Psicologia Sociale e del Comportamento

Da che parte stare?

Quando qualcuno aggredisce un rappresentante delle forze dell’ordine, spesso non colpisce quella persona in quanto tale, ma ciò che rappresenta: l’autorità. Leggere questi episodi in chiave psicologica significa capire come si formano e come si consumano i valori, perché l’autorità non è un dato fisso ma una costruzione umana che vive delle conferme che riceve. […]

Psicolab — Da che parte stare?
Quando qualcuno aggredisce un rappresentante delle forze dell’ordine, spesso non colpisce quella persona in quanto tale, ma ciò che rappresenta: l’autorità. Leggere questi episodi in chiave psicologica significa capire come si formano e come si consumano i valori, perché l’autorità non è un dato fisso ma una costruzione umana che vive delle conferme che riceve.

Non si colpisce la persona, ma il valore

Scorrendo il lungo elenco di aggressioni ai danni delle forze di polizia, si può restare affranti, sconfortati, scoraggiati, ma non davvero sorpresi. Dietro ognuno di quei gesti, anche nei casi più drammatici in cui un operatore ha perso la vita, chi ha agito non ha rivolto il proprio atto criminoso verso la persona, ma verso ciò che quella persona rappresentava.

Chi è quell’uomo in divisa? Come si chiama, quali sono i suoi progetti, i suoi desideri, le sue paure? Non lo sappiamo. Eppure qualcuno riesce comunque a provare verso di lui un odio irrefrenabile, tanto forte da arrivare ad aggredirlo. L’aggressività che tracima dagli argini della liceità non nasce dunque dall’interazione circostanziale con quella persona, ma da qualcosa che affonda nella storia di vita di ognuno di noi.

Dove nasce il limite tra lecito e proibito

È nella famiglia che, fin da piccoli, si interiorizzano i sistemi di valori e di regole. È lì che una parte del desiderio e della libertà personale viene esclusa dalla sfera del possibile, attraverso l’introduzione di un limite tra ciò che è consentito e ciò che non lo è. Questo limite, però, non è normativo, non è definito una volta per tutte, né stabile nel tempo.

Ogni famiglia si fa portavoce delle proprie tradizioni, trasmettendo ai figli ciò che a sua volta ha ricevuto, ma modificato dalle esperienze con il mondo, esperienze capaci di abbassare o innalzare il confine personale tra il consentito e il proibito. Così il nucleo fondamentale dei valori resta, ma la loro parte più esterna si consuma, deprivata di alcuni aspetti la cui forza si è progressivamente indebolita nel tempo.

Il valore come costruzione umana

Ci adattiamo ogni giorno al mondo che ci circonda: cambiamo il modo di vestire, di parlare, di accettare ciò che accade, diventando sempre più tolleranti verso ciò che si ripete più di frequente. Cambiamo il modo di vedere le cose, le abitudini, gli atteggiamenti, le attribuzioni.

Il valore, in fondo, è il risultato di un’attribuzione, una costruzione dell’uomo. Niente ha un valore di per sé, se non gliene attribuiamo uno. E, in quanto costruzione umana, il valore è soggetto a modifiche, che nessuno decide a tavolino ma che seguono la tendenza generale della società. Poiché ogni valore si mantiene tale grazie alle conferme che riceve, la progressiva caduta del valore “autorità” va cercata nelle sempre minori conferme che oggi riceve.

La disconferma e l’effetto di generalizzazione

Parte della responsabilità va attribuita anche a chi ha il compito di rappresentare l’autorità. Anche l’operatore di polizia è un uomo immerso ogni giorno nella società, e ne subisce le tendenze. Su chi crede con forza nel proprio lavoro, il generale decadimento del valore avrà un’influenza minima; ma il credere non è un fenomeno a due soli livelli, bensì una scala di sfumature, e ciascuno contribuisce al valore autorità in base al proprio modo di crederci.

Quando una divisa “va in prigione”

Ogni volta che i media danno notizia dell’arresto di un poliziotto o di un carabiniere, il valore autorità riceve una disconferma. La tendenza a generalizzare, propria della mente umana, non porta a pensare che quel singolo operatore fosse una mela marcia: con quell’arresto, simbolicamente, tutta l’istituzione va in prigione, e ogni divisa si macchia del reato. È un meccanismo cognitivo che spiega perché un caso singolo possa erodere la fiducia in un’intera categoria.

Da che parte stare

“Dove andremo a finire?” è il commento più naturale davanti a un’aggressione o a un reato commesso da chi dovrebbe rappresentare l’autorità. Non lo sappiamo, e le prospettive non sono rosee. Ma la riflessione psicologica offre un’indicazione: è necessario che ciascuno metta in pausa il pilota automatico che porta a ragionare per stereotipi o per convenienza, e si chieda quale sia la propria parte di responsabilità e cosa significhi, davvero, rappresentare un valore. Solo a quel punto si può decidere da che parte stare.

Domande frequenti

Perché si aggredisce un rappresentante dell’autorità?

Spesso l’aggressione non è diretta alla persona, ma a ciò che rappresenta. L’ostilità nasce da dinamiche interiori radicate nella storia individuale e nell’interiorizzazione dei limiti familiari, più che dall’interazione concreta con quello specifico operatore.

In che senso il valore è una costruzione?

Nessuna cosa ha valore di per sé: siamo noi ad attribuirglielo. Il valore è quindi una costruzione umana, che si mantiene grazie alle conferme sociali e si indebolisce quando queste vengono meno. Anche l’autorità segue questa regola.

Perché l’arresto di un singolo agente colpisce l’intera istituzione?

Per la tendenza della mente a generalizzare. Un caso singolo non viene percepito come un’eccezione, ma esteso all’intera categoria: così una disconferma individuale erode simbolicamente la fiducia in tutta l’istituzione e nel valore che essa incarna.

Come si può contrastare il declino del valore autorità?

Interrompendo gli automatismi cognitivi con cui giudichiamo per stereotipi, e assumendosi la propria parte di responsabilità. Riconoscere che ogni valore vive delle conferme che riceve invita ciascuno, cittadini e operatori, a un ruolo attivo nel sostenerlo.

Le aggressioni all’autorità colpiscono un valore prima ancora di una persona. E il valore, in psicologia, è una costruzione umana che vive delle conferme sociali: si consuma quando queste diminuiscono e quando la mente, generalizzando, lascia che il caso di un singolo screditi un’intera istituzione. Riconoscere questi meccanismi, e la propria parte di responsabilità, è la premessa per scegliere consapevolmente da che parte stare.
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