione paradossale che mette il ricevente in una condizione senza via d’uscita. Di fronte a questo scacco, la persona non si ritira dal “gioco”, ma cambia le regole, rifugiandosi nel sintomo. Il sintomo diventa così una sorta di “sacrificio” per mantenere l’equilibrio (l’omeostasi) del sistema familiare. Va detto che l’espressione tradizionale di “paziente designato” appare oggi poco felice e troppo patologizzante: alcuni preferiscono parlare di “emergenza soggettiva”, un modo più rispettoso di nominare chi porta il sintomo per l’intero sistema.
Le radici nella teoria dei sistemi
L’idea del sintomo come elemento che riequilibra l’omeostasi familiare trova fondamento nella Teoria dei Sistemi e nella Cibernetica. Secondo la teoria dei sistemi, un insieme come la famiglia costituisce un’entità unica, in cui le parti sono interconnesse in modo tale che il tutto è diverso dalla somma delle parti. Questo sposta l’attenzione dalle singole persone alle relazioni che le legano.
A questa struttura si aggiunge il concetto di retroazione (feedback), proveniente dalla cibernetica, che spiega la circolarità della comunicazione: l’informazione non viaggia in una sola direzione, ma torna indietro, in un continuo scambio. È in questa circolarità che il sintomo trova la sua funzione di mantenimento dell’equilibrio del sistema.
Bowlby e la teoria dell’attaccamento
Curiosamente, questi concetti non erano nuovi alla psicologia. Già negli anni Cinquanta, prima ancora della formazione del Gruppo di Milano, John Bowlby aveva fatto proprie le basi della teoria dei sistemi e della cibernetica per formulare la teoria dell’attaccamento. All’epoca, Bowlby fu considerato quasi un “eretico” dagli psicoanalisti, perché sosteneva che il bambino cerca la vicinanza della madre per ricevere protezione e cure, e non per una pulsione sessuale primaria.
Ci vollero anni perché a questa teoria venisse riconosciuto il valore che meritava, anche grazie all’integrazione in un quadro teorico più ampio, quello costruttivista. Anche la teoria dell’attaccamento, del resto, si fonda sulla comunicazione: sono le ripetute interazioni tra bambino e figura di cura (le domande, le risposte, il tono, il contatto) a orientare il bambino verso specifici modelli di attaccamento.
I Modelli Operativi Interni
Attraverso queste interazioni ripetute, il bambino costruisce un’idea di sé come amabile o non amabile, e dell’altro come positivo o negativo. Queste informazioni vengono generalizzate in quelli che Bowlby chiamò Modelli Operativi Interni (MOI): vere e proprie “griglie di lettura” con cui la persona interpreta il sé, l’altro e il sé-in-relazione-con-l’altro.
I MOI sono essenzialmente strutture di relazione, capaci di tramandarsi di generazione in generazione. Ed è proprio per questo che trovano un posto naturale all’interno della terapia familiare sistemica. Comprendere e poi modificare i modelli operativi della persona che porta il sintomo equivale a cambiare le sue risposte e le sue relazioni e, per il principio della circolarità della comunicazione, a modificare l’insieme delle relazioni dell’intero sistema. È qui che la teoria dell’attaccamento e il modello sistemico si incontrano, arricchendosi a vicenda.
Domande frequenti
Qual è il ruolo della comunicazione in terapia familiare?
Ha un ruolo doppio: è lo strumento con cui il terapeuta favorisce il cambiamento, ma è anche vista come possibile origine del disagio all’interno della famiglia. Il sintomo è interpretato come una risposta naturale a un contesto comunicativo problematico.
Cos’è il “doppio legame”?
È un concetto elaborato da Bateson: una situazione di comunicazione paradossale che mette la persona in una condizione senza via d’uscita. Di fronte a questo scacco, la persona può “rifugiarsi nel sintomo”, cambiando le regole del gioco relazionale.
Cosa afferma la teoria dell’attaccamento di Bowlby?
Che il bambino cerca la vicinanza della figura di cura per ricevere protezione e cure, non per una pulsione sessuale primaria. Le ripetute interazioni con il caregiver orientano il bambino verso specifici modelli di attaccamento.
Cosa sono i Modelli Operativi Interni?
Sono “griglie di lettura” con cui la persona interpreta se stessa, gli altri e le relazioni, costruite a partire dalle interazioni precoci. Sono strutture di relazione che si tramandano tra generazioni, e modificarle è un obiettivo chiave della terapia.
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